Legge elettorale, abbiamo scelto il peggiore dei mondi possibili e ora ce lo dobbiamo ciucciare

Abbiamo sacrificato la governabilità per la rappresentatività. E quel che sta accadendo ora è tutto figlio di quella scelta, piaccia o meno. Adesso, per cortesia, diteci come se ne esce

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MARCO BERTORELLO / AFP

31 Maggio Mag 2017 1001 31 maggio 2017 31 Maggio 2017 - 10:01

Non ce ne vogliano Pietro Spataro o l’amico Giulio Cavalli che lo riprende sul suo blog, ma parlare di “sindrome quattrodicembrista” - tradotto: di un malcelato tentativo dei sostenitori del Sì al referendum di addossare tutte le colpe dell’impasse attuale a chi ha votato No - è quantomeno fuori luogo. Per un motivo molto semplice: che sì, non c’è alcun dubbio che l’attuale situazione - buona o brutta che sia - sia figlia della vittoria del No al referendum.

Avevamo di fronte due strade, due modelli, quel giorno. Uno era quello di chi crede che questo Paese abbia bisogno di riforme profondissime, che ne abbia bisogno qui e ora. E che per portarle avanti abbia bisogno di un governo stabile, di una maggioranza solida e di iter parlamentari più veloci. L’altro è quello di chi pensa - lo spiega meglio di tutti Giulio Tremonti in una recente intervista a Repubblica - che in tempi come quelli attuali si debba salvaguardare prima di tutto il principio di rappresentatività, che le minoranze che governano a colpi di maggioranza sono più pericolose dell’inazione e della paralisi decisionale.

Sono entrambe visioni legittime. Noi preferiamo la prima e non l’abbiamo mai nascosto. Renzi o non Renzi. Invidiamo la Francia, in cui un presidente eletto col 23% dei consensi al primo turno, vincendo pure le elezioni legislative - anch’esse maggioritarie e a doppio turno - potrà attuare una revisione della spesa pubblica francese di 60 miliardi. Invidiamo il Regno Unito, in cui un governo che ha il 36% dei consensi e il 58% dei seggi in Parlamento può portare avanti senza particolari patemi il processo di uscita dall’Unione Europea votato dalla maggioranza degli elettori, senza il timore di imboscate parlamentari che mirino a ribaltare l’esito del voto.

Dubitiamo che oggi loro invidino noi, la nostra legge elettorale finto-tedesca, il pentapolarismo che uscirà dalle urne, le maggioranze impossibili attraverso cui nascerà - se mai nascerà - un governo, la mediazione al ribasso che ne genererà il programma, le crisi continue che ne costelleranno il percorso, a ogni sasso sulla strada.

Noi abbiamo deciso di affrontare questa stagione con il governo più debole possibile e dobbiamo essere consapevoli fino in fondo sia del rischio che abbiamo scongiurato - che una minoranza decida per tutti -, sia di quello che abbiamo implicitamente accettato: che altri, siano essi la Troika o l’asse franco-tedesco, decidano per noi

Il tutto - vale la pena ricordarlo: la medicina va bevuta fino all’ultima goccia - in una delle stagioni politiche più decisive degli ultimi decenni, quella in cui si plasma il destino dell’Europa, in cui si decideranno quali vocazioni produttive e quale welfare adottare dentro lo scenario della quarta rivoluzione industriale dei robot e delle intelligenze artificiali, in cui si dovrà scegliere che strategia adottare di fronte alle migrazioni e alla nostra terrificante curva demografica. Noi abbiamo deciso di affrontare questa stagione con il governo più debole possibile e dobbiamo essere consapevoli fino in fondo sia del rischio che abbiamo scongiurato - che una minoranza decida per tutti -, sia di quello che abbiamo implicitamente accettato: che altri, siano essi la Troika o il neo-rinato asse franco-tedesco, decidano per noi.

Questa è la realtà, oggi. E preferiremmo che chi legittimamente l’ha scelta, la sostenesse fino in fondo, anziché giocare allo scaricabarile. Che chi non voleva sentir parlare di maggioritario e di doppio turno non si faccia venire la puzza sotto il naso di fronte ad alleanze spurie come quelle tra destra e sinistra o tra nazionalisti e populisti. Che chi non voleva sacrificare un po’ di rappresentatività per un po’ di governabilità non si lamenti di fronte ai governi dei veti incrociati e dei compromessi al ribasso. Che chi sostiene la necessità di riforme impopolari, non si lamenti di fronte a esecutivi e maggioranze talmente deboli da non poter scontentare nessuno. Che chi non voleva che la politica fosse libera di decidere e agire tempestivamente non gridi alla sovranità perduta ogni volta che vi saranno delle ingerenze da Bruxelles o da Francoforte. Patti chiari, amicizia lunga. Siamo d’accordo?

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