Renzi scarica Alfano: adesso i centristi rischiano di scomparire

La legge elettorale prevede uno sbarramento al 5 per cento. Per sopravvivere alfaniani, tosiani, casiniani ed ex montiani sono costretti a trovare un accordo, archiviando veti e antipatie. Accusato di tradimento, Renzi ironizza: «Se dopo che sei stato ministro di tutto non prendi il 5 per cento…»

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1 Giugno Giu 2017 0711 01 giugno 2017 1 Giugno 2017 - 07:11

Ci sono gli esponenti di Alternativa Popolare guidati da Angelino Alfano. E con loro i superstiti dell’Udc, rappresentati dal segretario Lorenzo Cesa. Pier Ferdinando Casini ha recentemente creato i Centristi per l’Europa. Senza considerare le tante sigle - in alcuni casi così piccole da essere insignificanti - scaturite dall’implosione di Scelta Civica. Adesso su tutti rischia di abbattersi la nuova legge elettorale. Meglio, la soglia di sbarramento al 5 per cento. Una norma pensata per sfoltire il numero di cespugli in Parlamento, che come prima conseguenza avrebbe proprio la scomparsa dei partiti più piccoli. Per il variegato mondo centrista è una questione di sopravvivenza. Per superare l’asticella bisogna raccogliere quasi due milioni di voti. Impresa dura, durissima. Ma non impossibile, assicurano i diretti interessati. Purché si riesca a mettere da parte i veti incrociati e i protagonismi degli ultimi anni, dando vita a un’alleanza e a un listone in grado di superare lo sbarramento.

La strategia si accompagna alla delusione. In queste ore tra gli alfaniani prevale l’amarezza per essere stati scaricati dagli alleati del Partito democratico. L’intesa sulla legge elettorale tra dem, Forza Italia, Lega e Cinque stelle chiude di fatto ogni dialogo. Ieri sera anche la beffa. Renzi ha definitivamente dato il benservito ad Alternativa Popolare: «Se dopo anni che sei stato al governo, hai fatto il ministro di tutto, non riesci a prendere il 5 per cento….». I centristi si sentono traditi, Alfano non fa nulla per nasconderlo. Due giorni fa ministro degli Esteri ha evocato i rischi di un’eventuale crisi finanziaria. Ipotesi nefasta, legata alle ripercussioni oltre confine di un voto anticipato. «Rivolgo un appello al Pd - le sue parole - pensino al danno che questa impazienza può fare alla nostra economia e a quanti miliardi corrisponde il conto salato che si rischia di far pagare agli italiani». Ogni giorno una sfogo. Ieri Alfano è tornato ad attaccare. «Fin qui i governi li ha fatti cadere solo il Pd, peccato fossero i propri. Adesso vedremo se indurrà anche Gentiloni alle dimissioni oppure lo sfiducerà. In tutti e tre i casi il segretario del Partito democratico è sempre lo stesso».

In questi anni sono stati numerosi i tentativi di ricostruire un’area centrista. Sognando la Balena Bianca si è provato più volte a creare una federazione di movimenti tra alfaniani, casiniani, ex montiani, tosiani... E tutte le volte ci si è dovuti arrendere di fronte a invidie e veti incrociati. Antipatie e rivalità non hanno permesso di trovare una sintesi. «Ecco perché ora diventa necessario per tutti fare un passo indietro. E rinunciare a vanità e protagonismi»

Tra i centristi crescono tensioni e malumori. Alle Camere c’è chi teme defezioni, il disperato tentativo di qualche parlamentare per cercare altrove una ricandidatura sicura. Inutile negare che nella fase di difficoltà anche gli avversari hanno abbandonato il fair play. Qualcuno si toglie vecchie soddisfazioni, non sempre in grande stile. Questo è anche il momento del cinismo. «È chiaro a tutti che il prossimo ottobre Alfano cambierà mestiere, a prescindere dalla legge elettorale» raccontava velenoso il leader leghista Salvini. Soprattutto, sembra che nessuno abbia voglia di dar battaglia per limare le soglie di sbarramento della nuova legge elettorale e dare una mano ai centristi. «Il cinque per cento? Fosse per me lo porterei all’otto per cento», ha liquidato la questione il vecchio alleato Silvio Berlusconi. Segno che difficilmente i rapporti con Forza Italia saranno ricostruiti, almeno nell’immediato. Del resto, come ha spiegato Daniela Santanché con notevole realismo, «non abbiamo alcun interesse a favorire Alfano e il suo partito».

