Parla come mangi: tre regole per evitare di cadere nella trappola dei giri di parole

Arrivare al punto, evitare il gerundio e lasciar perdere le espressioni gergali. Ecco come fare in modo che la comunicazione torni a essere a misura di persone. E che “inaccessibilità” smetta di essere sinonimo di “autorevolezza”

Lettera

Roberto Benigni e Massimo Troisi in scena tratta dal film “Non ci resta che piangere” (1984)

29 Maggio Mag 2017 0815 29 maggio 2017 29 Maggio 2017 - 08:15
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Nel nostro Codice aziendale si afferma che per ottenere successo sono necessari "i più elevati standard del comportamento aziendale verso le persone con cui collaboriamo, le comunità a cui ci rivolgiamo e l'ambiente in cui operiamo”.

Questo si legge in home page di una nota multinazionale alla voce “Scopi Valori e Principi”.

Sì, ma quindi?! A me, casalinga o casalingo che dovrei comprare i tuoi prodotti, cosa stai dicendo di te? Se decidessi di farmi influenzare dai tuoi valori aziendali, in quali mi dovrei riconoscere?

Nel 1999 Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger scrissero il Cluetrain, un manifesto di 95 Tesi (numero che si ispira al Manifesto Luterano) sul marketing aziendale nell’era di Internet. Qualche anno dopo seguì una nuova edizione aggiornata.

Il succo è a mio avviso nella premessa che riporto volutamente in inglese.
Sul web si trova un’ottima traduzione di Luisa Carrada.

«We are not seats or eyeballs or end users or consumers. We are human beings—and our reach exceeds your grasp. Deal with it».

Internet ci costringe ad interagire con uno schermo, ma questo non ci priva della nostra umanità. Chiamateci utenti, visitatori o spettatori; restiamo PERSONE.

Eppure, spesso, aziende e istituzioni pubbliche sul web utilizzano un linguaggio che sembra rivolto ad entità astratte, asettiche, umanoidi. Non a persone.

È maturata nel tempo un’idea, difficile da sradicare, secondo la quale un linguaggio aulico, elevato, distintivo passa attraverso forme espressive incomprensibili ai più. Più scrivo in modo ermetico, più il mio sapere apparirà grande. “Inaccessibile” diventa sinonimo di “autorevole”

Scrivere come si parla può non essere un imperativo, ma l’eccesso di burocratese e di spersonalizzazione sono malattie da estirpare.

È maturata nel tempo un’idea, difficile da sradicare, secondo la quale un linguaggio aulico, elevato, distintivo passa attraverso forme espressive incomprensibili ai più. Più scrivo in modo ermetico, più il mio sapere apparirà grande. “Inaccessibile” diventa sinonimo di “autorevole”. Geniale l’intuizione manzoniana dell’Azzeccagarbugli, che con il suo linguaggio fintamente aulico tenta di ingannare il povero Renzo.

Il web ha reso possibile il contatto diretto tra aziende e consumatori, tra persone quindi.
Il linguaggio deve adeguarsi, pena l’interruzione e qualche volta addirittura la mancanza del contatto.

Tre regole, tre G.

  1. Evitare i giri di parole: arriva al punto. La frase iniziale di questo articolo è come un piatto privo di sale: insapore.

  2. Gerundio: non abolirlo, ma riducilo: fa bene, in primis al cuore. Il gerundio è la forma verbale prediletta della burocrazia. Riduce l’empatia. Controintuitivo rispetto al desiderio di comunicare, no?!

  3. Gergo: non usare tecnicismi a sproposito. Se parli con qualcuno non ti “interfacci”: dialoghi, comunichi, ti confronti.

Le conversazioni avvengono tra persone, non tra schermi. Cerchiamo di non scordarlo.

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