La fine della legge elettorale e la vendetta dei piccoli: «Abbiamo vinto, ma non infieriamo»

Crolla l’intesa tra Pd, Forza Italia e Cinque Stelle, e viene meno anche la soglia di sbarramento al 5 per cento. I centristi esultano, festeggiano Giorgia Meloni e i bersaniani. Ma la star del giorno è Angelino Alfano, sedotto e scaricato da Renzi. «Adesso non si parli più di voto anticipato»

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9 Giugno Giu 2017 1306 09 giugno 2017 9 Giugno 2017 - 13:06

Per i piccoli partiti italiani è il giorno della vittoria e dell’ottimismo. La legge elettorale affossata ieri alla Camera dei deputati viene archiviata insieme alla soglia di sbarramento al 5 per cento. Impallinato dal voto segreto di decine di franchi tiratori, l’accordo tra Partito democratico Forza Italia, Cinque Stelle e Lega è saltato per sempre. Per tanti parlamentari è il momento di tirare un sospiro di sollievo. Salta l’intesa tra Grillo, Renzi e Berlusconi. E così vengono meno anche i veti che avrebbero reso quasi impossibile l’accesso dei cespugli nella prossima legislatura.

Il funerale del modello tedesco anticipa la resurrezione dei partiti più piccoli. Sorridono i leader delle tante sigle centriste, festeggiano i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Ma tirano un sospiro di sollievo anche i bersaniani di Articolo 1, che rischiavano di non raggiungere l’agognata soglia. La star della giornata, inutile dirlo, è Angelino Alfano. Ministro degli Esteri, leader di Alternativa Popolare. Esponente della maggioranza di governo, eppure scaricato dagli stessi alleati del Partito democratico. Per lui, più degli altri, è il giorno della grande rivincita. «Abbiamo vinto, ieri si è trattato di un clamoroso fallimento» racconta in una conferenza stampa convocata al mattino. «Ma il nostro contegno sta nel non inferire e nel guardare avanti per il bene del paese». I sassolini tolti in queste ore dalle scarpe dei centristi hanno le dimensioni di un macigno. «Oggi si va al 2018. Caso chiuso, di elezioni anticipate non si parli più».

I cespugli adesso possono crescere rigogliosi in Parlamento, chi l’avrebbe mai detto? Certo, si sapeva che l’intesa a quattro tra dem, Cinque Stelle, Forza Italia e Lega era in bilico. Ma chi poteva scommettere che l’accordo sarebbe saltato al primo ostacolo?

I cespugli adesso possono crescere rigogliosi in Parlamento, chi l’avrebbe mai detto? Certo, si sapeva che l’intesa a quattro tra dem, Cinque Stelle, Forza Italia e Lega era in bilico. Ma chi poteva scommettere che l’accordo sarebbe saltato al primo ostacolo? E invece ieri, al primo voto segreto della giornata, a Montecitorio si è scatenato il caos. Per i partitini vittime sacrificali dell’intesa è diventato un giorno da celebrare. «Eurogol, “inciucellum” affondato!» ha festeggiato a caldo Alfano, consegnando la sua gioia a twitter. E si è tolta qualche soddisfazione anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, altro partito a rischio sbarramento. «Alla prima occasione utile sono saltate fuori le contraddizioni di una bizzarra maggioranza» ha spiegato. Accusando tra le righe anche gli amici del Carroccio, colpevoli di aver chiuso un accordo senza troppo riguardo per gli alleati. «La Lega mi ha spiazzata - così la Meloni - Non ho capito né condiviso la scelta di sostenere questo progetto per andare al voto quanto prima». Intanto cambiano gli equilibri anche a sinistra. Nel day after prende forma l’indiscrezione di un patto elettorale tra Matteo Renzi e Giuliano Pisapia. Un accordo obbligato tra Partito democratico e Campo progressista. Almeno al Senato, dove il Consultellum fissa la soglia di ingresso all’8 per cento (3 per cento per le liste coalizzate).

Adesso tornano tutti in gioco. Cambia la legge elettorale, mutano gli scenari politici. Al momento per la Camera resta valido l’Italicum, così come modificato dalla Corte Costituzionale. Di fatto, a Montecitorio la soglia di sbarramento scende al 3 per cento. Un’altra ipotesi porta in commissione Affari costituzionali. Avendo davanti ancora sei mesi di legislatura, c’è chi ancora spera di scrivere un nuovo sistema di voto. Magari partendo dal testo base già depositato dal presidente Andrea Mazziotti e velocemente accantonato. La novità? Saltato l’accordo con i Cinque Stelle, adesso Pd e Forza Italia dovranno obbligatoriamente dialogare con le forze centriste. E stavolta saranno proprio queste ultime a dare le carte al tavolo del confronto. «Noi siamo disponibili a ripartire con una nuova discussione sulla legge elettorale» raccontava ieri la ministra Beatrice Lorenzin, altra esponente di punta di Alternativa Popolare. «Ma alle nostre condizioni: con una soglia più bassa del 5 per cento e un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione».

Per i partitini vittime sacrificali dell’intesa è diventato un giorno da celebrare. Adesso tornano tutti in gioco. Cambia la legge elettorale, mutano gli scenari politici

Nel frattempo Alfano e i suoi continuano lavorare in vista delle elezioni del 2018. Costretta a convergere con le altre forze della galassia centrista per superare lo sbarramento del modello tedesco, adesso Alternativa Popolare assicura di voler proseguire sullo stesso percorso. Il capogruppo di Ap alla Camera Maurizio Lupi ha l’incarico di creare le condizioni per la nascita di un nuovo movimento insieme, tra gli altri, a Pier Ferdinando Casini, Flavio Tosi, gli eredi di Scelta Civica… «Non togliamo il piede dall’acceleratore di un soggetto nuovo di moderati, liberali e popolari - spiega Alfano sorridente - Ragioniamo come si andasse a votare a settembre». Passata la grande paura, è il momento dell’ottimismo.

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