Perché in Cina hanno cominciato a studiare le lingue dell’Africa?

Fa parte del piano della globalizzazione del Dragone. La Cina si avvicina e lo fa attraverso i percorsi delle nuove vie della Seta. L’idea è una conquista commerciale gentile, usando la lingua degli interlocutori ed evitando quella delle potenze coloniali. Cioè i rivali della Cina

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STR / AFP

30 Maggio Mag 2017 0814 30 maggio 2017 30 Maggio 2017 - 08:14

Vuoi scoprire quali saranno le dinamiche geopolitiche dei prossimi anni? Guarda i nuovi corsi di lingua adottati dalle università cinesi. A differenza delle accademie e dei college americani, che si limitano all’insegnamento di circa 70 lingue, i cinesi hanno deciso di fare le cose in grande. Già nella Beijing Foreign Studies University ne hanno 84. Ma il piano è di aumentarne il numero, almeno altre 11. Si tratta di lingue che attraversano il Medioriente, il Pacifico, l’Africa e l’Europa dell’est.

Insomma, nel menu dei prossimi corsi figura il curdo, il maori, il samoano. E va bene. Ma anche il tigrino (che si parla in Eritrea e nel nord dell’Etiopia), il ndebele (Botswana e Zimbabwe) e il comoriano, che si parla nelle isole di Comore. Ogni lingua un Paese, o meglio, una comunità linguistica e culturale con cui il Dragone pianifica di intrattenere, nel futuro, intensi rapporti commerciali.

La globalizzazione “modello cinese”, cioè l’iniziativa One Road One Belt, che altro non è che un’enorme rete di scambi commerciali che vorrebbero attraversare Asia, Europa e Africa seguendo cinque direttive di commercio. Più o meno ricalcando il percorso e le dinamiche delle antiche vie della Seta. Bene. E perché i diplomatici/ambasciatori cinesi devono impararsi tutte queste lingue? Semplice. Sanno benissimo che imporre il mandarino sarebbe velleitario. L’unica soluzione per comunicare con i popoli che incontreranno, che ammontano al 63% della popolazione mondiale, è piegarsi all’interlocutore, fino a imparare la lingua e conoscerne la cultura.

L’approccio, opposto a quello tenuto finora dalle grandi potenze europee (e americane) ricalca un modo di pensare molto cinese. Da un lato, si evidenza il desiderio di non servirsi delle lingue delle grandi potenze coloniali, cioè inglese e francese (ma soprattutto inglese) per non doversi sottomettere alla lingua di una potenza rivale. Dall’altro segna anche il cambio di passo nel modo di considerare gli interlocutori. “Usare l’inglese e il francese significa perpeturare l’egemonia delle potenze coloniali”, spiega Sun Xiaomeng, preside della scuola di studi Asiatici e Africani di Pechino. I diplomatici, gli uomini d’affari e i loro intermediari saranno più interessati a chi “parla la loro lingua”.

Sarà. Ma nonostante le lingue straniere siano un’indicazione interessante, nel mondo degli affari fin dalla notte dei tempi si è sempre parlato un’unica grande lingua franca. Quella dei soldi. Non basta essere esperti delle nuance del tigrino per strappare i contratti migliori ad Asmara. Bisogna anche declinare bene tutti quei verbi a suon di sacchi di denaro. Questo, nonostante le istanze e il rispetto culturale, a Pechino lo sanno benissimo.

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