Veronica De Romanis: «L’austerità? Fa crescere l’economia e protegge i più deboli»

Intervista all’economista, in libreria con un saggio-elogio al rigore: «Macron vince promettendo tagli? Non è il solo. Con i conti in ordine si proteggono i più deboli. La Spagna? Un esempio da seguire»

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YASUYOSHI CHIBA / AFP

3 Giugno Giu 2017 0830 03 giugno 2017 3 Giugno 2017 - 08:30
WebSim News

No, a Veronica De Romanis i luoghi comuni non piacciono granché. E evidentemente, nemmeno le favole di chi racconta che l’Italia volerebbe se non fosse per il rigore imposto dall’Europa e dai suoi padroni teutonici. Economista formata tra la Sapienza e la Columbia University, docente alla Luiss e alla sede dell’Università di Stanford a Firenze, De Romanis ha appena dato alle stampe “L’austerità fa crescere” (Marsilio, 2017), un volume che prova a dimostrare, con dovizia di numeri e dettagli, perché quelle dell’austerità eccessiva, recessiva, imposta, ingiusta, inutile e responsabile dell’ascesa dei populisti siano panzane auto-assolutorie. E che invece, se ben attuato, il rigore nei conti pubblici sia un vettore di crescita economica, oltre che un segno di responsabilità e solidarietà verso le nuove generazioni e gli altri Paesi che appartengono all’Unione Europea.

Partiamo da un altro luogo comune, De Romanis, quello per cui evocare tagli e rigore faccia perdere le elezioni. Emanuel Macron, in piena campagna elettorale, ha annunciato un taglio di sessanta miliardi alla spesa pubblica francese. Eppure oggi è all’Eliseo…
Ha fatto ancora di più, Macron. In uno dei dibattiti televisivi ha detto a Marine Le Pen che il deficit non era una buona cosa per la Francia. Parliamo di un Paese che non rispetta le regole da nove anni e che non ha mai ottenuto una sanzione per questo. A dimostrazione che le regole non sono così rigide come si vuol dar credere. Poteva starsene zitto, e invece ha infranto un tabù.

E ha pure vinto le elezioni…
Questa cosa che l’austerità sia responsabile dell’ascesa dei populisti è una bufala da smontare. Non è il primo Macron, a vincere promettendo rigore economico.

Sì ok, la Germania, i Paesi del nord Europa…
Non solo. Anche gli spagnoli hanno rieletto per due volte Mariano Rajoy, uno che diceva che la Spagna dovesse continuare con il consolidamento fiscale, mentre hanno punito Podemos, che prometteva più spesa pubblica. E in Portogallo, nonostante al governo per un gioco di alleanze ora ci sia il socialista Costa - che peraltro ha ricevuto l'investitura dal presidente della repubblica uscente solo promettendo di rispettare i patti con i creditori internazionali - era stato il premier uscente Coelho a prendere più voti di tutti, un altro difensore dell’austerità. Persino in Grecia i sondaggi attuali danno Nea Demokratia, altro partito del rigore, in netto vantaggio su Syriza. Parliamo di Paesi che hanno fatto sacrifici duri. Se fossero stati inutili, non crede si sarebbero ribellati a chi glieli ha imposti?

Evidentemente non lo sono.
Certo che no, visto che Spagna, Irlanda e Portogallo sono tra i Paesi che crescono maggiormente in Europa, sicuramente più di Italia e Francia che oggi crescono meno della media dell'area Euro, che l’austerità non sanno nemmeno cosa sia, in confronto.

Oddio, da noi c’è stato Monti…
Sì, quel governo è l'unico che ha fatto l'austerità. Del resto è stato chiamato proprio per fare il lavoro sporco, ossia mettere i conti in sicurezza, quello che i politici non hanno voluto prendersi la responsabilità di fare. Il governo tecnico è anomalia tutta italiana.

E dopo?
C’è un modo per misurare austerità: surplus primario al netto del ciclo. Durante il governo Monti questo surplus è aumentato dall’1% circa al 3,7%. Con Renzi alla fine del 2016 era già tornato al 2,5%. Ma per dire che abbiamo attuato una politica espansiva, in questi ultimi anni, basterebbe osservare la spesa pubblica, che non ha fatto che aumentare.

Davvero?
Tra il 2013 e il 2016 la spesa totale è cresciuta di quasi 10 miliardi, quello che è stato tagliato sono gli investimenti fissi lordi, la parte più produttiva della spesa pubblica. Per tre miliardi, a voler essere precisi. Quel che non è cresciuto è il Pil, a dimostrazione che non basta spendere, ma bisogna spendere bene.

