Scordatevi il cinema contemporaneo, sono i romanzieri arturiani ad aver inventato l'eros

Le rivisitazioni del ciclo bretone su re Artù e i suoi cavalieri hanno influenzato tutte le più grandi storie raccontate di seguito: ne presero spunto Dante, Mark Twain e perfino Walt Disney. Ma a garantirne il successo non è tanto l'elemento avventuroso in sé, quanto la ricerca dell'eros

LANCILLOTTO E GINEVRA 5
3 Giugno Giu 2017 0830 03 giugno 2017 3 Giugno 2017 - 08:30

Non c’è nulla di male nel reinventare i miti prendendosi qualche libertà. James Joyce fece passeggiare un uomo qualsiasi, in un giorno qualsiasi, per le strade di Dublino, intitolò il tutto Ulisse e nessuno ci trovò nulla da ridire.

King Arthur – Il potere della spada, l’ultimo film di Guy Ritchie, prende l’erede di una nobile casata riciclatosi delinquente di strada, gli fa imparare le arti marziali, si dilunga su un problematico rapporto psicologico con… una spada e condisce il tutto con elefanti alti come grattacieli.

Qui però di cose da dire ce ne sono: il film è lungo, confuso e sgraziato, e porta i segni, probabilmente, dei registi e degli sceneggiatori che hanno lavorato al progetto. Prima che, alla fine, il regista di The Snatch prendesse in mano le cose.

L’uscita nelle sale è stata rimandata di almeno sei mesi, in fase di montaggio e postproduzione deve essere successo di tutto, e di queste difficoltà se ne devono essere accorti anche gli spettatori. Brutte notizie per la Warner, che progettava di avviare un ciclo di sei film arturiani: le perdite di King Arthur potrebbero raggiungere i 150 milioni di dollari, un fallimento così spettacolare che un recensore ha scritto che, al programmato ciclo di sei film, potrebbero alla fine mancarne cinque.

Proviamo però a metterci nei panni dello studioso della materia arturiana: il tentativo di Guy Ritchie è davvero così assurdo? La storia di re Artù può ancora essere la storia di re Artù, senza che compaiano Lancillotto e Ginevra, con personaggi come Merlino e Mordred poco più che figure sullo sfondo?

La risposta è senz’altro sì. Non esiste un’unica storia del mitico re d’Inghilterra. La sua prima biografia – dopo una serie di riferimenti in cronache latine gallesi e bretoni nell’Alto Medioevo – venne scritta da un chierico inglese poco prima del 1140: Geoffrey of Monmouth, autore dell’Historia Regum Britanniae, cioè la storia dei re d’Inghilterra prima dell’arrivo dei Sassoni.

Nella versione di Geoffrey, non c’è la Tavola Rotonda, né la storia d’amore tormentata tra Lancillotto e Ginevra, niente Excalibur e Spada nella roccia. Del Graal nemmeno l’ombra.

Excalibur, Tavola Rotonda e Graal arrivarono nella storia più avanti, insieme alle storie di amori difficili. Il passaggio fondamentale avvenne in Francia quasi un secolo dopo: intorno al 1230, le vicende di re Artù venne raccontata di nuovo in un ciclo di cinque romanzi, detti del Lancelot-Graal

Prendendo molti elementi da antiche storie celtiche, Geoffrey presenta invece Artù come un re virtuoso che resiste ai Sassoni in patria e si lancia in una serie di conquiste all’estero (Norvegia, Danimarca). Si scontra con un esercito romano in Gallia, e vince. La storia è infatti ambientata negli ultimi periodi della dominazione romana sulle isole britanniche.

Sulla via per conquistare Roma, Artù viene a sapere che suo nipote Mordred ha usurpato la corona e ha una relazione adultera con la regina Ginevra. Torna quindi in patria e, nello scontro finale contro l’esercito di Mordred a Camlan, viene mortalmente ferito. Trasportato ad Avalon, gli succede il cugino. L’anno, dice Geoffrey, è il 542.

Tornando a King Arthur: ecco il perché di quell’enorme colosseo semidiroccato in una panoramica di Londinium. Ed ecco il perché è credibile fare di re Artù soprattutto una storia di potere militare e di legittimità monarchica. Geoffrey scriveva poco dopo la conquista dell’Inghilterra da parte dei Normanni, che saranno stati ben contenti di vedere un’opera che li ricollegava al già famoso Artù (tramite la conquista della Gallia) e dava lustro al loro passato.

L’Historia si presenta infatti come una cronaca, il racconto di avvenimenti accaduti davvero. Convincente o no – già pochi decenni dopo altri autori inglesi avevano qualche dubbio – il libro di Geoffrey ebbe uno straordinario successo. Ce ne sono arrivati oltre duecento manoscritti, moltissimi per un’opera medievale.

Quello che manca nel racconto di Geoffrey – damigelle in difficoltà, raffinati giochi di corte – è notevole almeno quanto vi viene raccontato.

Excalibur, Tavola Rotonda e Graal arrivarono nella storia più avanti, insieme alle storie di amori difficili. Il passaggio fondamentale avvenne in Francia quasi un secolo dopo: intorno al 1230, le vicende di re Artù venne raccontata di nuovo in un ciclo di cinque romanzi, detti del Lancelot-Graal. L’attenzione si spostò sulla storia di un cavaliere in particolare, Lancillotto – re Artù recede quasi sullo sfondo – e sulla ricerca da parte dei cavalieri di re Artù del sacro Graal, un elemento inserito nella vicenda solo pochi decenni prima da uno dei più grandi autori francesi del Medioevo, Chrétien de Troyes.

