Gran Bretagna, cavalcare la paura del terrorismo non fa vincere le elezioni

Contro il terrorismo le paranoie securitarie, dalla Brexit alle recentissime uscite di Trump, non servono a nulla. E nemmeno dal punto di vista elettorale: i tamburi di guerra non hanno giovato né a Zapatero né a Hollande. Merkel e Macron invece si sono sottratti alla facile propaganda

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Theresa May (Justin TALLIS / AFP)

5 Giugno Giu 2017 0825 05 giugno 2017 5 Giugno 2017 - 08:25

A chi gioverà politicamente l'attentato di Londra? La domanda è cinica, ma i commentatori se la stanno facendo più o meno tutti visto che nel Regno Unito giovedì si vota, e le parole dette in queste ore, le paure di queste ore, avranno un loro peso, una loro influenza. L'insicurezza diffusa, se non il terrore, nel vecchio Secolo aiutarono a cosolidare gli establishment e la conservazione degli assetti esistenti. Ma negli Anni Duemila il paradigma si è rovesciato e l'enfatizzazione degli allarmi, i tamburi di guerra, si sono rivelati rovinosi per chiunque li abbia cavalcati, da Zapatero a Hollande. Più fortunati i leader continentali che hanno scelto approcci razionali, senza concessioni alle paranoie xenofobe e securitarie: Angela Merkel in primis, che dopo Berlino ha parlato al suo Paese con il linguaggio della serietà e della misura, ma anche Emmanuel Macron, che nella Francia ripetutamente ferita si è sottratto alla facile propaganda su muri, limitazione dei diritti civili, bandi ed espulsioni.

Theresa May al momento si è trincerata dietro un generico «Quando è troppo è troppo», che lascia prevedere conseguenze senza esplicitarle. Formalmente nel Regno Unito la campagna elettorale è interrotta e forse anche per questo la politica ha preferito sospendere giudizi e proclami (anche se ieri sera Jeremy Corbyn ha fatto dichiarazioni). Ma per l'area dei conservatori inglesi c'è un elemento aggiuntivo che invita alla cautela.
Solo un anno fa, gran parte di quel mondo cavalcò la Brexit come risposta radicale e definitiva alle necessità di sicurezza del Paese. Anzi, di «doppio guadagno in sicurezza», come disse a suo tempo l'ex capo del MI5 Sir Richard Dearlobe. Le paure dopo i catastrofici attentati di Bruxelles furono utilizzate senza ritegno. Il culmine fu raggiunto dal sottosegretario alla Giustizia Dominic Raab secondo cui decine di «assassini e stupratori» stranieri erano liberi di circolare nel Regno Unito grazie al «tappeto rosso steso loro» dalle regole Ue sulla libertà di movimento delle persone.

Brexit e chiusura delle frontiere come protezione contro il terrore? Oggi, a un anno dalla decisione di uscire dall'Europa, Londra vede franare in modo definitivo quel racconto semplicistico. Lasciare l'Unione non è stata garanzia di niente

La propaganda ebbe successo. Secondo una ricerca di Ipsos-Mori più della metà degli elettori del Leave, nel 2016, fece la sua scelta perché convinta che il Regno Unito fosse inerme davanti al terrorismo in quanto vincolato alla Convenzione Europea dei Diritti Umani – che impediva di agire con la necessaria energia sulle espulsioni – e “invaso” da masse incontrollabili tra le quali si celavano cellule pronte a tutto. Oggi, a un anno dalla decisione di uscire dall'Europa, Londra vede franare in modo definitivo quel racconto semplicistico. Lasciare l'Unione non è stata garanzia di niente.

Le indagini sulle stragi di Bruxelles, Parigi, e di recente Manchester, hanno dimostrato il carattere prevalentemente endogeno, interno, della radicalizzazione dei “lupi solitari”. Il «doppio guadagno in sicurezza» della Brexit era una bufala. L'essersi sottratti alla lotteria dei profughi e l'aver “riconquistato la sovranità” – come dice il luogo comune – non ha cambiato le cose semplicemente perché i profughi, o il recupero della sovranità sui confini, erano false piste, soluzioni facili ma bugiarde a cui la politica inglese si è consegnata inseguendo il consenso più che una concreta analisi dei fatti.

A complicare le cose per i Conservatori c'è anche l'esuberanza di Donald Trump, che ieri – nel giorno in cui si contavano le vittime – non ha trovato di meglio da fare che polemizzare in un tweet con il sindaco di Londra Sadiq Khan, colpevole di aver invitato i suoi concittadini e i turisti a non spaventarsi per l'aumento della presenza di polizia ed esercito nelle strade. L'ironia maramalda del presidente Usa («7 morti e 48 feriti, e il sindaco di Londra dice di non allarmarsi!») ha messo in luce l'altro lato oscuro della Brexit, e cioè la problematicità del vincolo rafforzato con gli Usa in sostituzione delle relazioni europee. Mentre piange i suoi morti, il Paese deve pure sopportare le battute urticanti del Principale Alleato, che inzuppa il pane nelle tragedie altrui per alimentare la sua propaganda estremista, il suo Muslim Ban, il suo Muro, il suo disprezzo per il Vecchio Continente, i suoi giochi geopolitici nel Golfo.

Theresa May è davanti a uno snodo complicatissimo e da risolvere molto in fretta, prima che si aprano i seggi. Può seguire le vecchie suggestioni della Brexit e accodarsi a Trump, oppure sottrarsi al gioco della paura

Theresa May, insomma, è davanti a uno snodo complicatissimo e da risolvere molto in fretta, prima che si aprano i seggi. Può seguire le vecchie suggestioni della Brexit e accodarsi a Trump, accettando il suo invito a «smettere di essere politicamente corretti», qualsiasi cosa voglia dire – un'altra guerra? Dove? Rastrellamenti casa per casa? Coprifuoco? – e incoraggiando nuove e indiscriminate ondate xenofobe contro “gli stranieri”. Oppure sottrarsi al gioco della paura, e prendere atto che la lotta a questo tipo di minaccia non prevede scorciatoie, è un processo complicato, dove l'intelligence è più importante dei muscoli, e la collaborazione con gli immigrati di seconda generazione ed i musulmani integrati – cioè la stragrande maggioranza – è più fruttuosa della paranoia. Vedremo presto se avrà il coraggio della sterzata o se si affiderà alla retorica del “siamo in guerra” scommettendo sullo spavento, ancora una volta.

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