Andrea Catizone: «La genitorialità è una vocazione, non un diritto»

Intervista all'avvocato Andrea Catizone, esperta in diritto di famiglia e tutela dei minori: «Le leggi che cambiano i costumi richiedono tempo per affermarsi e, in ogni caso, se anche questa legge contribuisse al miglioramento della vita di una sola coppia, sarebbe stato comunque giusto approvarla»

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10 Giugno Giu 2017 0830 10 giugno 2017 10 Giugno 2017 - 08:30

È passato poco più di un anno dall’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e i tempi sono maturi per i primi bilanci e le prime riflessioni. Qualche settimana fa sono stati pubblicati, infatti, i dati delle prime unioni civili celebrate nel corso di quest’anno, e la cifra stimata di 2800 unioni, considerata da alcuni troppo bassa, ha aperto un aspro dibattito sul nuovo istituto giuridico. Per fare il punto della situazione e indagare sui prossimi obiettivi in termini di diritti civili, sentiamo l’opinione della prof.ssa Andrea Catizone, avvocato esperta in diritto di famiglia e tutela dei minori.

Avvocato Catizone, la pubblicazione dei primi dati sulle celebrazioni delle unioni civili, da alcuni considerati insoddisfacenti, hanno scatenato la polemica sulla reale «necessità» di una normativa di questo genere, qual è la sua analisi?
Credo innanzitutto che si sia fatta un po’ di confusione sui numeri. Tanto per cominciare le 2800 celebrazioni conteggiate non tengono in considerazione le procedure di «conversione» in unioni civili dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero. È evidente che un Paese che giunge a regolamentare questi vincoli affettivi con anni e anni di ritardo, abbia già vissuto sulla sua pelle una forma di «emigrazione» per i diritti, con tantissime coppie che, pur di ottenere un briciolo di tutela, si sono rivolti a paesi stranieri. Comprensibilmente, dunque, per una buona parte di persone non si trattava tanto di celebrare nuove unioni ma di far riconoscere in Italia quelle già contratte all’estero. Detto questo, però, vorrei aggiungere una riflessione ulteriore. Trovo deprimente valutare la necessità di una legge che riconosce dei diritti umani sulla base del numero di persone che ne hanno usufruito in un anno. Le leggi che cambiano i costumi richiedono tempo per affermarsi e, in ogni caso, se anche questa legge contribuisse al miglioramento della vita di una sola coppia, sarebbe stato comunque giusto approvarla.

«Troppo spesso, da una parte e dall’altra, il discorso sembra infatti fossilizzarsi su un presunto «diritto alla genitorialità». Non esiste nel nostro ordinamento un tale diritto. La genitorialità è una vocazione, un desiderio legittimo, non un diritto. Quando si parla di filiazione il faro guida deve invece essere l’interesse e la tutela del minore»

Questa legge è stata attaccata da alcuni esponenti politici perché «equipara le unioni civili al matrimonio». Pensa che sia un’analisi corretta? Se no, qual è la mancanza maggiore in questa normativa rispetto alla piena parità giuridica?
Bisogna fare un’analisi un po’ più complessa rispetto agli slogan degli oppositori alla legge. Innanzitutto, per quanto riguarda la sostanziale equiparazione delle unioni civili al matrimonio, direi che in linea di massima è una delle principali conseguenze di questa legge. La normativa ha introdotto infatti un istituto giuridico di diritto pubblico del tutto simile al matrimonio come natura giuridica, modalità di celebrazione e la gran parte dei contenuti in termini di diritti e doveri. Lo stesso testo di legge prevede, al comma 20 dell’art.1, che nella quasi totalità delle norme dell’ordinamento laddove si parli di «matrimonio» ci si riferisca anche alle unioni civili. Ciò che invece è stato lasciato davvero fuori da questa legge, e che la differenzia sostanzialmente dall’istituto matrimoniale, è tutta la tematica della filiazione. Ricordiamo tutti la decisione dolorosa di stralciare dal testo l’adozione coparentale pur di salvare il resto della legge. Ecco, su questo il Legislatore può e deve fare di più.

Sui rapporti di filiazione si è consumato, in effetti, lo scontro più duro. La cosiddetta Stepchild Adoption, dopo lo stralcio, è stata comunque riconosciuta dalle corti, compresa la Cassazione, in casi concreti. Perché ci sono state tante resistenze e quali sono i prossimi passi da fare sui diritti civili?
Sull’adozione coparentale la discussione è stata particolarmente violenta e dolorosa, con attacchi inaccettabili alle famiglie omogenitoriali. In proposito trovo che tutto il dibattito sulla genitorialità per le coppie omosessuali sia viziato da un errore di fondo. Troppo spesso, da una parte e dall’altra, il discorso sembra infatti fossilizzarsi su un presunto «diritto alla genitorialità». Non esiste nel nostro ordinamento un tale diritto. La genitorialità è una vocazione, un desiderio legittimo, non un diritto. Quando si parla di filiazione il faro guida deve invece essere l’interesse e la tutela del minore. Assumendo questo più corretto punto di vista, ogni questione risulta più facile da gestire. Se un bambino, per esempio, vive già con i suoi due padri o le sue due mamme, la tutela del suo primario interesse non può che essere il pubblico riconoscimento del rapporto parentale con entrambi i genitori. Non farlo non fa che pregiudicare i suoi diritti, ed è per questo che le corti stanno riconoscendo comunque l’adozione coparentale, facendo leva sul principio cardine del diritto minorile: la tutela del supremo interesse del minore. Quanto ai prossimi obiettivi da raggiungere ritengo che al primo posto vada una seria e complessiva riforma dell’istituto dell’adozione. Da troppo tempo, infatti, si attende invano che il Legislatore intervenga su questa delicatissima questione. I correttivi necessari dovrebbero innanzitutto riguardare lo snellimento della burocrazia e la semplificazione delle procedure, ma anche l’apertura di questo istituto a una più ampia platea di soggetti, comprese le coppie omosessuali e le persone singole.

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