Qatar, tanto rumore per nulla: gli investimenti in Italia sono al sicuro

La liquidità del fondo sovrano del Qatar è tale che non avrà bisogno per lungo tempo di spostare i propri investimenti all’estero. Né c’è il rischio di richieste di disimpegno all’Italia da parte degli altri fondi del Golfo. Ma a Doha le ambiguità non sono più possibili

Doha Grattacieli

I grattacieli del centro di Doha, Qatar

STR / AFP

6 Giugno Giu 2017 0827 06 giugno 2017 6 Giugno 2017 - 08:27
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No panic: gli investimenti dei qatarioti in Italia sono molti ma nessuno è a rischio. Lo dice senza alcun dubbio Fabio Scacciavillani, chief strategist presso l’Oman Investment Fund. «Nel breve periodo non cambia assolutamente nulla. Nel medio periodo neppure. Solo se i rapporti tra Qatar e le altre monarchie del Golfo dovessero aggravarsi in modo estremo le cose potrebbero cambiare. Ma non credo sia interesse di nessuno arrivare a tanto».

Nel nostro Paese, come noto, gli investimenti diretti arrivati negli anni da parte del fondo sovrano del Qatar, il Qia, sono diversi. C’è anzitutto un bel pezzo di Costa Smeralda, dove ha rilevato dall’Aga Khan tutti gli asset, dagli hotel ai golf club, e dove tramite il Qatar Foundation Endowment, Qfe (braccio operativo nei campi di educazione, scienza e ricerca) ha investito nell’ospedale Mater Olbia, dal valore di 1,2 miliardi di euro. Ci sono i palazzi di Porta Nuova a Milano, ora controllati al 100 per cento. Ci sono molti immobili, dall’hotel Aleph di Roma preso nel 2015 da Boscolo a Inalca (in tandem con il Fondo Strategico Italiano), società del gruppo Cremonini. Altro immobiliare in Italia comprende il Four Season, nel Palazzo della Gherardesca a Firenze (dove Matteo Renzi ha insediato il suo quartier generale), città in cui Qia possiede anche il Grand Hotel Baglioni. A Milano ha anche il lussuoso Hotel Gallia e gli uffici di Credit Suisse. A Roma l’Excelsior e il Saint Regis.

Sempre qatariota, ma di origine diversa, è il fondo Mayhoola for investment che ha acquistato nel 2012 la griffe Valentino e nel 2014 Pal Zileri. E in tempi recenti c’è stato anche l’arrivo di Qatar Airways. Prima l’accordo per l’acquisto del 49% di Meridiana, dopo otto anni di bilanci in rosso della compagnia, poi le voci di un interessamento per Alitalia. In realtà, dicono i ben informati, si sarebbe trattato più che altro di un corteggiamento arrivato dal governo italiano. Simile a quello che alla fine del 2016 provò a convincere il Qia a entrare dentro Mps. «Mai un investitore come il Qia avrebbe potuto entrare in una società nelle condizioni di Mps - riassume Scacciavillani -. Né avrebbe interesse a entrare ora in una azienda come Alitalia».

I fondi sovrani del Golfo, continua lo chief strategist di quello dell’Oman, sono guidati essenzialmente da motivazioni economiche e da linee guida rigide. Se è improbabile che investano in Paesi ostili, è anche vero che la decisione se investire in una data azienda è figlia di una valutazione realistica sui ritorni, come accadrebbe in un qualsiasi fondo privato. In Italia occasioni buone sono state individuate dalle fondi sovrani di tutta l’area: quello del Qatar ma anche quelli degli Emirati Arabi Uniti (il fondo Aabar è il primo azionista di Unicredit), di Kuwait, Oman e, attraverso asset manager esterni, probabilmente anche dell’Arabia Saudita, in grandi società quotate italiane.

Si pongono dunque due domande. La prima: gli altri Paesi del Golfo che hanno tagliato il rapporti diplomatici con il Qatar, potrebbero chiedere all’Italia di disimpegnarsi dai legami finanziari con i qatarini? «Escludo nella maniera più assoluta che seguano una logica di esclusione. Significherebbe mettere in discussione investimenti in tutto il mondo, a partire da città come Londra», risponde. La seconda: il Qatar ha qualche motivo per ritirare gli investimenti in Italia, a causa delle difficoltà interne? Anche in questo caso la risposta è negativa. Il fondo Qia ha una dotazione di 335 miliardi di dollari. Se anche dovessero alzarsi i costi dei titoli di Stato, avrebbe sufficiente liquidità per far fronte all’aumento dei costi, anche a fronte degli ingenti investimenti richiesti per i Mondiali di calcio del 2022. «È improbabile né avrebbe senso che spostasse gli investimenti redditizi che ha all’estero», spiega Scacciavillani. Né l’Italia né gli altri Paesi europei hanno interesse a recidere i contatti, almeno nell’immediato. Sotto elezioni - in Germania e in Italia - eventuali responsabilità qatarine nel finanziamento al terrorismo diverrebbero però una variabile politica di non poco conto.

