La guerra al terrore dell’Europa fa ridere i polli (e figuriamoci i terroristi)

Il tragicomico rilascio di Youssef Zaghba non è che l’ultimo di una serie di episodi al limite del surreale, che mostrano l’inadeguatezza degli attuali strumenti per la lotta al terrore nel Vecchio Continente. Con una domanda: perché le armi usate contro Br, Ira e Raf non valgono con gli islamisti?

Terroristi London Bridge

HANDOUT / METROPOLITAN POLICE / AFP

HANDOUT / METROPOLITAN POLICE / AFP

7 Giugno Giu 2017 1040 07 giugno 2017 7 Giugno 2017 - 10:40

Evidentemente la situazione è grave ma non è seria, come diceva Ennio Flaiano. Altrimenti non si spiegherebbe la tragicomica epopea dell’italo marocchino Youssef Zaghba, uno dei tre terroristi di London Bridge (6 morti, 48 feriti). Uno che all’aeroporto Marconi di Bologna, con un biglietto di sola andata e uno zainetto in spalla con dentro due cellulari e sette sim - con la cronologia piena di propaganda dell’Isis, di cui nemmeno viene fatta copia forense - aveva candidamente confessato di voler andare in Turchia a fare il terrorista. Che era stato fermato, certo, ma immediatamente rilasciato perché il provvedimento di sequestro era talmente lacunoso da essere smontato senza problemi dall’avvocato d’ufficio. Che viene segnalato ai britannici quando si reca a Londra e preso in consegna dalla Digos all’aeroporto di Bologna ogni volta che veniva in Italia a trovare la madre. Ma che riesce comunque a falciare e accoltellare sei persone nella tragica serata del 3 giugno scorso.

Fosse solo lui, fossero solo gli italiani, i pasticcioni. Che dire di Salman Adebi, l’attentatore di Manchester (22 morti, 120 feriti), che, secondo quanto racconta il Telegraph, era stato segnalato per ben cinque volte da amici e parenti come potenziale terrorista - raccontava loro che fare il kamikaze era ok, la lince -, mai presi sul serio dai James Bond di Sua Maestà? E vogliamo parlare di Anis Amri, l’attentatore di Berlino, che fatta la sua strage ai mercatini di Natale (12 morti, 48 feriti) ha deciso di farsi un Interrail in giro per l’Europa, dalla Germania all'Olanda, da lì a Lione, da Lione a Chambery, e poi Torino, Sauze d’Oulx, Bardonecchia, Milano, Sesto San Giovanni, dove è stato ucciso perché ha fatto fuoco per primo, al grido di “poliziotti bastardi”. Altrimenti, campa cavallo.

Fosse solo lui, fossero solo gli italiani, i pasticcioni. Che dire di Salman Adebi, l’attentatore di Manchester (22 morti, 120 feriti), che secondo quanto racconta il Telegraph, era stato segnalato per ben cinque volte da amici e parenti come potenziale terrorista - raccontava loro che fare il kamikaze era ok, la lince -, mai presi sul serio dai James Bond di Sua Maestà?

Il bello è che l’elenco potrebbe continuare. In Francia, dove Mohamed Lahouaej Boulhel riesce a entrare impunemente guidando un tir nel Promenade des Anglais di Nizza (87 morti, 302 feriti), con la polizia che crede debba consegnare gelati e nemmeno apre il portellone del camion per controllare. O in Belgio, dove il nome di Abdeslam Salah , braccio e mente degli attacchi di Parigi-Bataclan (129 morti, 300 e rotti feriti) e di Bruxelles (32 morti, 200 feriti) viene consegnato dai servizi segreti al Comune di Molenbeek tra gli 85 giovani a rischio radicalizzazione, ma si perde nei conflitti di attribuzione e competenza tra forze dell’ordine federale e locale, in una città che di corpi di polizia ne ha ben sei. Lo stesso Salah che riesce a farsi 127 giorni di fuga in giro per l’Europa, prima di essere catturato (Norbert Feher, dilettante, è ancora fermo a sessanta).

Per la cronaca, non parliamo di forze dell’ordine coi fucili a tappo. Chiedere a chi era alla scuola Diaz nel luglio del 2001, per informazioni. O ai brigatisti detenuti all’Asinara e ai mafiosi al 41bis. O, fuori dall’Italia, chiedete cosa fosse la repressione inglese ai militanti dell’Ira o a chi fosse accusato di fiancheggiarla, o cosa volesse dire essere incarcerati nel blocco H. O ai leader della tedesca Raf, morti in carcere, in quello che è passato alla storia come un clamoroso caso di suicidio collettivo. Brutalità che mal si sposa con l’alea dei bravi europei rispettosi dei diritti umani, certo, ma giustificata dalla percezione di un grave rischio per le istituzioni democratiche. Un rischio che, evidentemente, dopo una decina di attentati e qualche centinaio di morti in meno di tre anni, oggi non risulta altrettanto evidente. Paolo Mieli, nel suo editoriale di lunedì 5 giugno sul Corriere della Sera ha scritto che “la sinistra vede gli jihadisti come poveri, la destra come stranieri”. Idea: e se cominciassimo a vederli come criminali?

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