La rivincita del Caimano: così Berlusconi è diventato l’alleato indispensabile dei “sinceri democratici”

Era il diavolo, fino a pochi mesi fa. Ma oggi molti di quelli che l’hanno combattuto sono costretti a sperare nel suo ultimo exploit per evitare di consegnare l’Italia all’ingovernabilità o ai Cinque Stelle. La nemesi è servita. Ma il Cavaliere, vecchio e stanco, ci riuscirà?

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TIZIANA FABI / AFP

30 Maggio Mag 2017 1115 30 maggio 2017 30 Maggio 2017 - 11:15

A volte uno dice il destino. Prendete Silvio Berlusconi: vent’anni e rotti passati a interpretare il demonio, il caimano, il fascista catodico, il corruttore, il mafioso, lo stragista, il puttaniere, cacciato da Palazzo Chigi con manovre di palazzo, sorrisi perfidi e tempeste perfette, per giunta interdetto ai pubblici uffici e spedito ai servizi sociali. E poi rieccolo lì, spuntare sardonico, a Viale del Tramonto ormai imboccato, con gli occhi ridotti a fessure e la mascella serrata, ormai ottantenne, a interpretare la parte che ha sempre sognato: quella di salvatore della patria, di baluardo della democrazia. Quella in cui i nemici di un tempo, da Scalfari a De Benedetti, forse persino Moretti e Santoro, addirittura Prodi, Napolitano, Sarkozy e la Merkel, nella notte delle elezioni politiche, a urne chiuse, incroceranno le dita sperando nel suo ultimo exploit.

Esageriamo? No, per nulla. Punto uno: qualunque sarà la data delle elezioni, il rischio che esca dalle urne una situazione di totale ingovernabilità - senza cioè alcuna maggioranza parlamentare - è altissimo. Punto due: oltre ad essere piuttosto probabile, l’eventualità di un’Italia senza governo farebbe precipitare il Paese nell’abisso della speculazione sui titoli di Stato, e poi a cascata sulle banche che di quei titoli sono pieni come uova e poi a cascata sul resto del Vecchio Continente in un contagio virale che potrebbe costare parecchi guai all’Europa e che di sicuro, perlomeno nel breve, potrebbe voler dire Troika a Roma, con le forbici in mano.

Punto tre: l’unica ipotesi in grado di garantire stabilità e di esorcizzare questo scenario, oggi, è un’alleanza tra il Partito Democratico e Forza Italia. Le simulazioni nella distribuzione dei seggi con il sistema tedesco, quello attorno a cui pare le forze parlamentari stanno trovando la quadra, dicono che per avere una maggioranza alla Camera e al Senato è indispensabile che la somma delle percentuali tra Pd e Forza Italia balli attorno al 47% dei consensi. L’ultimo sondaggio di Ipsos - 30% al Partito Democratico, 13,2% a Forza Italia - dice che mancano ancora quattro punti da recuperare. Per la media ponderata di Termometro Politico - 28,9% al Pd, 12,7% a Forza Italia - i punti diventano sei. Non tantissimi, ma nemmeno pochi.

Il boccino, insomma, passa nelle mani del vecchio Silvio, costretto all’ultimo coniglio dal cilindro, sia esso un nuovo contratto con gli italiani, un meno tasse per tutti, un sì-avete-capito-bene-aboliremo-l’ici, un colpo di fazzoletto sulla sedia di un Travaglio, qualcosa purché serva a rosicchiare un po’ di voti alla Lega Nord e a salvare l’Italia dall’ignoto

Per il Partito Democratico la partita è già di per se piuttosto ardua. Per dire: ci provi, Renzi, ad andare a cercar voti a sinistra dopo l’ultimo smacco dei voucher, aboliti alla chetichella per far saltare il referendum e fatti rientrare dalla finestra dopo averlo scongiurato. Molto più facile correre nelle praterie di centro e di destra, e infatti così sta andando: mamma, lavoro e sicurezza, le tre parole d’ordine. Giù le tasse, sempre e comunque. E nessuno tocchi la casa. Mantra berlusconiani, per un ventennio, oggi parole d’ordine del secondo corso renziano. Potranno valere per far crescere il Pd di quei quattro, sei punti necessari? Possibile. Di sicuro, e qui casca l’asino, rischiano di toglierli proprio a Forza Italia, rendendo (in parte) vano lo sforzo.

Il boccino, insomma, passa nelle mani del vecchio Silvio, costretto all’ultimo coniglio dal cilindro, sia esso un nuovo contratto con gli italiani, un meno tasse per tutti, un sì-avete-capito-bene-aboliremo-l’ici, un colpo di fazzoletto sulla sedia di un Travaglio, qualcosa purché serva a rosicchiare un po’ di voti alla Lega Nord e a salvare l’Italia dall’ignoto.

Il problema - anzi, meglio: la beffa - è che proprio ora che servirebbe, l'ormai ex Cavaliere sembra non essere più in grado di fare miracoli. La doppia moneta, le battaglie animaliste, i mille euro al mese alle casalinghe stanno al milione di posti di lavoro - con tutto il rispetto - come Gabriel Paletta sta a Franco Baresi. Però già è bello vedere che nessuno si scandalizza più, che nessuno grida al populismo, alla demagogia, alla faccia come il culo. Ora sono tutti lì, zitti e speranzosi che gli italiani se la bevano una volta ancora, dopo essersela bevuta per vent’anni. Solo una, l’ultima.

Il bello è che lui, il vecchio Silvio, sta al gioco: potrebbe mandarli tutti a quel Paese, vendere quel che rimane da vendere, salutare tutti e volarsene ad Antigua, mentre Gigi Di Maio giura al Quirinale. Potrebbe, ma non lo fa. E così, con un partito in bancarotta, una classe dirigente inesistente, il peso degli anni e una salute non esattamente al massimo prova comunque a darsi da fare, a fare la sua parte. Che lo faccia per tornaconto, per generosità, per la prospettiva dell’happy ending, della grande pacificazione, dell’amore che vince sempre sull’invidia e sull’odio, poco importa. E poco importa che all’uomo che prometteva nuovi miracoli italiani si chieda oggi il gol della salvezza. A volte uno dice il destino.

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