E com’è che si spende bene?
Il nostro Paese dovrebbe spendere in formazione per i giovani, in un sistema duale di alternanza scuola-lavoro come quello tedesco, efficiente e molto costoso. E ancora, spendere per le politiche attive del lavoro: dovrebbero essere i centri per l’impiego a trovare lavoro ai giovani, non le conoscenze e le amicizie. Noi per le politiche attive spendiamo un decimo di quel che spende l’austera Germania. Infine, per permettere alle donne di lavorare: un tasso di occupazione femminile di 14 punti inferiore all’area euro grida vendetta.

E invece…
E invece abbiamo speso per dare 80 euro al mese al ceto medio, cosa che non è servita nemmeno a rilanciare i consumi visto che gli italiani se li sono messi sotto il materasso. E abbiamo offerto la decontribuzione ai nuovi contratti di lavoro, che ha drogato il mercato per un anno, un intervento costato oltre 12 miliardi, risorse che se messe nel taglio strutturale del cuneo fiscale avrebbero avuto un impatto ben diverso sulla crescita.

Buone o cattive, come le finanzi queste maggiori spese, se non a debito?
Riducendo deduzioni e detrazioni fiscali, ad esempio, un insieme di oltre settecento voci che riducono la trasparenza del bilancio, peraltro. E poi facendo revisione della spesa. Che non vuol dire semplicemente tagliare: appena arrivata alla Cancelleria, Angela Merkel ha portato avanti una spending review molto seria, ma non ha toccato né la scuola, né la sanità, né la attività di ricerca e sviluppo, cui invece ha aumentato in budget. Lo sostengo da anni: una buona spending review è esito di scelte politiche. Per questo deve farla il ministro dell’economia, non i commissari tecnici, che infatti vengono mandati regolarmente a casa, mentre le loro proposte finiscono a prendere polvere nei cassetti.

Un Paese da cui dovremmo prendere esempio? Non dica la Germania…
In Spagna hanno fatto ottime politiche di rigore: hanno cambiato i fondamentali dell’economia con le riforme del mercato del lavoro, hanno tagliato le tasse alle imprese. Certo, molte cose restano da fare, ad esempio la disoccupazione è ancora altissima, ma dal 26% del 2013 è già scesa al 19% del 2016. Le cose stanno cambiando.

Bella forza, hanno un rapporto deficit/Pil che è da anni molto sopra il 3%…
Vero. Ma nel 2013 era al 7% e nel 2016 è attorno al 4%. Questo vuol dire che in quei tre anni hanno fatto austerità buona. E infatti il Pil è cresciuto, nonostante la spesa si sia ridotta.

Cosa che non è successa in Grecia, invece. Dove si aggiunge la frustrazione di vedere il proprio governo alla mercé di decisioni altrui…
Raccontiamola tutta, la storia. I greci hanno avuto per dieci anni un tasso di crescita più alto della zona euro. Mentre questo accadeva, il debito prendeva il volo, in solI due anni, dal 2007 al 2009 la spesa pubblica è cresciuta di oltre dieci punti percentuali dal 46% al 57%. A un certo punto, nessuno voleva più prestare soldi alla Grecia, non si fidavano più. Papandreu quindi si è visto costretto a chiederli in prestito ai propri partner europei ed è stato costretto ad ammettere pubblicamente che la Grecia aveva truccato i conti: il disavanzo non era del 3% come dichiarato per entrare a far parte dell'unione monetaria ma ben al di sopra del 15%. Lo shock fu enorme per gli altri membri dell'unione perché si rompeva un rapporto di fiducia ed è proprio sulla fiducia che si basa il valore di una moneta.

Si imputa all’Europa di averci messo troppo tempo a salvare la Grecia…
L’Europa ci ha messo un sacco di tempo per capire come fare, perché non c’erano né precedenti né know how. E infatti per questo è stata chiesta la partecipazione del Fondo Monetario Internazionale che di mestiere aiuta i Paesi in difficoltà. In cambio degli aiuti i partner europei hanno però chiesto delle condizionalità, che nel dibattito pubblico sono state chiamate, per l'appunto, austerità. Se tu chiedi i soldi, del resto, è normale che ti venga chiesto qualcosa in cambio, perlomeno la garanzia che non ci ricascherai, che non tornerai a spendere come un matto e a truccare i conti. Ecco perché l'austerità non è una scelta ma un intervento inevitabile frutto di scelte economiche sbagliate prese nel passato.

Questa cosa che l’austerità sia responsabile dell’ascesa dei populisti è una bufala da smontare. Non è il primo, Macron, a vincere promettendo rigore economico. Anche gli spagnoli hanno rieletto per due volte Mariano Rajoy, uno che diceva che la Spagna dovesse continuare con il consolidamento fiscale, mentre hanno punito Podemos, che prometteva più spesa pubblica. Persino in Grecia i sondaggi attuali danno Nea Demokratia, altro partito del rigore, in netto vantaggio su Syriza

Però i partner europei sono stati piuttosto severi, con la Grecia...
È vero, le condizioni del primo pacchetto d'aiuti sono state piuttosto severe. Ma era la prima volta e si voleva in qualche modo scoraggiare altre situazioni simili. Già a partire dal secondo pacchetto le condizioni sono state notevolmente ammorbidite. Tanto che nel 2012 il debito greco in mano ai privati è stato ristrutturato e il valore nominale è stato ridotto del 53%.

