Iran, l’ombra dei Sauditi dietro gli attentati

L'attentato a Teheran e la messa al bando del Qatar dimostrano quanto la lotta tra sunniti e sciiti sia ben lontana da un accordo pacificatore. Il vero problema dell'Iran, però, è il monopolio dei Guardiani della Rivoluzione nelle telecomunicazioni, settore fondamentale per lo sviluppo di ogni paese

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ATTA KENARE/AFP

8 Giugno Giu 2017 0829 08 giugno 2017 8 Giugno 2017 - 08:29

Per carità, niente complottismi, quelli li lasciamo ai giornali di carta. Però, mentre seguiamo gli sviluppi dell’assalto terroristico al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini a Qom, andrà pure ricordato che meno di un mese fa Muhammed bin Salman, ministro della Difesa e secondo principe ereditario dell’Arabia Saudita, andò in Tv a minacciare di “provocare conflitti all’interno dell’Iran” e a ribadire: “Sappiamo di essere l’obiettivo del regime iraniano e dunque non resteremo a braccia conserte aspettando che la battaglia abbia luogo in Arabia Saudita. Al contrario, opereremo affinché la battaglia abbia luogo all’interno dell’Iran”. Tra questo e avere la certezza che l’attacco sia stato comandato dai sauditi (che pure, come scriveva Hillary Clinton in una delle sue famose mail, “costituiscono la più significativa fonte di finanziamento per i gruppi del terrorismo sunnita nel mondo”) ovviamente ce ne corre.

È certo, però, che negli ultimi tempi l’Iran, all’ombra del Cremlino e della crisi siriana, ha fatto grandi guadagni politici. In Siria, insieme con Russia e Turchia, ha smesso la divisa per proporsi addirittura come Paese pacificatore. E in Iraq, grazie alle milizie sciite sempre più modellate sui pasdaran, sta per intestarsi la riconquista di Mosul. Per non parlare del Libano e dell’alleanza di ferro con Hezbollah, che collabora con i ribelli sciiti Houthi dello Yemen e ha contribuito a far impantanare l’Arabia Saudita in una specie di Vietnam dei deserti. Era chiaro che, prima o poi, il fronte sunnita l’avrebbe fatta pagare agli ayatollah. La messa al bando del Qatar, accusato di essere troppo “morbido”con Teheran, è stata il degno prologo all’attacco armato a cui l’Isis ha apposto il proprio timbro. Il carico da undici l’ha aggiunto il ministero degli Esteri saudita, scrivendo sui social che “l’Iran dev’essere punito per aver supportato il terrorismo nella regione”: se non è una rivendicazione, poco ci manca. Persino Donald Trump, sempre ilare e dannoso (per sé) quando mette mano a Twitter, è riuscito a commentare con entusiasmo la creazione di un presunto fronte anti-Iran e anti-terrorismo un attimo prima che il terrore colpisse proprio l’Iran.

Detto questo, non vanno sottovalutate le difficoltà e le contraddizioni che l’Iran si porta dietro e che hanno contribuito, almeno quanto la non-eliminazione delle sanzioni da parte degli Usa dopo l’accordo raggiunto sul nucleare da Barack Obama nel 2015, al mancato decollo economico del Paese. Il notevole successo di Hassan Rohani, confermato presidente con il 57% dei voti (vittoria larga come quelle di Khatami nel 1997 e di Ahmadinejad nel 2005) in un’elezione molto partecipata (ha votato il 73% degli aventi diritto) conferma che gli iraniani credono ancora alla scommessa riformista, all’idea che si possa cambiare il Paese. Ma… hanno ragione di farlo?

Rohani ha lavorato bene sull’economia, da lui ereditata in condizioni penose. Nel 2012 (il primo mandato di Rohani partì nel 2013) il Prodotto interno lordo dell’Iran crollò del 7%, la moneta (il rial) andò in pezzi e l’inflazione crebbe del 40%. Il tutto mentre il prezzo del petrolio, principale risorsa del Paese (il settore energetico vale il 75% delle esportazioni e il 65% delle entrate pubbliche), scendeva alla velocità della luce.

