Tecnica Group, storia dell’impresa che ha inventato i Moon Boot (e tutto il resto)

Era un piccolo calzaturificio di Montebelluna oggi è una multinazionale che esporta in settanta Paesi. Un’ascesa fatta di uno scarpone in plastica, di acquisizioni in Germania nonostante il supermarco e di un’intuizione geniale mentre tutti guardavano l’uomo che metteva piede sulla LUna

 RZ 8275
2 Giugno Giu 2017 0808 02 giugno 2017 2 Giugno 2017 - 08:08
WebSim News

In questa storia ci sono un imprenditore americano un po’ pazzo, i subfornitori della Fiat, un uomo che cammina sulla Luna, il museo di arte moderna più importante del mondo. Soprattutto, però, c’è un piccolo calzaturificio familiare nato nel 1960 a Montebelluna, in provincia di Treviso, che produce scarpe anti-infortunistiche per i lavoratori delle Dolomiti e che oggi, cinquantasette anni dopo, è il più grande produttore europeo di scarpe outdoor, una multinazionale che serve undicimila punti vendita ed esporta in settanta Paesi.

L’azienda si chiama Tecnica Group, come l’omonimo brand di scarponi da sci, ma quello è solo il primo capitolo della storia, quello in cui Giancarlo Zanatta decide di trasformare le sue scarpe anti-infortunistiche in calzature da roccia e poi, aggiungendo scanalature a tacchi e punte, di farle diventare scarponi da sci: «Al tempo la pelle aveva il predominio su qualunque altro materiale - spiega Alberto, figlio di Giancarlo e attuale presidente del gruppo -: noi abbiamo cambiato le regole del gioco».

La storia a questo punto si sposta negli Stati Uniti dove un signore che si chiama Bob Lange sta sperimentando dalla fine degli anni ’50 un nuovo scarpone da sci fatto di plastica. Il primo modello entra in produzione nel 1970 ma è attorno al ‘72 che questa soluzione viene adottata anche in competizione dagli sciatori professionisti. La risposta di Tecnica è un distillato purissimo di ingegno made in Italy: dove altri copierebbero e basta, Zanatta innova. «Mio padre capisce che quello è il futuro - racconta ancora Alberto -, ma si rende conto che la plastica è molto più scomoda della pelle, e che è dalla soluzione di questo problema che passa la possibilità di rendere questi nuovi scarponi un prodotto di massa». L’invenzione si chiama Tecnus ed è il primo scarpone da sci di plastica a doppia iniezione, «con due durezze diverse a seconda dei punti, per favorire la vestibilità e la comodità». Per introdurre questa tecnologia, spiega «mio padre è andato a Torino, dalle aziende della subfornitura di Fiat, che facevano gli stampi per i cruscotti e gli interni delle autovetture». Tra distretti ci si aiutava, allora.

Mentre tutti guardano la Luna, lui, Zanatta, guarda il dito, anzi il piede. È affascinato dalle scarpe che indossa l’astronauta americano, così simili agli scarponi da sci, ma diversi, più leggeri, più comodi, mentre saltellano su quelle rocce bianche che sembrano fatte di neve

Improvvisamente, questa piccola realtà italiana diventa uno dei più importanti e innovativi produttori di scarponi da sci al mondo. Per qualcuno, sarebbe un punto d’arrivo. Per Zanatta è solo un’istruttiva lezione: che tutto può essere reinventato. E che i nuovi materiali possono essere lo strumento per cambiare le regole del gioco. Siamo sempre a fine ‘60 e tutti sono incollati allo schermo della televisione mentre Neil Armstrong è il primo uomo a passeggiare sulla superficie lunare.

Inversione del proverbio: mentre tutti guardano la Luna, lui, Zanatta, guarda il dito, anzi il piede. È affascinato dalle scarpe che indossa l’astronauta americano, così simili agli scarponi da sci, ma diversi, più leggeri, più comodi, mentre saltellano su quelle rocce bianche che sembrano fatte di neve. L’intuizione ha un nome e si chiama Moon Boot, la prima vera scarpa doposcì: «Prima, una volta tolti gli scarponi da sci, si usavano le pedule in pelle pure per passeggiare sulla neve, ma erano totalmente inadeguate, si bagnavano subito, diventavano pesanti. Così abbiamo deciso di creare questa nuova scarpa leggera e impermeabile, usando materiali come la schiuma di poliuretano e il nylon».

Il risultato è clamoroso: 22 milioni di esemplari venduti, un milione nel solo 1986 quando il doposcì ambidestro e multitaglia diventa un fenomeno di massa: «È un prodotto immortale, che ognuno di noi lega a i momenti più belli passati sulla neve, la passeggiata nel silenzio con la fidanzata, il pupazzo di neve con il figlio - spiega Alberto Zanatta - Del resto, non c’è anno in cui non li abbiamo venduti - spiega - ma ora stiamo cercando di dargli un nuovo senso, più legato al fashion, abbinandolo a icone come Star Wars o a brand di alta moda come Jimmy Choo». E mentre persino istituzioni museali come il MoMa e il Louvre ne celebrano l’iconicità, Tecnica prova a destagionalizzarlo, realizzando scarpe da tutti i giorni che ne mantengono intatti i tratti distintivi – la sagoma della tomaia, i lacci ed i rinforzi su punte e talloni.

Ecco, la destagionalizzazione. Che diventa la nuova grande ossessione di Tecnica, che fino a quel momento viveva di fatto solo sui mesi invernali: «A fine anni ’70 nasce l’idea di portare l’innovazione tecnologica pure sul trekking», racconta ancora Zanatta. La dove un tempo c’erano le tipiche scarpe marroni, in pelle coi lacci rossi e gialli, Tecnica è la prima a utilizzare materiali innovativi come Goretex e Cordura. Non solo: è anche la prima azienda italiana - nel 1993, con la Lira in piena tempesta valutaria e il Super Marco - che decide di comprarsi un’azienda tedesca, la Lowa, un’azienda che faceva scarponi da sci e scarpe da trekking: «Ci siamo portati qui gli scarponi e gli abbiamo permesso di focalizzarsi sul trekking». Risultato? Oggi Lowa è leader di mercato e benchmark per innovazione e qualità di ogni suo competitor.

Siamo nei primi anni duemila e le acquisizioni si susseguono: da Benetton arrivano Nordica e Rollerblade, primo e storico marchio di pattini in linea, poi gli sci della Blizzard: «Oggi il 60% del nostro fatturato non è legato al mondo della neve». La storia continua, con la produzione dislocata tra l’est Europa e l’estremo oriente, dove vengono assemblati i pattini, mentre la fase di creazione, ricerca e sviluppo prototipazione e marketing è rimasta tutta in Italia, nella sede storica di Giavera del Montello. La crisi dell’azienda, coincidente con quella globale e oggi superata, non ha scalfito questa vocazione: «Abbiamo aiutato l’azienda sia nei momenti di difficoltà sia nella successiva fase di sviluppo - racconta Giulio Busoni, Principal di Porsche Consulting - contaminando tutta l’azienda del valore della storia, delle competenze e della tensione all’innovazione di Tecnica Group, per poi riversare questo valore su ognuno dei brand del gruppo in modo da valorizzare al massimo il loro posizionamento sul mercato attraverso la revisione del portafoglio prodotti, lavorando sia in termini di efficientamento ma soprattutto di crescita. Altra strada non esiste, per raggiungere una crescita di lungo periodo». Che camminare sulla Luna, in fondo, è molto più difficile che arrivarci. Ma anche più bello.

Potrebbe interessarti anche