Fate quello che volete, ma risparmiateci un’altra Seconda Repubblica

Chi spera in un ritorno al bipolarismo e alle coalizioni di centrodestra e centrosinistra si ricorda degli ultimi vent’anni? Non c’è problema: ci pensiamo noi a rinfrescare la memoria

Berlusconi Prodi

ALBERTO PIZZOLI / AFP

ALBERTO PIZZOLI / AFP

13 Giugno Giu 2017 1111 13 giugno 2017 13 Giugno 2017 - 11:11

Questa è per voi, che già stappate bottiglie per la fine del tripolarismo, dando per morto Beppe Grillo per la trilionesima volta. Per voi, che vi brillano gli occhi al pensiero di un ritorno alle stagioni del centrodestra e del centrosinistra, con o senza trattino, alla vostra gioventù politica fatta di poli, case, popoli della libertà, di alleanze democratiche e progressiste, di gioiose macchine da guerra, ulivi e unioni.

Questa è per voi e potete considerarla come una pillola di memoria storica, giusto per ricordarvi cos’è stato il ventennio politico 1993-2013. Un ventennio che inizia e che inizia e finisce, non a caso, con un governo tecnico, Ciampi prima e Monti poi. Che inaugura il proprio ciclo elettorale con la vittoria di un’alleanza spuria di centrodestra - Berlusconi era alleato con la Lega al nord e con Alleanza Nazionale al sud, due partite che se le sono dette di santa ragione per tutta la campagna elettorale. Alleanza che, grazie alla disomogeneità del Mattarellum - curioso che il suo estensore oggi chieda omogeneità - produce una maggioranza alla Camera, ma non al Senato, rendendo necessario il primo travaso parlamentare della Seconda Repubblica e parimenti claudicante il primo governo Berlusconi, che cadrà per il tradimento di Bossi e per le manovre del duo Scalfaro-D’Alema.

Nemmeno il tempo di uno sbadiglio - è il 1995 - e abbiamo già il secondo governo tecnico della seconda Repubblica. Due sbadigli - è il 1996 - e si torna a votare. È aprile e a trionfare, stavolta, è l’Ulivo guidato da Romano Prodi e il suo patto di desistenza al Senato con Rifondazione Comunista, altro espediente per bypassare il Mattarellum, la nostalgia verso il quale suona quantomeno bizzarra. Con basi tanto solide, non stupisce che nemmeno Prodi riesca ad arrivare a fine legislatura. Si ferma a metà strada, sfiduciato da Bertinotti e sostituito da Massimo D’Alema, che allarga la maggioranza imbarcando Cossiga, Mastella e pure qualche ex fascista, già che c’è.

Per quanto possa sembrarvi strano, oggi, nemmeno questa brillante performance - impreziosita, già che c’era tempo, da un terzo governo, quello di Giuliano Amato - non incontrò il favore delle urne. Nel 2001 infatti la rediviva alleanza di centrodestra, con Bossi e Fini finalmente alleati pure fra di loro, conquista un’ampia maggioranza sia alla Camera, sia al Senato contro l’Ulivo di Rutelli (senza desistenze con Rifondazione, stavolta) Tutto bene? Ni. Nel senso che pure in questo caso la coalizione di centrodestra dà prova di grande coesione, con le presunte liti tra Tremonti e Fini - che già studiava da frondista coi suoi due Sì al referendum sulla procreazione assistita - e quelle un po’ meno presunte tra Berlusconi e Casini Al punto che il 15 maggio del 2005, dopo il tracollo alle elezioni regionali, Udc, Alleanza Nazionale e Nuovo Psi ritirarono le loro delegazioni, costringendo Berlusconi alle dimissioni.

Vale la pena di ricordare tutti e diciannove i partiti che facevano parte dell’Unione: Democratici di Sinistra, La Margherita, Popolari UDEUR, Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Federazione dei Verdi, Consumatori Uniti, Rosa nel Pugno, Italia dei Valori, Partito Pensionati, Südtiroler Volkspartei, Autonomie Liberté Démocratie, Movimento Repubblicani Europei, Lega per l'Autonomia-Alleanza Lombarda-Lega Pensionati, Lista Consumatori, Democrazia Cristiana, I Socialisti, Liga Fronte Veneto, e Democratici Cristiani Uniti.

La crisi si risolve in fretta, certo, e Berlusconi torna a Palazzo Chigi senza passare dal via. Anzi, riesce pure a far approvare una legge elettorale, il celeberrimo Porcellum, anch’essa disomogenea, ma allora a quanto pare andava benissimo così. Nemmeno a lui, però, riesce di farsi riconfermare alle elezioni successive. Che vedono il ritorno di Prodi e della coalizione-ammucchiata dell’Unione, miglior rappresentazione plastica possibile della Seconda Repubblica. Vale la pena di ricordare tutti e diciannove i partiti che ne facevano parte: Democratici di Sinistra, La Margherita, Popolari UDEUR, Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Federazione dei Verdi, Consumatori Uniti, Rosa nel Pugno, Italia dei Valori, Partito Pensionati, Südtiroler Volkspartei, Autonomie Liberté Démocratie, Movimento Repubblicani Europei, Lega per l'Autonomia-Alleanza Lombarda-Lega Pensionati, Lista Consumatori, Democrazia Cristiana, I Socialisti, Liga Fronte Veneto, e Democratici Cristiani Uniti. Un dispiegamento di forze che tuttavia non è sufficiente a Prodi per vincere, issando a imperitura gloria - si fa per dire - due misconosciuti senatori eletti nelle circoscrizioni estere, che permettono al'Unione di conquistare la maggioranza al Senato.

Il governo Prodi II dura meno del precedente, affondato sotto i colpi delle inchieste che riguardano il ministro della giustizia Clemente Mastella, dal voto di sfiducia di due dei tre senatori dell'UDEUR (senatore Clemente Mastella e senatore Tommaso Barbato), di Lamberto Dini, di Domenico Fisichella, di Franco Turigliatto (Sinistra Critica) e di Sergio De Gregorio (Italiani nel Mondo) e dal neonato Partito Democratico di Walter Veltroni, desideroso di buttare a mare Ulivi e Unioni per misurarsi con la vocazione maggioritaria del nuovo sodalizio nato dalle ceneri dei Ds e della Margherita.

Il risultato di quella scelta è (quasi) cronaca. Berlusconi stravince le elezioni del 2008, va al governo e nonostante una maggioranza bulgara sia alla Camera sia al Senato cade sotto i colpi della tempesta dello spread, incapace di far approvare dal Parlamento le misure concordate con la Banca Centrale Europea, soprattutto dopo l’ennesimo strappo interno al Popolo delle Libertà, consumatosi stavolta con quello che fino ad allora era stato l’alleato più fedele, Gianfranco Fini. Pochi mesi ancora e Federico Pizzarotti del Movimento Cinque Stelle sarebbe diventato sindaco di Parma, Matteo Renzi avrebbe conteso la leadership del Pd a Pierluigi Bersani e le elezioni del 2013 avrebbero certificato l’ennesimo, ultimo stallo della Seconda Repubblica. Ecco, con tutta la buona volontà del mondo, non esattamente la strada migliore da battere per il futuro. Nonostante il presente.

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