Rohani conosce benissimo gli intrecci malefici (e diciamo pure anche mafiosi) che tengono insieme questo sistema. E finora si è ben guardato dal toccarlo. Qualcuno, però, dovrà prima o poi intervenire, se vorrà davvero lanciare l’Iran verso il decollo economico

Rohani, si diceva, ha lavorato bene. L’inflazione è tornata a una cifra (9%), il declino economico è stato arrestato. Ma tra stabilizzazione e crescita il suo Governo ha dovuto per necessità scegliere la stabilizzazione. Con effetti che rendono ancora più sorprendente il consenso politico di cui continua a godere. Dall’anno fiscale 2013-2014, per fare un solo esempio, il contributo dei redditi individuali alla raccolta fiscale è cresciuto del 75%, mentre quasi inalterato è rimasto quello delle grandi società. Per non parlare della pletora di esenzioni concesse, con i più diversi pretesti, a categorie professionali come i medici militari, gli agricoltori, impiegati statali, operatori del turismo, industriali delle miniere e via dicendo.

Ed è proprio qui che sta il punto: per Rohani, per l’Iran e per il Medio Oriente. Se vorranno innescare un processo di crescita (e ridurre, per cominciare, i dati sulla disoccupazione: 13% quella generale, 30% quella giovanile), Rohani e i suoi dovranno prima o poi metter mano in quel nido di serpenti, con il rischio appunto di lasciarci la mano. Qualche esempio. Le telecomunicazioni, con annessi e connessi, sono uno dei settori trainanti della modernizzazione di qualunque Paese. Ma perché un imprenditore francese o italiano dovrebbe investire in Iran, dove la telefonia è di fatto monopolio dei Guardiani della Rivoluzione (i pasdaran, appunto), che negli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad hanno aggiunto al già ricco portafoglio anche giacimenti di gas e partecipazioni ad attività industriali e artigianali per un valore, dice chi conosce bene il Paese, di almeno 120 miliardi di dollari?

Voi mettereste i vostri soldi in un sistema in cui una sola società (la Setad, fondata da Khomeini nel 1989 per gestire le proprietà requisite dopo la Rivoluzione islamica), per di più direttamente controllata dalla Guida Suprema Alì Khamenei, gestisce proprietà e attività per un valore superiore alle esportazioni di petrolio del Paese? Provereste a fare affari in un Iran in cui decine di migliaia di moschee e istituzioni religiose amministrano e fanno rendere (esentasse) aziende e proprietà di vario genere? In cui le Fondazioni religiose possono influire sul reddito e il tenore di vita di milioni di cittadini?

Rohani conosce benissimo gli intrecci malefici (e diciamo pure anche mafiosi) che tengono insieme questo sistema. E finora si è ben guardato dal toccarlo. Qualcuno, però, dovrà prima o poi intervenire, se vorrà davvero lanciare l’Iran verso il decollo economico. E come abbiamo già visto nel 2009 dopo la rielezione di Ahmadinejad, non basterà lo spirito di sacrificio dei giovani delle grandi città, pronti a scendere in piazza, a dare la spinta decisiva, perché quel sistema è protetto da un apparato di sicurezza che funziona benissimo e non ha alcuna intenzione di perdere i propri privilegi.

Ce la farà Rohani? Ce la farà qualcun altro dopo di lui? Per ora è impossibile dirlo. La sfida, però, è decisiva. Per l’Iran e la sua gente, ovviamente. Ma anche per gli assetti della regione. Come Turchia e Arabia Saudita, che hanno provocato grandi crisi senza saper fare nulla, poi, per risolverle, e hanno finora fallito in qualunque iniziativa militare e politica abbiano intrapreso, anche l’Iran ha mostrato tutti i suoi limiti di aspirante “potenza regionale” proprio quando ha cominciato a raccogliere successi. Dopo la caduta di Saddam Hussein ha esteso la propria influenza sull’Iraq, riuscendo solo a insediare il premier Nur al-Maliki che, con una politica forsennatamente anti-sunnita, ha spianato la strada all’Isis e, in definitiva, all’arcinemico saudita. E l’accordo sul nucleare del 2015, venduto al popolo come una grande vittoria anti-imperialista, non è stato fatto rendere, economicamente e politicamente, come avrebbe potuto.

La riforma del sistema economico, appunto per le ragioni di cui sopra, non può non essere anche una riforma del sistema istituzionale. Il che porterebbe all’Iran un’iniezione di modernità non solo tecnologica (come nei Paesi del Golfo Persico) ma anche politica che alla fin fine sarebbe di beneficio all’intero Medio Oriente.

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