A un passo dal boom, a un passo dal baratro: ecco perché l’Italia si gioca tutto nei prossimi mesi

Paradossi italici: siamo il Paese europeo in cui crescono di più gli investimenti esteri, ma rischiamo una fuga di capitali a causa dell’instabilità politica. Il problema dell’Italia, nei prossimi mesi, è tutto qua. Ed è un problema serio

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PHILIPPE DESMAZES / AFP

PHILIPPE DESMAZES / AFP

6 Giugno Giu 2017 1125 06 giugno 2017 6 Giugno 2017 - 11:25
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Prima di tutto, le buone notizie: nel 2016 gli investimenti diretti esteri verso l’Italia sono aumentati del 62%, con un incremento occupazionale del 92%. È una crescita quattro volte superiore rispetto alla media europea, che fa segnare un +15%: secondo l’EY Attractiveness Survey, report che annualmente monitora questo peculiare flusso di capitali, è il maggior incremento anno su anno di sempre. Lo ripetiamo: nessuno, in Europa, è mai cresciuto come ha fatto l’Italia lo scorso anno. E, sempre secondo EY, questa crescita si consoliderà nei prossimi trentasei mesi.

Certo, siamo ancora sedicesimi su ventotto. Certo, parliamo di 89 nuovi progetti d’investimento in un anno, ancora lontani dai 103 del 2013. Ma è comunque un dato clamoroso. Il segnale, inequivocabile, che non siamo un Paese sull’orlo del precipizio, come le ultime stime al rialzo della crescita del Pil avevano del resto suggerito. Che le nostre imprese, la nostra forza lavoro, i nostri territori hanno ancora una grande reputazione all’estero: immaginate cosa sarebbe stato, se il quadro politico fosse stato stabile, per dire, o se non avessimo per tutto l’anno avuto una decina di banche sull’orlo del crac, o se il governo, oltre al mercato del lavoro, fosse riuscito a riformare la giustizia o a trovare spazio di bilancio per una decisa riduzione delle tasse.

Il problema dell’Italia del 2017 è tutto qua: che basta poco, pochissimo, per ripartire. E basta poco, pochissimo, per precipitare. Che a fronte di un’economia e di un sistema Paese che ha ancora molte carte da giocare, c’è uno Stato alla canna del gas, gravato da un debito pubblico mostruoso e da inefficienza di spesa che non è capace di eliminare

Sono dati che inducono all’ottimismo, che raccontano di un Paese a cui basterebbe poco per ripartire a ritmi superiori alla media europea. Ma sono anche dati che gridano vendetta rispetto alle dichiarazioni di Andrew Balls, che per il colosso degli investimenti Pimco si occupa di strategie obbligazionarie globali, e che ieri, in un briefing con la stampa ha sparato a zero sull’Italia, invitando gli investitori a liberarsi dei nostri titoli di Stato e investire in Messico, India, Brasile e Indonesia perché «Prendere il 2% sui Btp a 10 anni per finanziare l'Italia non mi sembra una scelta appetibile: la probabilità che qualcosa vada storto è troppo alta».

Gridano vendetta, ma sono parole sincere. Perché, è vero, il problema dell’Italia del 2017 è tutto qua: che basta poco, pochissimo, per ripartire. E basta poco, pochissimo, per precipitare. Che a fronte di un’economia e di un sistema Paese che ha ancora molte carte da giocare, c’è uno Stato alla canna del gas, gravato da un debito pubblico mostruoso e da inefficienza di spesa che non è capace di eliminare. Che quella stessa politica che dovrebbe dare la spinta finale per ripartire, rischia di essere la zavorra che ci tiene attaccati a terra, non riuscissimo a darci un governo alle prossime elezioni. Altro che ottobre o febbraio: fosse per i mercati, non dovremmo votare mai. Dal loro punto di vista, difficile dargli torto.

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