Oliver Morton: «Altro che scie chimiche, la geoingegneria salverà il mondo»

Intervista al capo redattore de l’Economist, in libreria con “Il pianeta nuovo”, un saggio su come la tecnologia può migliorare l’ambiente: «Stiamo riducendo troppo poco le emissioni, i solfati immessi nella stratosfera possono essere un aiuto. Ma servono istituzioni democratiche globali»

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VINCENZO PINTO / AFP

29 Maggio Mag 2017 0828 29 maggio 2017 29 Maggio 2017 - 08:28
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«Prima di cominciare: non mi farà domande sulle scie chimiche, vero?». Oliver Morton è a Torino, dall’altro capo del telefono, nelle prime ore di una fugace tappa italiana per presentare il suo libro “Il pianeta nuovo. Come la tecnologia trasformerà il mondo” (Il Saggiatore, 2017) dedicato alla geo-ingegneria. Argomento tanto importante quanto complesso che forse solo lui, contemporaneamente caporedattore dell’Economist - «sono quello che si occupa dell’inchiesta principale», spiega - e divulgatore scientifico con una laurea in storia e filosofia della scienza: «Ho iniziato a occuparmene dieci anni fa - racconta a Linkiesta -. Più ci pensavo, più mi sembrava che quello del cambiamento climatico fosse un problema molto più importante di quanto si percepiva e molto meno discusso di quanto meritasse».

Addirittura? Ma il 2006 è proprio l’anno del documentario di Al Gore, Una scomoda verità. Si parlava solo di riscaldamento climatico, in quel periodo…
Se ne parlava male.

Ok. In che senso?
Nel senso che c’erano due ideologie. Quella di chi pensava che noi fossimo gli assoluti padroni della natura e quella di chi pensava che dovessimo toccarla il meno possibile. A cui aggiungo due corollari: che i primi ritenevano difficilissimo, quasi impossibile, tornare indietro, ridurre le emissioni, consumare meno energia. I secondi, invece, la ritenevano una cosa estremamente semplice.

Chi aveva ragione?
Nessuno dei due, a mio avviso. Io non credo che l’uomo sia il padrone assoluto della Terra. Ma credo anche che con le tecnologie e il sapere che ha a disposizione non possa e non debba toccarla il meno possibile.

Lei non crede agli accordi di Kyoto, Parigi e Marrakesh per il taglio delle emissioni in atmosfera?
Ci credo, funziona, ma non è un processo abbastanza veloce. Ci sono troppi problemi affinché lo sia.

Ad esempio?
Ad esempio, è un problema immettere le energie rinnovabili nel sistema elettrico.

Perché?
Perché abbiamo bisogno di incentivi, che finiscono per drogare il mercato. Nei mercati energetici normali, il prezzo dipende dal costo marginale della produzione. Ora, con gli incentivi e con gli investimenti a pioggia sulle rinnovabili, il costo marginale è quasi nullo, così come il prezzo. Cosa che comincia a diventare un problema per chi investe sulle rinnovabili, perché rischia di non guadagnarci nulla.

Lei temi che scoppi la bolla delle rinnovabili, in pratica?
E sarebbe un disastro, nel momento in cui bisogna fare la rivoluzione energetica. Credo vada anche rivisto il modo in cui si investe nell’energia, tra le altre cose. E il modo in cui si distribuisce: per permettere un vero sviluppo delle fonti rinnovabili dovremmo cambiare radicalmente tutta la nostra infrastruttura energetica e serve una generazione, per farlo. Non abbiamo così tanto tempo.

«Le teorie sulle scie chimiche sono curiose perché hanno creato una cospirazione sulle basi di qualcosa che non esiste. E la cosa buffa è che quelle teorie dicono che le scie chimiche stanno peggiorando il clima, mentre tutte le ricerche sulla geo ingegneria si fondano sull’idea di migliorarlo»

Servirebbe un clamoroso investimento pubblico?
Sì, ma è l’evidenza empirica che dimostra come sia molto difficile implementare e far digerire politiche che favoriscano il ricorso alle rinnovabili e l’abbandono dei combustibili fossili. Intendiamoci, sono tutti problemi che si possono superare, ma se vuoi avere una reale possibilità di non far aumentare la temperatura del pianeta di almeno due gradi, il ritmo con cui stiamo tagliando le emissioni oggi, è troppo lento. Serve un sacco di tempo, e noi non ne abbiamo abbastanza. E non ci sono ancora modi per rendere questa strategia più veloce.

