La Merkel non l’ha capito, Macron sì: all’Europa conviene tenersi stretti gli inglesi

Sbaglia la Merkel a rispondere al risultato delle elezioni inglesi limitandosi a ricordare le scadenze della trattativa Brexit. Fa bene Macron a rimarcare la vicinanza tra Francia e UK. Perché l'Unione Europea ha bisogno della Gran Bretagna, e la Gran Bretagna ha bisogno della Ue

angela merkel
12 Giugno Giu 2017 1029 12 giugno 2017 12 Giugno 2017 - 10:29

Sbaglia la Merkel a rispondere al risultato delle elezioni inglesi limitandosi a ricordare – come se fosse uno Juncker qualsiasi - l’immutabilità del calendario delle negoziazioni e che – ovviamente – “gli Europei devono difendere i propri interessi così come i britannici difenderanno, certamente, i propri”. Sbaglia, anche se probabilmente è un errore determinato dal fatto che è in campagna elettorale, a non vedere che l’esito delle elezioni della settimana scorsa fornisce a tempo scaduto alla Germania una grossa opportunità: evitare la trappola di un’Europa schiacciata su Berlino che caricherebbe i tedeschi degli oneri di una leadership che rischia di farli diventare il centro di tutti i problemi che l’Europa non ha ancora risolto.

Lo ha capito, invece, immediatamente Macron che, nel frattempo, si è, più saggiamente, limitato a congratularsi con la May ribadendo la convinzione che l’ “amicizia tra Francia e Regno Unito è forte e supererà qualsiasi difficoltà”. Fa bene Macron ad essere più prudente, perché il Regno Unito è, ancora, nonostante la sua carica polemica, un ottimo partner potenziale per chi sia davvero convinto di dover “rifondare” l’Europa. E fanno male gli analisti finanziari – che, del resto, sono pagati per fare previsioni valide per il brevissimo termine e non per capire la politica che è fenomeno molto più dinamico – a considerare l’esito dell’ hung parliament il peggiore che le elezioni potessero avere.

Fa bene Macron ad essere più prudente, perché il Regno Unito è, ancora, nonostante la sua carica polemica, un ottimo partner potenziale per chi sia davvero convinto di dover “rifondare” l’Europa

In realtà da queste elezioni esce, comunque, un governo inglese debole: non potrà che esserlo sia uno guidato da Theresa May, sia uno – non è escluso - guidato dai laburisti e che arrivi fino ai deputati conservatori che hanno, persino, minacciato di lasciare il Partito. Tuttavia, paradossalmente, tale debolezza è l’unica possibilità che l’Europa ha per portare il Regno Unito verso una BREXIT praticamente solo nominale (nessuna concessione sulla circolazione delle persone in cambio della permanenza nel mercato comune) o, addirittura, verso la vittoria storica di costringerli alla scelta tra un nuovo referendum e l’incubo del no deal che porterebbe il Regno Unito fuori dal mondo.

Certo però che tali considerazioni scontano una promessa che, personalmente, do per scontata e che scontata non è per tutti gli europeisti. Europeisti che, in realtà, ormai si dividono in due campi diversi: quello dei difensori dello status quo; e quelli della “rifondazione”. La convinzione è che l’Europa ha bisogno del Regno Unito, tanto quanto il Regno Unito ha bisogno dell’Europa. Anche se il matrimonio tra queste due parti era, da tempo, in crisi e va, perlomeno, rivisto – in molto più efficace di come goffamente provò a fare Cameron – nei suoi termini essenziali. Proprio come va rivisto – aldilà della retorica delle manifestazioni ufficiali - il patto tra gli altri ventisette Stati.

Il Regno Unito ha bisogno dell’Europa perché la forza della città di Londra è quella di essere il prolungamento nel mare di uno straordinario continente che trova in Londra il centro nervoso che lo lega ai mercati finanziari globali. Ma gli inglesi hanno bisogno di noi anche per trovare quel modello di stato sociale che hanno, nel tempo, eroso e che li espone alle diseguaglianze irrazionali che Corbyn denuncia.

È vero però anche il contrario. Che l’Europa ha bisogno del Regno Unito. Perché vanno in Inghilterra buona parte delle esportazioni da cui dipende un’economia continentale ancora in convalescenza: la Germania esporta nel Regno Unito 90 miliardi di euro, un valore aumentato del 50% negli ultimi 5 anni e sarebbe un disastro se gli inglesi reagissero ad un irrigidimento con dazi sulle BMW. Ma anche perché con il Regno Unito perderemmo il Paese – piaccia o meno a molti europei vittime di una strisciante invidia – che, insieme agli Stati Uniti, è al centro della modernità: sono solo inglesi le quattro università non americane tra le prime dieci del mondo; è inglese la musica e molti dei simboli che definiscono il nostro tempo.

Un’Europa che perdesse la Bretagna sarebbe più provinciale, pericolosamente arroccata su Berlino ed è un pericolo che anche Angela non può riconoscere. La novità del resto di Macron è che, da francese, sembra aver pragmaticamente capito che la Francia e l’Europa possono avere futuro solo se si liberano di sindromi di grandezza che ci mettono fuori da questo tempo.

Gli inglesi furono fondamentali per realizzare il mercato comune. Per immaginare le geometrie variabili che, oggi, fanno avanzare l’integrazione senza farla strozzarla dai veti

Del resto degli inglesi abbiamo bisogno anche proprio per immaginare un’Europa diversa. A meno che ci sia qualcuno che, ancora, si illude che possa essere sostenibile l’idea degli Stati Uniti d’Europa, di un super Stato nazione, proprio mentre gli Stati moderni sono erosi da tecnologie che cancellano i confini. Gli inglesi furono fondamentali per realizzare il mercato comune. Per immaginare le geometrie variabili che, oggi, fanno avanzare l’integrazione senza farla strozzarla dai veti. Ugualmente, un Paese che non conosce l’idea della burocrazia come nozione immanente, è cruciale per traghettare l’Europa in un secolo che richiede istituzioni flessibili.

È normale che i vertici della Commissione sembrano ossessionati dalla necessità che i negoziati siano terminati entro la data già fissata: una qualsiasi burocrazia deve, prima di ogni altra cosa, portare a termine i dossier. Quello della BREXIT è però un dossier troppo importante per essere lasciato in mano ad un’amministrazione che nessuno ha mai eletto.

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