Biennale di Venezia, Viva Italia Viva

Un giro alla tradizionale esposizione d'arte veneziana dove il padiglione italiano cattura per il done della sintesi: tre artisti, tre opere che hanno davvero qualcosa di magico. Anche se poi vince la Germania

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Non vi mostriamo niente, andateci (foto Ludovica Niero)

3 Giugno Giu 2017 0830 03 giugno 2017 3 Giugno 2017 - 08:30

Quello che si chiede ai visitatori che varcano l'Arsenale, dal 13 Maggio al 26 Novembre, è un'apertura di sensibilità. Lasciate fuori qualsiasi intellettualismo e infilatevi in una sorta di disponibilità affettiva nei confronti di uno spazio e degli oggetti che temporaneamente lo abitano. L'ottimistica ambizione della direttrice di quest'anno, Christine Macel, è infatti quella di scoprire le possibilità di definizione (rifondazione) di un nuovo umanesimo, in senso letterale e letterario. Insomma? Si osserva negli artisti di oggi la ricerca di quelle convenzioni mitiche di segni emozionali che tutti, e ovunque, possiamo capire. Per farlo, si producono oggetti seducenti come frutti e habitat sensoriali addomesticabili. “Viva Arte Viva” è dunque il titolo scelto dalla curatrice francese per la Biennale di Venezia numero 57: quest'anno si intende parlare di umani.

Noi, uomini del secondo decennio del secondo millennio, torniamo pazientemente a ricercare i codici fondamentali del linguaggio espressivo, come nuovi primitivi. Non per nulla è stato premiato con il Leone d'oro al migliore artista il tedesco Franz Erhard Walther, il quale rivendica i suoi dispositivi di stoffa rigorosamente statici come opere vive con cui creare dialogo. Le affascinanti forme tessili hanno la carica di misteriosi strumenti rituali, giganti come Stonehenge e colorati come graffiti urbani, capaci di aprire lo spazio mentale dell'immaginazione in quanto parte del processo artistico di trasformazione del reale. Non fuga dalla realtà, ma una nuova esperienza di essa, dunque. In questo concetto si incastra perfettamente l'esposizione del padiglione italiano curato da Cecilia Alemani, milanese di formazione, newyorkese per professione. “Il mondo magico” è il meraviglioso titolo prestato dal libro del 1948 dell’etnologo napoletano Ernesto di Martino, studioso della funzione antropologica del magico.

La mostra italiana ha sicuramente il dono della sintesi: tre artisti, tre opere che hanno davvero qualcosa di magico. Nella prima sala, Roberto Cuoghi ci mette di fronte ad un'officina di figure devozionali in materiale organico. Dallo stampo alla fase di consolidamento, passando per i risultati di questo processo, lì esposti e mutevoli: si viene infatti risucchiati da una struttura pneumatica trasparente a corridoio con piccole cappelle laterali, architettura effimera a metà tra i rifugi per studi scientifici di estreme missioni antartiche e una profonda cripta futuristica. I corpi di Cristo prodotti nell'onirica “fabbrica” si mostrano allo spettatore in un connubio sensoriale a difficoltosa digeribilità olfattiva, producendo trasfigurazioni sperimentali continuamente in divenire. L'“Imitazione di Cristo” (titolo dell'opera) si ripete e non si ripete mai, generatore di materia e identità.

“The Reading/La Seduta” è il lavoro presentato da Adelita Husni-Bey, un film che racconta una discussione tra ragazzi avvenuta sotto forma di lettura dei tarocchi a Manhatta, oggi Manhattan, territorio anticamente appartenente alla tribù nativa americana Lenape. I tarocchi sono il mezzo magico per sviscerare complesse riflessioni ed esercizi performativi su tematiche ambientali ampie, sui legami culturali e spirituali che congiungono l'uomo alla terra. Come ulteriore interrogativo sulla nostra permanenza terrena, circondano l'ambiente filamenti e calchi di braccia in silicone luminescenti. In questo caso l'artista si pone come guida, conducendo a nuove cosmologie possibili.

Dovuto alla forte penombra, ci vuole qualche secondo di assestamento ottico prima di capire che l'importante altezza dell'ultimo ambiente del Padiglione è dimezzata da una struttura di tubi innocenti, che puntella lo spazio in cinque navate. “La fine del mondo”, di Giorgio Andreotta Calò, accede ad un mondo superiore: un'enorme superficie d'acqua, corrispondente a quella della sala, sdoppia il soffitto a capriate lignee così riflesso. L'acqua muove misteriose e mutevoli vibrazioni, contrasta la rigorosa solidità del piano sotto accentuando il tema simbolico del doppio. Si preferisce sospendere l'incredulità. La fine del mondo?

Nessuna gratificazione istituzionale per l'esposizione italiana (viene voglia di chiedersi se non ora quando), il premio per la migliore partecipazione nazionale è andato infatti alla Germania con l’installazione performativa “Faust” di Anne Imhof, ma per attualità della tematica proposta e sovversiva rivisitazione della tipica modalità “collezione” delle partecipazioni nazionali, si ricorderà. L'immaginario umano torna verso fuori, manipola e sperimenta nel laboratoriomondo in epoca di post-verità, in cui le informazioni che circolano non sono necessariamente confermate o negate.

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