Alle radici del modello Reggio Emilia: «Welfare, cultura e innovazione: così le città di provincia torneranno a volare»

Il sindaco Luca Vecchi ha messo in moto un progetto di rinnovamento economico, sociale e culturale che ha visto una crescita del PIL dell'1,3%, un export di 10 miliardi e un aumento di occupazione del 2%. Come? Puntando su edilizia, servizi alla persona, cultura e protagonismo civico

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9 Giugno Giu 2017 1600 09 giugno 2017 9 Giugno 2017 - 16:00

«Non chiamateci isola felice, non lo siamo», si schermisce il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. I numeri del capoluogo emiliano, tuttavia, raccontano una realtà che male non sta, anzi. Una crescita del prodotto interno lordo pari all’1,3% nel 2016, trainato da un export che vale circa 10 miliardi, i due terzi di tutta la ricchezza generata, mentre l’occupazione sale del 2,4%, il tasso di disoccupazione rimane al 4%, secondo solo a quello di Bolzano, e i salari medi si confermano tra i più alti d’Italia.

Una conferma che non è una tenuta. Non solo, perlomeno. Perché Reggio Emilia, come buona parte delle medie città del nord Italia, col loro modello fatto di capitalismo diffuso, distretti produttivi e elevata coesione sociale la crisi l’ha sentita, eccome: «Il 2008 ha colpito al cuore il nostro modello di sviluppo, così come la ricaduta del 2011, saremmo dei bugiardi se non lo riconoscessimo. Qui nel 2009 il Pil è caduto del 9%, non so se mi spiego. E l’export è sceso da 6 a 4 miliardi di euro in un solo anno». Un guaio, soprattutto se le cose, fino ad allora erano sempre andate più che bene: «La Reggio Emilia in cui ero cresciuto - ricorda ancora Vecchi - era una città a misura d’uomo, che aveva il limite di essere piccolina, ma che si era distinta per la sua vivacità culturale, per i suoi servizi alla persona di eccellenza, per un livello molto basso di disoccupazione e di disuguaglianze».

Non tutto era oro, quel che luccicava, certo: «Finché generava ricchezza non ci eravamo mai preoccupati di ciò che non funzionava, nel nostro modello di sviluppo», spiega Vecchi. Come molte città medie del nord Italia, Reggio Emilia era una città la cui economia era trainata prevalentemente dall’edilizia, che per crescere consumava un sacco di suolo e di energia, che generava poco valore aggiunto e attraeva manodopera scarsamente qualificata, sovente straniera: «A inizio anni ’90 Reggio Emilia aveva 120mila abitanti circa, oggi ne ha quasi 175mila. Siamo passati dallo zero al 17% di popolazione residente di origine straniera», racconta Vecchi. Relativamente semplice, finché il lavoro integrava naturalmente i nuovi cittadini nel tessuto sociale. Tremendamente difficile, dopo.

Già, perché alla crisi si era sommato pure un problema non da poco: «Tra il 2008 e fino al governo Monti, il governo aveva quasi azzerato i fondi per le politiche di welfare, a partire da quelli sulle famiglie non autosufficienti e i disabili - ricorda Vecchi -. Una scelta sconsiderata, quella di tagliare a partire dagli ultimi, cui abbiamo risposto facendo diversamente. Oggi su un bilancio pari a 130 milioni di euro ce ne sono 60 destinati al sistema sociale ed educativo. Come abbiamo fatto? Abbiamo usato le risorse con oculatezza, senza disperderle in mille rivoli. E abbiamo aumentato la collaborazione col privato sociale, allargando la coperta dell’offerta sociale al crescere della domanda».

Una scelta, questa, che ha trainato l’economia reggiana. Perché ha generato nuove realtà attive nei servizi alla persona. Perché ha permesso di mantenere un livello di scolarizzazione negli asili nido - eccellenza a livello mondiale - del 46%, contro una media nazionale del 20%. Perché ha permesso a Reggio Emilia di avere il tasso di occupazione femminile più alto d’Italia, nonché uno dei più alti d’Europa. Perché ha permesso alle imprese in crisi di ristrutturarsi, di riposizionarsi sui mercati globali e di ripartire, senza che la cosa degenerasse in allarme sociale. Risultato? Se nella crisi l’export era crollato da 6 a 4 miliardi, oggi è a quota 10 miliardi.