La crisi greca ha aperto una falla in Europa tra Paesi del nord e del sud. Quando il presidente dell’Eurogrouppo, l'olandese Jerome Djesselbloem, ha paragonato i Paesi del sud Europa a donnaioli alcolizzati - così l'abbiamo capita noi, perlomeno - siamo insorti...
In quel ragionamento di Djesselbloem l'errore vero è stato un altro.

Quale?
Dire che a pagare per i salvataggi dei Paesi in difficoltà siano stati solo i Paesi del Nord. Non è assolutamente vero. A salvare la Grecia hanno contribuito tutti, dalla Germania all’Italia, dall’Olanda alla Spagna, persino I Paesi più poveri della Grecia come Slovenia ed Lettonia hanno contribuito a salvare i greci per il solo fatto di essere parte dell’union monetaria. Per questo dico che l’austerità andrebbe associata a due parole: responsabilità e solidarietà. Con i conti in ordine tu stai proteggendo i più deboli.

Un po’ forte, come affermazione.
Prendiamo i giovani. Oggi il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è di poco inferiore al 40%, una percentuale doppia rispetto alla media dell'area Euro, che non permette loro di costruirsi un futuro stabile, di versare contributi adeguate per le loro pensioni. Forse, almeno il fardello di un debito pubblico mostruoso potremmo pure levarglielo, visto che sono loro quello che lo dovranno ripagare, tra qualche anno. L’ha detto pure il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, nella sua relazione di qualche giorno fa: non si può più rimandare L’aggiustamento debito pubblico. Con Renzi, siamo passati dal 129% al 133% del Pil. Ora dobbiamo per forza invertire la rotta, non perché ce lo chiede la Merkel e l’Europa, ma perché è un fardello che rende fragile il nostro Paese e il futuro delle prossime generazioni, che già hanno tanti problemi a cercare lavoro. Perché i politici devono pure ipotecare loro futuro?

Appena arrivata alla Cancelleria, Angela Merkel ha portato avanti una spending review molto seria, ma non ha toccato né la scuola, né la sanità, né la attività di ricerca e sviluppo, cui invece ha aumentato in budget. Lo sostengo da anni: una buona spending review è esito di scelte politiche. Per questo deve farla il ministro dell’economia, non i commissari tecnici, che infatti vengono mandati regolarmente a casa

Quindi che si fa? Dobbiamo rinunciare all’idea di abolire il fiscal compact?
Anche qui, raccontiamola tutta. Il fiscal compact è nato da un idea di Mario Draghi per poter lanciare il quantitative easing. Chi chiede di abolire il fiscal compact, di fatto vuole abolire il quantitative easing, cosa che finora ha fatto risparmiare all’Italia, solo di spesa per interessi, una sessantina di miliardi. E poi il fiscal compact, come dice sempre lo stesso Draghi, va letto per intero, perché dentro c’è tutta la flessibilità che serve, così come nelle regole europee su debito e deficit. Peraltro, noi siamo il Paese che più ha beneficiato di questa flessibilità, nell'ultimo biennio, quasi 20 miliardi di spesa pubblica da spendere in disavanzo. Il problema che l’abbiamo utilizzata male, per aumentare la spesa corrente e non per fare investimenti.

Un ministro delle finanze europeo potrebbe essere la soluzione?
Accontentiamoci del fatto che stia diventando una prospettiva concreta, per ora. Fino a oggi, infatti, il vero oppositore al ministro delle finanze europeo era la Francia, restia a cedere ulteriore flessibilità. Macron, a differenza dei suoi predecessori non è contrario, e ne ha già parlato anche con Merkel.

Cosa cambierebbe rispetto a oggi?
Oggi le regole europee sono sui saldi. Tu sai che non devi sforare il 3% nel rapporto tra disavanzo e Pil, ma come ci arrivi - che spese tagli e che tasse aumenti -, è una decisione dei governi nazionali. Immagino che un Ministro delle Finanze europeo avrebbe qualcosa da dire anche su come fare. Indubbiamente, sarebbe un passo in avanti verso una maggiore integrazione fiscale.

L’Italia riuscirà a digerire questa ingerenza?
Non ha senso non farlo. Siamo la terza potenza dell'Unione . Noi dobbiamo stare dentro l’Europa, accompagnarla nella transizione da unione monetaria a unione fiscale, sino all’unione politica. Anche perché unione fiscale vuol dire anche bilancio unico, armonizzazione delle aliquote, Eurobond.

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