No, cara Merkel: l’Europa non si salva da sola

Il G7 è il passato e su questo siamo tutti d’accordo. Ma la soluzione è aprirsi al governo globale dei processi, non chiudersi pensando che l’Europa sia padrona del suo destino, come afferma la Cancelliera. Anche perché in futuro saremo sempre meno rilevanti

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Sven Hoppe / dpa / AFP

29 Maggio Mag 2017 1447 29 maggio 2017 29 Maggio 2017 - 14:47

Non è escluso che quello di Taormina sia stato l’ultimo dei vertici tra quelli che erano i sette Paesi più industrializzati del mondo (G7). Tuttavia, l’idea di Angela Merkel che l’Europa debba “riprendersi nelle mani il proprio destino” è quanto di più illusorio si possa partorire a partire dal superamento dei vertici dei grandi. Perché nessuno, men che meno l’Unione Europea, è ormai in grado di difendersi da solo da una globalizzazione che sta scavalcando le stesse organizzazioni internazionali. E una dottrina che contrapponesse al neo isolazionismo americano o britannico, una qualche forma di autarchia europea - sia essa sul clima o sulla difesa - peggiorerebbe solo la situazione.

In effetti, come ha ammesso la Cancelliera tedesca, era già evidente da tempo che il G7 fosse a rischio di obsolescenza. Se normalmente si descrive la minore importanza del G7, ricorrendo alle proiezioni del PIL nel futuro, in realtà già oggi il Gruppo ha perso egemonia economica e culturale. Secondo la Banca Mondiale, tra le sette maggiori potenze economiche mondiali (per “potere d’acquisto”) solo tre, nel 2016, facevano parte del gruppo che si è appena riunito a Taormina: resistono gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania in una classifica che vede al primo posto la Cina e al terzo l’India. I Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) già oggi contano più del G7. Se il vertice dei sette grandi, solo vent’anni fa valeva metà dell'economia globale, oggi questa percentuale si è ridotta a un terzo.

Vero è che i Brics crescono tra molte contraddizioni; che la Russia è in recessione e dipendente dal prezzo delle materie prime; che il Brasile e il Sudafrica sono instabili dal punto di vista politico; e che la stessa Cina è minacciata dall’enorme debito privato accumulato quando la prospettiva era di crescere, per sempre, del 10% all’anno. E, tuttavia, è innegabile che l’Occidente non ha più il monopolio né delle opportunità, né dei problemi. Che alcune delle innovazioni più interessanti succedono in India e che i Paesi emergenti non competono più solo sui costi. E che non abbia tutti i torti Trump quando si disinteressa platealmente di un incontro che a Taormina avrebbe dovuto discutere di cambiamenti climatici senza la Cina che il primo Paese per emissioni.

Il G7 è, dunque, al capolinea. Ma la cura proposta dalla Merkel – “fare da soli” - rischia di aggravare la malattia. Almeno per tre ragioni.

La stessa Unione Europea non ha più la scala per affrontare i problemi. Certo, meglio uniti che divisi. Ma se proiettiamo al 2030 i numeri sul PIL, l’Unione varrà nel 2030 il 10% della ricchezza prodotta in un anno a livello globale. Non abbiamo sufficiente forza e, già adesso, non controlliamo neppure una delle grandi piattaforme sulle quali viaggiano i dati e le idee che daranno forma all’economia del ventunesimo secolo

La prima è che la stessa Unione Europea non ha più la scala per affrontare i problemi. Certo, meglio uniti che divisi. Ma se proiettiamo al 2030 i numeri sul PIL, l’Unione varrà nel 2030 il 10% della ricchezza prodotta in un anno a livello globale. Non abbiamo sufficiente forza e, già adesso, non controlliamo neppure una delle grandi piattaforme sulle quali viaggiano i dati e le idee che daranno forma all’economia del ventunesimo secolo.

In secondo luogo, l’Europa stessa non è unita. Nelle stesse ore in cui Angela prometteva un’unione granitica, in Italia maturava l’accordo politico che porterebbe la terza economia continentale alle elezioni ad ottobre, senza quella legge di bilancio promessa qualche giorno fa alla Commissione e senza la quale si rischiano tempeste perfette sul Belpaese e non solo.

Il terzo motivo per il quale è sbagliato porre gli Stati Uniti e il Regno Unito sullo stesso piano della Russia è che, semplicemente, i rapporti con i Paesi non sono solo relazioni tra amministrazioni che dipendono da risultati elettorali. Sono, anche, condivisioni più o meno forti di valori e linguaggi tra società e popoli. Come ha detto il Presidente del Consiglio italiano se è vero che il G7 non è più il centro del mondo, è altrettanto vero che esso rappresenta il nucleo di quell’Occidente che ha avuto il merito di concepire un ordine globale e che ha, ora, l’onere di doverne proporre, ancora prima degli altri, uno nuovo.

L’Europa, certamente, può fare molto in autonomia. Ma ciò ha che fare principalmente con il diventare – aldilà delle tante parole spese in vertici europei non meno sterili di quello di Taormina – più Europa. Stabilire una frontiera comune, sorvegliata da una polizia unica, che sarebbe stata conseguenza ovvia di un’area di libera circolazione: se vogliamo cominciare a risolvere il problema dei rifugiati. Dotarci, come gli americani, di un’unica agenzia ambientale per il controllo del rispetto delle emissioni delle automobili: se davvero volessimo far conseguire alla priorità sul clima decisioni conseguenti.

Facciamo, dunque, tutto quello che possiamo partendo dalle tante integrazioni incompiute che rendono la stessa Unione fragile. Ma continuiamo a cercare gli accordi planetari che la globalizzazione esige. A cerchi concentrici, cominciando dai nostri alleati storici, per arrivare a istituzioni come il G20 che sono il futuro. Usando le risorse che oggi consumiamo per spostare montagne organizzative – c’è almeno un vertice internazionale alla settimana nell’agenda di un leader – in intelligenza. In strutture permanenti di analisi dei problemi e formulazione di proposte concrete. In grado di superare il rito stanco degli “sherpa” e di attrarre le migliori intelligenze ovunque esse siano.

Il problema del nostro tempo è, sempre di più, quello di rispondere alla globalizzazione dell’economia con una capacità di governo dei problemi. Nonché quello di costruire opinioni pubbliche globali. Non ci riusciremo però con le organizzazioni internazionali pensate per un altro secolo. E neppure reagendo alla chiusura con altre chiusure che avranno solo l’effetto di ridurci tutti all’impotenza. Abbiamo bisogno di visione, coraggio, pragmatismo e buon senso. Tutte doti che fanno parte del carattere dell’ultimo leader rimasto all’Europa e che si è formata aldilà di un muro che spezzava il mondo in due.

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