Intanto Alternativa Popolare conferma la lealtà al premier. Non saranno i centristi a far cadere l’esecutivo Gentiloni. È una scelta obbligata, dettata dai rischi di una crisi di governo. Il pretesto per andare al voto, se vorrà, Renzi dovrà trovarlo da solo. In queste ore si ragiona sul futuro, il tempo a disposizione non è molto. Dopo le riunioni dei gruppi parlamentari, oggi si terrà la Direzione di Ap. L’obiettivo è chiaro: bisogna dar vita a un nuovo soggetto politico in vista della campagna elettorale. I contatti tra i protagonisti della partita sono già avviati. Il movimento di Alfano è ovviamente il nucleo centrale dell’operazione, potendo contare su una cinquantina di parlamentari. L’intesa con i centristi per l’Europa di Casini è a buon punto. Recentemente sono stati nominati i coordinatori regionali: il movimento dell’ex presidente della Camera, raccontano, ha già una struttura importante sul territorio. Ci sarà anche l’Udc di Lorenzo Cesa. In Transatlantico assicurano che potrebbe entrare nell’operazione anche l’ex ministro Raffaele Fitto, leader di Direzione Italia. Un movimento nuovo, ma radicato, che alle Camere conta una ventina di parlamentari nei gruppi dei Conservatorie Riformisti. I bene informati parlano del coinvolgimento del partito Idea di Gaetano Quagliariello e del movimento Fare! dell’ex leghista Flavio Tosi. Il complicato puzzle post democristiano si completa con la galassia sopravvissuta a Scelta Civica. L’implosione parlamentare del progetto montiano ha lasciato in eredità una situazione surreale, fitta di sigle e partitini. Sicuramente faranno parte dell’operazione i Civici e Innovatori di Gianfranco Librandi e il gruppo che insieme a Enrico Zanetti ha tentato l’alleanza con Denis Verdini. E poi c’è Stefano Parisi, ex candidato sindaco a Milano e leader di Energie per l’Italia. Ha un ruolo centrale, tanto che in molti pensano alla sua figura per la leadership centrista. Lui per ora tentenna. Ha già assicurato che non gli interessa guidare un cartello elettorale, semmai lascia aperte le porte del suo movimento per chi è interessato a convergere in un nuovo soggetto. «Ma prima - spiega - è necessario ricostruire il rapporto tra la politica e le persone».

Per il variegato mondo centrista è una questione di sopravvivenza. Per tornare in Parlamento bisognerà superare il 5 per cento. Impresa dura, durissima. Ma non impossibile, assicurano i diretti interessati. Purché si riesca a mettere da parte i veti incrociati e i protagonismi degli ultimi anni, dando vita a un’alleanza e a un listone in grado di superare lo sbarramento

E così torna l’incubo dell’unità. Inutile negarlo, in questi anni sono stati numerosi i tentativi di ricostruire un’area centrista. Sognando la Balena Bianca si è provato più volte a creare una federazione di movimenti, con una chiara ispirazione ai popolari europei. E tutte le volte ci si è dovuti arrendere di fronte a invidie e veti incrociati. Antipatie e rivalità non hanno permesso di trovare una sintesi. «Ecco perché ora diventa necessario per tutti fare un passo indietro - racconta chi sta seguendo da vicino il progetto - E rinunciare a vanità e protagonismi». La scelta della leadership sarà affidata, con ogni probabilità, a primarie da tenere entro settembre. Il tentativo non è affatto improvvisato, assicurano. Anzi, il cantiere è stato avviato già da un paio di mesi. La memoria torna alla manifestazione tenuta al tempio di Adriano lo scorso 8 aprile, alla presenza di Alfano, Casini, Tosi e Zanetti. E così la nuova legge elettorale diventa quasi un’opportunità da cogliere. «Il centro deve uscire da un complesso di inferiorità permanente e organizzarsi rapidamente» ha spiegato ieri Gianpiero D’Alia, coordinatore dei Centristi per l’Europa. «La soglia di sbarramento al 5 per cento ci dà l’opportunità di uscire dalla logica dei cespugli e approdare finalmente alla politica».

Ci si aggrappa all’orgoglio, alle comuni radici. E persino a qualche suggestione. Per alcuni giorni era girata la voce che il ruolo di leader potesse essere affidato al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Una figura apprezzata - chiamata in causa anche da altre forze politiche - in grado di convincere una belle fetta dell’elettorato. Eppure la strada sembra irrealizzabile: lo stesso Calenda ha assicurato di non aver alcuna aspirazione politica. Il listone centrista si farà dunque, non ci sono alternative. Ma il leader bisognerà trovarlo in casa.

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