Tecnologia al potere: la macchina che sceglieva a caso i politici ateniesi

La democrazia ateniese si reggeva sul sorteggio: una verità che viene spesso ignorata e nascosta. Le elezioni, al confronto, sono una caratteristica della modernità

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8 Giugno Giu 2017 0835 08 giugno 2017 8 Giugno 2017 - 08:35

Chi l’ha detto che la democrazia si regge sul voto? Tutti lo considerano una parte essenziale del procedimento democratico. Spesso, addirittura, identificano la democrazia con il voto stesso: è l’espressione diretta (più o meno) della volontà della maggioranza. È per onorare questa convinzione che i leader dei quattro maggiori partiti politici italiani si stanno dannando così tanto: vogliono trovare una legge elettorale adeguata per garantire il voto agli italiani e, al tempo stesso, un sacco di posti in Parlamento a se stessi.

Gli antichi ateniesi, invece, che la democrazia l’hanno inventata, questo problema non ce l’avevano. Loro non votavano per eleggere le cariche: le sceglievano con il sorteggio. Eh sì: la democrazia era, prima di tutto, la possibilità che il popolo potesse partecipare alla cosa pubblica. Grazie alla sorte (che era pur sempre una divinità) potevano accedere alla Boulé anche persone che non avevano i mezzi per attirare i voti (all’epoca era facile: bastava organizzare delle feste e distribuire qualche arancia per ottenere preferenze). La Boulé, per chi non lo ricordasse, era l’organo più importante dell’assetto democratico ateniese. Composta da 500 membri (almeno dalla riforma di Clistene in poi), deteneva il potere legislativo. Controllava l’operato delle magistrature e teneva sotto controllo il bilancio dello Stato. Entrarvi era un grande onore e una grande responsabilità.

Anche allora, ogni assetto istituzionale rifletteva le pontenzialità delle tecnologie. E se non c’era il voto online, né la programmaticità di un algoritmo, gli ateniesi potevano contare su una stupenda “macchina delle elezioni”, o meglio detto, il klerotérion (κληρωτήριον). Altro non era che una lastra di pietra con diverse fessure regolari in cui venivano inserite le schede dei candidati (i pinakia). Accanto alla sezione delle schede si trovava un tubo pieno di cubetti di vario colore. Ogni cubetto usciva, a caso, e sulla base della sua colorazione definiva fila e numero delle tessere. Per esclusione, l’unica tessera che rimaneva, era quella del prescelto. Una procedura un po’ lunga e macchinosa ma che, se condotta di fronte a una buona sorveglianza, evitava la possibilità di brogli e una selezione trasparente, ancorché casuale.

Visto che, di questi tempi, in tanti pensano di riformare le istituzioni (ma senza riuscirci), forse guardare al passato – o meglio, alle radici – potrebbe aiutare. Per essere sempre pronti a ogni circostanza, alcuni simpatici ricercatori e artigiani francesi hanno deciso di ricostruire un klerotérion. Sai mai che possa servire di nuovo.

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