È a questo punto che entra in gioco la geoingegneria…
In realtà, il fatto che la geoingegneria non venga presa in seria considerazione è un pezzo del problema. Eppure stiamo già facendo della geo ingegneria climatica.

In che senso?
Stiamo alterando il clima in peggio, immettendo troppa anidride carbonica in atmosfera. Il problema semmai è che lo stiamo facendo inconsapevolmente. La geo ingegneria che ho in mente io, quella che tante piccole ricerche di tanti scienziati in gamba stanno provando a costruire, dimostra invece che l’intervento dell’uomo potrebbe davvero aiutare il pianeta a cambiare in meglio.

Un esempio?
Dopo un eruzione vulcanica, diverse piccole particelle di zolfo vengono rilasciate nella stratosfera, la regione atmosferica compresa tra i 15 e i 60 chilometri dal suolo. Sono particelle che cambiano colore al tramonto, perché riflettono una piccola parte della luce solare. Cosa più importante, raffreddano il pianeta.

Quindi?
L’idea è che così come immettiamo nell’atmosfera i gas serra che riscaldano il pianeta, potremmo immettere nella stratosfera anche le particelle che lo raffreddano, con un pallone aerostatico o con aereo. Tutte le ricerche fatte sinora dimostrano che non sono dannose e possono abbassare sensibilmente la temperature terrestre. Perché non farlo?

Aiuto, queste sono davvero le scie chimiche…
Non sono scie chimiche e non le chiamerò mai così!

Ok, diciamola meglio: assomigliano molto all’oggetto delle teorie cospirazioniste sulle scie chimiche…
Le teorie sulle scie chimiche sono curiose perché hanno creato una cospirazione sulle basi di qualcosa che non esiste. E la cosa buffa è che quelle teorie dicono che le scie chimiche stanno peggiorando il clima, mentre tutte le ricerche sulla geo ingegneria si fondano sull’idea di migliorarlo.

Come mai secondo lei?
Loro vedono qualcosa di sbagliato in terra - l’inquinamento, l’aumento di alcune patologie - e qualcosa di sbagliato in cielo - quell’aereo ha una scia, questo no - e le mettono assieme. In questo modo hanno inquinato il dibattito, però. E adesso per quel poco che se ne parla, la geo ingegneria è vista come una cospirazione globale. Capisce perché mi da fastidio parlare di scie chimiche?

«Così come immettiamo nell’atmosfera i gas serra che riscaldano il pianeta, potremmo immettere nella stratosfera anche le particelle che lo raffreddano, o con un pallone aerostatico o con aereo. Tutte le ricerche fatte sinora dimostrano che sono dannose e possono abbassare sensibilmente la temperature terrestre»

Parliamo d’altro, allora: non è un po’ un azzardo morale., la geo ingegneria? Inquiniamo quanto ci pare, tanto poi arriva l’aereo nella stratosfera a pulire tutto…
L’idea della geoingenieri, non è quella di trovare una via alternativa, ma una via complementare per ridurre ulteriormente il rischio. È un complemento, non una sostituzione.

Lei nel libro parla anche dei rischi della geo ingegneria…
Non parlo di rischi concreti, ma di rischi potenziali. La scienza che ha enormi ambizioni, che supera i propri confini si misura con l’ignoto. Alcuni l’hanno definita scienza prometeica e io mi sono appropriato di questa definizione: più si punta al sole, più c’è il rischio di scottarsi. Anche perché non parliamo solo di solfati nella stratosfera. Parliamo di navi che fabbrichino nubi più bianche per renderle più riflettenti, di fertilizzanti a base di ferro che rinfoltiscano la flora oceanica di alghe avide di anidride carbonica, di coperte di plastica che ricoprono i ghiacciai che si sciolgono.

Ecco, ad esempio: diffondere solfati nella stratosfera che problemi può provocare?
C’è chi dice sarà dannoso per lo strato dell’ozono, chi dice che aumenterà l’umidità globale. Bisogna studiare, fare ricerca: alcuni guardano solo le ambizioni, altri solo i rischi. Andrebbero visti entrambi, come con si fa - o si dovrebbe fare - con gli Ogm.

C’è pure un problema politico: la stratosfera è di tutti. Chi può decidere cosa diffondervi?
Dobbiamo trovare un modo per creare istituzioni democratiche in grado di prendersi questa responsabilità. Non può essere l’incapacità a costruire un quadro istituzionale la scusa per non occuparsi del futuro del pianeta.

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