Ma soprattutto, arrivò in primo piano la dimensione erotica. Lo stesso Lancillotto, nonostante sia il miglior cavaliere del mondo, non può essere colui che raggiunge il Graal per colpa del suo peccato di adulterio (l’onore spetta a Galaad).

Da questa versione viene la nostra idea delle storie di re Artù fatte di cavalieri cortesi e principesse da salvare. Nella Divina commedia, Paolo e Francesca si danno il bacio fatale mentre stanno leggendo la versione francese della leggenda arturiana, un libro diffusissimo all’epoca.

Come già per i trovatori, fondamentali per la creazione della nostra idea dell’amore romantico, l’Italia fu uno dei luoghi di più grande risonanza della leggenda di Artù. Molti manoscritti dei romanzi arturiani vennero copiati in Italia, che si affezionò in particolare alla storia di Tristano (anche lui nominato nella Divina Commedia). Il suo amore con Isotta era in realtà una vicenda autonoma, ma il potere di attrazione del ciclo del Lancelot-Graal era così forte da farlo diventare un cavaliere della Tavola Rotonda e inglobarlo nel mito.

Il kolossal della Warner lascia da parte tutto questo filone e non mostra neanche un accenno di romanticismo nelle due ore di film. Non sappiamo se nel seguito dei film, se mai usciranno, il finora ruvido Artù si lascerà andare a qualche tenerezza in più, anche se è facile aspettarselo, visto che in questo primo film non si fa parola di Ginevra.

Ma le incarnazioni di re Artù non sono per nulla limitate a questi grandi classici. In Galles, gli autori della rinascita della cultura e della lingua autoctone si sono rivolti a re Artù per avere un eroe nazionale simbolo della resistenza all’inglese

Versione “inglese” e versione “francese”, dicevamo; cronaca e romanzo. Al tempo di Dante il mito di Artù aveva già un glorioso passato alle spalle, ma nei secoli successivi gli sarebbero successe ancora molte trasformazioni.

Persino la cultura britannica, alla fine, si arrese al fascino delle storie francesi, e Thomas Malory intorno al 1470 riprese tutto il ciclo e lo raccontò in un romanzo in prosa intitolato La Morte Darthur. Questa versione – che naturalmente inserisce nuovi elementi nella trama e nei personaggi – è alla base di gran parte delle riprese moderne.

E della ripresa per eccellenza, quella che fece tornare popolare re Artù dopo un paio di secoli – il Seicento e il Settecento – in cui la storia sembrò passare di moda. Nel Regno Unito vittoriano, il poeta più famoso dell’Ottocento britannico, Alfred Tennyson, raccontò di nuovo in dodici poemi (Gli idilli del re) le storie arturiane della versione di Malory. A sua volta, manco a dirlo, con il suo grado di libertà, e riportandolo di nuovo nella cultura comune.

Siamo quasi ai nostri giorni. Se il vostro immaginario arturiano si è formato da bambini, è facile che abbia un peso importante La spada nella roccia, il film d’animazione della Disney uscito nel 1963. Si basa su un grande successo editoriale di pochi anni prima, The Once and Future King di T. H. White (tradotto in italiano come Re in eterno): l’ennesimo racconto della leggenda dall’inizio alla fine, ispirata in questo caso a Malory, ma con nuove aggiunte e nuovi elementi. Un esempio? L’educazione di Artù, da parte di Merlino, tramite la trasformazione in una serie di animali.

Ma le incarnazioni di re Artù non sono per nulla limitate a questi grandi classici. In Galles, gli autori della rinascita della cultura e della lingua autoctone si sono rivolti a re Artù per avere un eroe nazionale simbolo della resistenza all’inglese - paradossalmente, qualche decennio dopo che Artù era stato interpretato ai tempi di Tennyson come il sovrano ideale ai tempi dell’impero britannico.

A volte, re Artù è stato reinventato perché simbolo di qualcosa da combattere. Mark Twain, grande appassionato delle storie cavalleresche da ragazzo, si rivoltò contro i suoi primi amori letterari – come spesso accade – e contro la nuova moda per il Medioevo. Fece succedere cose tremende, vere e proprie guerre di sterminio, in uno dei primi romanzi a inventarsi un viaggio nel tempo, il bizzarro Un americano alla corte di re Artù del 1889.

Il cinema non è certo rimasto a guardare: solo dagli anni Cinquanta ad oggi sono stati girati così tanti film su re Artù e i suoi cavalieri da far nascere l’immancabile lista dei dieci adattamenti cinematografici migliori sul tema.

Insomma: le storie arturiane sono così varie e hanno affascinato così tanti autori diversi attraverso i secoli da lasciare spazio a ogni reinvenzione, ogni aggiunta, ogni rivisitazione. È possibile che nelle infinite trasformazioni ci siano stati tutti gli elementi del film di Guy Ritchie, compresi gli elefanti, i supercattivi in CGI (re Artù è diventato anche un videogioco), i mostri marini.

Tranne il kung fu. Da nessuna parte ci può essere stato il kung fu.

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