Perché la Spagna ce l’ha fatta e noi siamo al palo

Il salvataggio in una settimana del Banco Popular, mentre noi non riusciamo a uscirne, non è che l’ultima grande differenza tra Italia e Spagna. Che ha fatto tutto quello che noi non volevamo fare e adesso vola

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La Spagna festeggia la vittoria sull’Italia a Euro 2012

DAMIEN MEYER / AFP

8 Giugno Giu 2017 1129 08 giugno 2017 8 Giugno 2017 - 11:29
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«Facciamo come la Spagna»: adesso qualcuno lo dice, dopo che Banco Popular - 37 miliardi di crediti deteriorati - è stato salvato in una settimana, comprato da Santander a un euro. con l’impegno a mettere oltre 7 miliardi dopo un aumento di capitale. Per il Banco c’è stato sì l’azzeramento di 305mila azionisti e obbligazionisti subordinati e ibridi, ma c’è stato anche il salvataggio dei correntisti e obbligazionisti senior. Non è stato chiesto un euro al contribuente. E soprattutto, vista la rapida soluzione della crisi, non si è distrutto il valore commerciale della banca e non c’è stato alcun rischio di contagio della crisi ad altri istituti. Ennesima riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i nostri gemellini iberici, per qualche magico motivo, sono riusciti a uscire dal pantano della crisi del sistema bancario. Mentre noi ancora non abbiamo ancora capito che fine far fare alle banche venete e al Monte dei Paschi di Siena, tra ipotesi di nazionalizzazioni (proibite, in teoria), lacrime di coccodrillo, tanto lavoro in vista per gli avvocati, appelli alle due grandi banche di casa nostra, Intesa Sanpaolo e Unicredit. E soprattutto, tanto tempo perso e la conseguente trasformazione di istituti come PopVicenza e Veneto Banca in vere e proprie banche zombie.

Mentre decidiamo che fare, tuttavia, forse sarebbe il caso di raccontare come abbia fatto la Spagna in questi ultimi cinque anni, a uscire da una crisi molto peggiore della nostra. Qualche numerello: nel giugno del 2012, quando il neo-eletto premier Mariano Rajoy chiede 40 miliardi di aiuti all’Europa per salvare le sue banche, gravate da 220 miliardi di prestiti inesigibili figli della bolla (esplosa) del mercato immobiliare, la Spagna è un Paese in ginocchio. Il Pil è in calo dell’1,4%, la disoccupazione è al 24,8%, quella giovanile al 60% e lo spread dei Bonos coi Bund tedeschi è a 510.

I 40 miliardi per salvare le banche arrivano e con loro quelle famose condizionalità che noi, più o meno da allora, stiamo cercando di evitare come la peste. La cura, soprattutto per le banche, è tanto brutale quanto efficace. Viene creata una bad bank pubblica che ripulisce dalle sofferenze i bilanci delle banche in difficoltà (se chiedi aiuto, puoi), viene implementato un nuovo sistema di vigilanza con particolare attenzione alle casse di risparmio, viene istituita la figura dei revisori indipendenti e predisposti continui stress test per capire quali istituti sono sottocapitalizzati. Soprattutto, nel giro di cinque anni, il personale delle banche spagnole è sceso del 26%, mentre noi siamo fermi a una riduzione del 7%. Risultato? Nel giro di un paio di anni, il premio di rischio degli istituti di credito iberici si è ridotto del 75%, e la capitalizzazione è cresciuta del 50%. Ancora: sempre nel giro di due anni, un imprenditore spagnolo, per ottenere un prestito da 1 milione con scadenza da 1 a 5 anni avrebbe dovuto corrispondere un tasso d’interesse del 4,5%, in Italia del 6%.

Austerità recessiva? Ehm, no. Il Pil spagnolo, negli ultimi due anni, è cresciuto rispettivamente del 3,2% e del 3,3%, la disoccupazione è scesa al 21%, quella giovanile sotto la soglia del 50%. Non solo: il mostruoso debito privato che aveva generato la crisi del 2012 e che nel 2008 era arrivato a pesare il 167,5% del Pil, oggi è al 114%

Sistemato il sistema bancario, la Spagna ha anche cercato di rendere più competitiva la sua economia sui mercati esteri. La ley estrella, come la chiama Rajoy, la stella polare di questa piccola rivoluzione, sono state le nuove regole sul mercato del lavoro. In sintesi: maggiore flessibilità in uscita, contrattazione da settore a impresa, incentivi ad assumere a tempo indeterminato, ma solo per le piccole imprese e per i disoccupati giovani o di età superiore ai 45 anni e un fondo per la formazione continua dei lavoratori mutuato da quello tedesco. Risultato? Aumentano i consumi, l’export e pure gli investimenti, che oggi cubano il 19% del Pil spagnolo e hanno superato il 16% italiano.

Non bastasse, gli spagnoli ci hanno pure dato dentro con la revisione della spesa. 65 miliardi di euro di risparmi annui, di cui 10 sono arrivati dalla riforma delle pensioni - in riva al Tago si rimane a casa dopo il 65 anni, che saranno 67 dal 2027 e gli assegni sono calcolati basandosi sui contributi degli ultimi 16 anni di lavoro - nonché dal taglio delle risorse pubbliche non necessarie, da quello delle delle tredicesime dei dipendenti pubblici, dall'aumento dell'Iva, fino al taglio del 20% dei contributi ai partiti.

Austerità recessiva? Ehm, no. Il Pil spagnolo, negli ultimi due anni, è cresciuto rispettivamente del 3,2% e del 3,3%, al netto dell’exploit irlandese dello scorso anno, il migliore dell’Eurozona. La disoccupazione è scesa al 21%, quella giovanile sotto la soglia del 50%. Non solo: il mostruoso debito privato che aveva generato la crisi del 2012 e che nel 2008 era arrivato a pesare il 167,5% del Pil, oggi è al 114%. Allo stesso modo, sta scendendo il rapporto tra debito pubblico e Pil che dal 100,4% del 2014 è sceso al 98,9% del 2016. E la differenzia tra gli spread, oggi, dice Spagna 129, Italia 203. Ah, in tutto questo, il primo ministro è ancora Mariano Rajoy, riconfermato nonostante l’austerità. Domanda: e se non ci avessimo capito nulla, di come si esce dalle crisi?

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