Nuovo record d'imprese al Sud Italia, ma piccole attività e ristorantini non ci salveranno

Il 2016 ha segnato un nuovo record italiano, quello delle imprese registrate che hanno superato i 5 milioni, in particolare al Centro Sud. Ma a salvare l'aumento della produttività italiana non saranno i ristoranti vecchio stile né le piccole attività

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31 Maggio Mag 2017 0820 31 maggio 2017 31 Maggio 2017 - 08:20
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Italiani, un popolo di santi, navigatori, e… imprenditori, a quanto pare.

Non possiamo pensare altrimenti osservando gli ultimi dati ISTAT sulla demografia aziendale nel nostro Paese.

Nel 2016 è stato toccato un nuovo record. È quello delle imprese registrate. Sono ben 5.317.306.

Neanche la crisi, contrariamente a quanto si crede, ha invertito il trend in salita.

Certo, rispetto alla crescita di quasi 700 mila unità tra 1996 e 2006 c’è stato un bel rallentamento. Nei successivi 10 anni il progresso è stato “solo” di altre 200 mila imprese. Ma c’è stato. Solo tra 2013 e 2014 si ritrova un minimo calo.

Imprese registrate, Dati ISTAT

Tutto bene quindi? E’ un segno della resilienza, termine quanto mai di moda ultimamente, degli italiani e del sistema economico del nostro Paese che hanno saputo in qualche modo resistere nella traversata del deserto della crisi?

Qualche dubbio viene in realtà se guardiamo ai dati per provincia.

Il tasso di iscrizione, ovvero la percentuale di imprese iscritte su quelle registrate l’anno precedente, è più alto proprio in quelle aree d’Italia dove meno ce lo si aspetterebbe.

Ovvero al Centro-Sud, da Grosseto a Salerno, in Puglia e Campania, in Calabria, in buona parte della Sicilia.

Tasso di iscrizione lordo delle imprese 2016, Dati ISTAT

Nella prima ventina di posti quanto a aumento di imprese registrate, con incrementi anche superiori al 7%, troviamo Lecce, Vibo Valentia, Foggia, Latina, Crotone, Caserta, Napoli, Agrigento, Catania. Province normalmente associate agli ultimi posti in ogni ranking economico che possiamo immaginare per l’Italia

Dati ISTAT

Non era così nel 2007, prima della crisi, quando era al Centro-Nord tra Verona e Torino e sulla dorsale tirrenica che si ritrovava il maggiore aumento di iniziative economiche.

Tasso di iscrizione lordo delle imprese 2007, Dati ISTAT

Sono dati che vengono confermati nel tasso di iscrizione netto, in cui si misura la differenza tra aperture e chiusure di imprese.

Con l’importante eccezione di Milano è dal Lazio in giù che si ritrova il maggior saldo positivo di crescita delle imprese, che raggiunge i propri massimi in ordine a Ragusa, Napoli, Trapani, Vibo Valentia, Roma, Caserta.

Tasso di iscrizione netto delle imprese 2016, Dati ISTAT

Dati ISTAT

Vi è poi una correlazione piuttosto curiosa tra questo incremento di imprese e tasso di occupazione. Nel 2016 sono state aperte nuove iniziative proprio nelle province con occupazione minore, appunto al Centro-Sud. Non era così nel 2007 quando non c’era nessun apparente collegamento tra le due statistiche

Dati ISTAT

Cosa succede? Vi è una ripresa del Sud Italia che sta superando il Nord quanto a recupero delle posizioni perdute?

Tutti gli altri dati economici ci dicono di no, nonostante il Mezzogiorno abbia sofferto la crisi più del Nord, non c’è stato poi, come altrove accaduto e come era auspicabile, un rimbalzo maggiore rispetto alle regioni settentrionali.

Del resto questi incrementi nel numero di imprese stanno accadendo in luoghi in cui già ora è minore il numero persone che costituiscono la forza lavoro potenziale (tra i 15 e i 64 anni) per impresa. Ovvero in cui vi sono più aziende in proporzione ai potenziali lavoratori.

Quindi si sta in realtà perpetuando e accentuando una tendenza già in atto, quella alla frammentazione del lavoro.

Forza lavoro potenziale per azienda, 2016, Dati ISTAT

Sappiamo che la grande maggioranza delle aziende in Italia e a maggior ragione al Sud è fatta di imprese individuali, artigiani, commercianti, ristoratori, ecc, naturalmente nel settore dei servizi, considerando il declino, e qui non c’entrano solo questioni interne, della manifattura.

E sappiamo anche che purtroppo queste imprese hanno tassi di ricerca e sviluppo e di investimenti decisamente inferiori a quelli delle grandi aziende, così come tendono ad assumere meno laureati e personale specializzato, ed hanno grandi difficoltà a crescere.

Purtroppo con la sola eccezione di Milano, l’unico luogo in Italia in forse cui è in atto una ripresa in stile europeo, è quindi molto improbabile che siano aziende innovative e con grandi possibilità di crescita quelle che stanno aprendo al Sud.

E’ molto più facile che siamo di fronte alla emersione nei dati ufficiali di quei fenomeni che vediamo nelle nostre strade, la nascita di piccoli negozi e locali soprattutto nel campo del food.

La conferma ci viene da Confesercenti che ci dice dal 2012 ad agosto 2016 vi era stato un aumento dell’8,3% di tutta l’attività di ristorazione, con 11 mila nuovi bar e ristoranti, ma nel Mezzogiorno si è toccato un +10,8%, che arriva a un +13,8% in Sicilia e a un +12% in Campania.

Unioncamere conferma che tra 2010 e 2015 considerando i soli ristoranti c’è stata una crescita del 16% in Sicilia, e del 14% in Campania.

E’ umanamente encomiabile che tanti giovani, non arrendendosi alla disoccupazione, provino ad aprire piccole attività, mettendosi in gioco.

E però non sarà l’ennesimo ristorantino “come una volta” in cui si serve solo “olio d’oliva bio 100% italiano a km zero” a salvare né il Sud, né il resto dell’Italia, ad aumentare la produttività della nostra economia, il grande e vero problema italiano, quindi, a generare crescita e occupazione. C’è bisogno di grandi imprese che investano, di ricerca e innovazione, lo sappiamo da tempo.

Questo proliferare di nuove piccole imprese nonostante la crisi e nonostante l’enorme numero di quelle già esistenti appare come l’ennesima strategia disperata e sbagliata di reagire al declino, in realtà perpetuandolo.

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