Il Qatar ha qualche motivo per ritirare gli investimenti in Italia, a causa delle difficoltà interne? La risposta è semplice: “No”

Più complesse sono le valutazioni per la Qatar Airways, anche se tutte da valutare. Se il blocco stradale è facile da attuare - il confine terrestre del Qatar è con la sola Arabia Saudita - più complessi sono il possibile blocco navale e quello aereo. Bloccare i porti di un Paese sarebbe considerabile un atto di guerra e difficilmente in questa fase sarà effettuato. Più probabile l’intervento della guardia costiera a fermare le imbarcazioni salpate da Doha e dirette verso Arabia o Emirati. Per quanto riguarda i voli, per ora sono stati cancellati i voli di Etihad, Emirates e FlyDubai verso Doha. Qatar Airways ha a sua volta interrotto i voli verso l’Arabia Saudita.

Le tensioni tra il Qatar e i suoi vicini non sono nuove e spesso sono dovute all’attività della tv Al Jazeera - la cui sede di Ryadh, chiusa il 5 giugno, aveva già subito la stessa sorte nel 2014. Al centro delle dispute c’è il sostegno ai terroristi che viene imputato al Qatar o quantomeno a privati facoltosi del regno. Oltre alle accuse del sostegno all’Isis (sostegno che quantomeno in passato è arrivato anche da privati di Arabia Saudita e Kuwait), pesa l’ormai storica frattura sui Fratelli musulmani. Dopo la messa al bando della “fratellanza” in Egitto, con il ritorno di Al Sisi e la caduta di Morsi, l’Arabia Saudita si è allineata all’Egitto, togliendo il proprio sostegno al movimento islamista. Il Qatar ha mantenuto un atteggiamento più ambiguo. Ma la vera frattura è quella che riguarda l’ancora più storica contrapposizione tra Sauditi e Iran, per il ruolo emegonico nella regione. Dietro l’isolamento del Qatar c’è anche la poca convinzione di Doha nell’aggregarsi al nuovo fronte anti-Teheran, benedetto anche da Donald Trump nel suo viaggio in Arabia Saudita (gli Stati Uniti hanno però proprio in Qatar una base cruciale). Doha non ha particolare amicizia o inimicizia con l’Iran, ma nel Paese ci sono molte persone di origine iraniana (tra i cognomi più diffusi ci sono Al Farsi e Al Irani). Ci sono poi questioni più di bottega, come la lotta tra le principali compagnie aeree del Golfo (Emirates, Etihad e appunto Qatar Airways) e i relativi hub.

Cosa succederà, dunque, nella regione? «Ritengo che questo atteggiamento un po’ rude dell’Arabia Saudita convinca i qatarioti a recidere alcuni rapporti economici ambigui. Oggi, sulla base dei segnali mandati, l’ambiguità non è più possibile», commenta Scacciavillani. È probabile che un Paese, per quanto ricco, di soli due milioni di abitanti, non possa permettersi uno scontro frontale con un fronte compatto nel Golfo. È però sempre rischioso spingere un Paese verso l’umiliazione internazionale.

«Ritengo che questo atteggiamento un po’ rude dell’Arabia Saudita convinca i qatarioti a recidere alcuni rapporti economici ambigui. Oggi, sulla base dei segnali mandati, l’ambiguità non è più possibile»

Fabio Scacciavillani, Oman Investment Fund

È bene ricordare che gli interessi qatarioti si estendono d’altra parte ben oltre l’Italia: oltre al 10% della Borsa di Londra, nelle mani della piccola monarchia (2 milioni di abitanti) troviamo il 17% di Volkswagen, il 9,75% di Rosneft, il 2,13% di Royal Dutch Shell, il Paris Saint Germain, ha 35 miliardi di investimenti immobiliari nel Regno Unito, quote dei magazzini Harrod’s e Sainsbury, il 20% dell’aeroporto di Heathrow. Qatar Airways possiede anche il 20% della holding che controlla Iberia, British Airways e AerLingus (Aig). Sul fronte bancario ha il 6% di Barclays, è entrata in Credit Suiss e in tempi recenti in Deutsche Bank, dove intende superare il 10 per cento. Tutto questo grazie al fatto che il Qatar è il primo esportatore mondiale di gas naturale. A conti fatti, gli investimenti esteri vanno soprattutto su Cina (30% degli investimenti) e Germania (21%). Sono invece limitati gli investimenti negli altri Paesi del Golfo. Se ci sono interessi che coinvolgono più stati dell’area si fanno dei fondi ad hoc.

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