Sciacalli a Torino? Quelli che attaccano Chiara Appendino per la calca di piazza San Carlo

Maxischermi nella medesima piazza come nel 2015, chiesti a gran voce dalla città. Birra in bottiglie di vetro, oggi come allora. A cambiare è solo la nostra paura, che miete vittime anche con un falso allarme. Ecco perché prendersela con la Sindaca è pretestuoso e fuori luogo

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Un fermo immagine della calca in Piazza San Carlo a Torino, in occasione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid

5 Giugno Giu 2017 0842 05 giugno 2017 5 Giugno 2017 - 08:42

Era il 6 giugno del 2015, più o meno due anni fa, quando Juventus e Barcellona si affrontarono per la finale di Champions League. Alla Juve andò male, allora come oggi, ma le somiglianze non si fermano qui. Quella sera, infatti, più di trentamila persone si radunarono per assistere alla partita in Piazza San Carlo, sui maxischermi chiesti a gran voce dalla cittadinanza bianconera e messi a disposizione dal Comune. Anche quella sera di due anni fa faceva molto caldo. Anche quella sera - basta dare un’occhiata alla photogallery della Stampa per rendersene conto - di birra se ne bevette parecchia, consumata in bottiglie di vetro. Anche quella sera - basta dare un’occhiata a un video qualunque - non passava minuto senza che esplodesse un petardo.

Certo, c’è pure qualche differenza. Due anni fa, ad esempio, non c’erano ancora stati gli attacchi terroristici di Parigi, Nizza, Berlino, Manchester, Londra. In qualche modo, non si era instillata ancora in noi la psicosi che un pazzo o un islamista o entrambe le cose possa far fuoco sulla folla, o falciarla con un autoveicolo, o accoltellare chi lo circonda, o farsi saltare in aria innescando una cintura esplosiva. Sapevamo che poteva accadere, ma in qualche modo ci rassicurava il fatto che, almeno da noi, non fosse ancora accaduto.

Eppure, nonostante tutto, anche questa volta è stato chiesto a gran voce il maxischermo in piazza, e nessuno - dai social network così come dalle pagine dei giornali - si era sognato di chiedere misure di sicurezza adeguate al nuovo spirito dei tempi. Le polemiche erano altrove: ad esempio, sull’opportunità di riposizionarlo in piazza San Carlo così come nella sfortunata finale di due anni prima. Non tanto per ragioni di sicurezza, per le sole cinque uscite in un quadrilatero capace di contenere più di quarantamila persone, ma per ragioni di mera scaramanzia sportiva. E quarantamila ne erano arrivate, peraltro. Non esattamente numeri che lasciano intuire il rischio di una psicosi collettiva.

Poi è successo quel che è successo, e al di là della causa scatenante - un petardo, un mitomane, un gigantesco equivoco - ciò che deve impressionare è l’effetto che ha generato. Decine di migliaia di persone che, improvvisamente, si fanno prendere dal panico senza apparente motivo e cominciano a correre all’impazzata fuori dalla piazza gremita. Il video qua sotto rende meglio di mille parole la dinamica dell’accaduto. Il bollettino dei feriti - in questo momento siamo a più di millecinquecento - rende l’idea delle conseguenze.

Fossimo in un Paese normale, oggi, discuteremmo della psicosi di cui siamo vittime, al punto tale da contare i feriti a migliaia, vittime non di un attentato, bensì di un falso allarme. Ci interrogheremmo sulla paura che ci attanaglia e che ci rende irrazionali come una mandria in fuga. Magari, ripescheremmo dagli archivi, bellissimi articoli come quello pubblicato dal New Yorker il 7 febbraio del 2011 intitolato “Crush Point” - sottotitolo: quando una grande folla si riunisce, è possibile mantenerla al sicuro? -, in cui l’autore, John Seabrook cita Elias Canetti e la sua massima contenuta in “Massa e potere” - “Più le persone si stringono, più sono certe di non temersi l’un l’altra” - provando a chiedersi quando un fraterno strusciamento diventa pressione soffocante. In definitiva, avremmo riflettuto sull’imponderabilità di un evento simile, provando a capire come governare le psicosi, più che su come limitare le manifestazioni di massa.

Fossimo in un Paese normale, oggi, discuteremmo della psicosi di cui siamo vittime, al punto tale da contare i feriti a migliaia, vittime non di un attentato, bensì di un falso allarme. Ci interrogheremmo sulla paura che ci attanaglia e che ci rende irrazionali come una mandria in fuga. In Italia, invece, si discute se attribuire o meno la colpa di uno stampede imprevedibile e irrazionale alla sindaca Appendino che ha organizzato la serata, facendo tutto quel che la città chiedeva e che il suo predecessore Piero Fassino aveva fatto due anni prima

In Italia, invece, si discute se attribuire o meno la colpa di uno stampede imprevedibile e irrazionale alla sindaca Appendino che ha organizzato la serata, facendo tutto quel che la città chiedeva e che il suo predecessore Piero Fassino aveva fatto due anni prima. A farlo è il Corriere della Sera, in una galleria d'immagini che mette insieme tutte le presunte falle organizzative dell'evento. Dubbi, questi, che sorprendentemente ma fino a un certo punto, sono fatti propri da compagni di partito dello stesso Fassino, come il responsabile organizzativo del Pd torinese Saverio Mazza o il capogruppo in consiglio comunale Stefano Lo Russo o ancora il Senatore Stefano Esposito. Che, al massimo della loro onestà intellettuale, avrebbero dovuto riconoscere che qualunque presunto errore di Chiara Appendino era già stato commesso due anni prima dal loro ex sindaco. Il tutto, ovviamente, fa il paio con la boutade - tardivamente ritrattata - del senatore pentastellato Salvatore Aiuola, che aveva accusato i media di aver gonfiato i numeri dei feriti per danneggiare la Appendino e il Movimento Cinque Stelle, in un delirio paranoide che non merita ulteriori commenti. E che, già che c’eravamo, ha offerto l’occasione ai sindacati delle forze dell’ordine del capoluogo piemontese di rintuzzare la polemica contro la sindaca e il Movimento Cinque Stelle, dopo le polemiche sul corteo dello scorso primo maggio.

Quel che è certo è che a questo giro - tanto più nella sera in cui un attentato sanguinario c’è stato davvero, a Londra - una polemica politica così strumentale e pretestuosa ce la saremmo volentieri risparmiata. Se non altro per smentire l’idea che siamo un Paese in cui la polemica politica viene prima di tutto, anche di millecinquecento feriti. Missione fallita.

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