La sfida più ambiziosa del nuovo ”modello Reggio“, quello della riqualificazione delle Officine Reggiane, vero luogo iconico dello sviluppo della meccanica in Emilia: «Si tratta di una decina di capannoni, abbandonati da decenni - spiega Vecchi - nei quali abbiamo deciso di fare un parco dell’innovazione e di offrire spazi all’associazionismo locale

Se i soldi rimangono più o meno gli stessi, a cambiare è il modo in cui vengono spesi. Molto in sintesi, il nuovo modello reggiano - la cui ridefinizione inizia con Delrio e prosegue con Vecchi - si fonda sull’innovazione sociale, sulla cultura e sul protagonismo civico: «Faccio un esempio: noi recentemente abbiamo fuso due aziende di servizi alla persona, una delle quali si occupava di minori, mentre l’altra di anziani non autosufficienti - spiega il sindaco -. Contemporaneamente abbiamo generato un progetto sulla disabilità che ha chiamato in causa le famiglie, le associazioni, creando una rete in grado di abbattere non solo le barriere fisiche ma quelle culturali». Per la cronaca, da questa sensibilità politica è nata pure la fondazione Dopo di Noi, i cui soci sono le famiglie e che si occupa di loro quando i genitori non ci saranno più, e la cui fondazione è antecedente all’omonima legge nazionale sul tema. A buon intenditor, poche parole.

Lo stesso principio è stato seguito nella sanità, dove è stato inaugurato il C.O.RE., «centro oncoematologico specializzato, vera e propria eccellenza nazionale - spiega Vecchi - grazie all’impegno di tutta la comunità e a un investimento di 30 milioni di euro della Regione Emilia-Romagna», così come sull’housing sociale e sulla riqualificazione delle periferie, dove alla riqualificazione da 40 milioni di euro di quartieri degradati come il Compagnoni, sono stati fatti nascere una serie di laboratori di cittadinanza per la cura dei beni comuni e dello spazio pubblico: «Li abbiamo chiamati “Collaboratori” - racconta il sindaco - e hanno generato cose incredibili: si sta espandendo in modo incredibile la rete degli orti urbani. L’idea è ripensare il civismo. Quando progetti un quartiere e ci metti in mezzo un laboratorio di cittadinanza che faccia le feste di quartiere, organizzi iniziative sociali e culturali, tu fai due volte innovazione sociale».

Sullo sfondo, la sfida più ambiziosa del nuovo ”modello Reggio“, quello della riqualificazione delle Officine Reggiane, vero luogo iconico dello sviluppo della meccanica in Emilia: «Si tratta di una decina di capannoni, abbandonati da decenni - spiega Vecchi - nei quali abbiamo deciso di fare un parco dell’innovazione e di offrire spazi all’associazionismo locale. In quegli spazi arriveranno cooperative per disabili, la pista indoor di atletica leggera, la palestra del taekwondo e molto altro. È una forma molto potente di innovazioni sociale. Certo, potevamo tenerci i contenitori vuoti e costruire cose nuove altrove. Oppure avremmo potuto cedere quegli spazi a un fondo immobiliare che avrebbe fatto delle Reggiane un centro commerciale. Sarebbe stato molto più semplice, magari avrebbe generato pure più posti di lavoro, nel breve termine, ma nel medio periodo avremmo perso una grossa occasione di riqualificazione urbana sostenibile, inclusiva e innovativa».

Il rischio da evitare? Essere fagocitati dalla dimensione metropolitana, vera protagonista di questo scorcio di millennio: «Non abbiamo la massa critica di Milano, ma non possiamo nemmeno essere la città che si limita ad asfaltare le strade», chiosa Vecchi. La soluzione? «Collaborare con altre città medie. E continuare a essere quel che eravamo: realtà che danno ancora un senso alla parola comunità: a un’idea di cittadinanza, a una rete di legami. Abbandonare le città medie sarebbe un grave errore per il Paese, è vero. Ma dipende soprattutto da noi».

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