Salvate le banche venete (e il nordest) da un disastro senza precedenti

Lettera aperta a Unicredit e Intesa San Paolo, nel giorno in cui si decide se abbandonare o meno la Popolare di Vicenza e Veneto Banca al loro destino: il primo grande bail in d’Europa sarà un disastro per uno dei motori dell’economia italiana, con conseguenze sociali imponderabili. Pensateci bene

Vicenza

Pedro/Flickr.com

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13 Giugno Giu 2017 0814 13 giugno 2017 13 Giugno 2017 - 08:14
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È il giorno della verità per le ex popolari venete e rischia di essere una verità amara. Che aprirà alla più grande crisi bancaria mai conosciuta nel nostro Paese. Che produrrà la più grave crisi occupazionale mai vista nella storia industriale del Nordest, coinvolgendo circa 11mila dipendenti. Che metterà letteralmente in ginocchio una parte molto consistente delle imprese che rappresentano un pezzo importante del pil italiano, imprese che sono per lo più dislocate nel ricco e industriale Veneto. Sembra impossibiile, perché le popolari sono state e sono uno degli assi portanti di questo territorio, ne hanno scritto insieme a tanti noti imprenditori la storia di successo degli ultimi vent’anni. Eppure, nonostante tutto, la cupio dissolvi del sistema popolare sembra destinata ad avere il sopravvento.

Lo avevamo scritto proprio qui, a settembre del 2016, che la fusione tra Veneto Banca e Bpvi era una missione impossibile. Però avevamo spiegato anche perché si voleva fare: era necessario far uscire una banca viva dall’unione tra le due, con sacrifici in termini occupazionali e di perimetro che questo avrebbe richiesto. Avevamo spiegato che un cumulo di circa 9 miliardi di crediti non performing a cui si sommano altrettanti incagli, portando il conto dei crediti difficili a circa 19 miliardi era una massa troppo grande da sostenere. Avevamo avvertito che sarebbero serviti altri miliardi per coprire una simile fusione.
I numeri erano noti fin dall’inizio. Erano chiari ad Atlante quando oltre un anno fa mise 2,5 miliardi nelle venete (poi diventati 3,5 per coprire i contenziosi con i soci truffati). E non potevano non essere chiari ad Alessandro Penati, presidente di Quaestio Sgr, quando al Festival di Trento, circa 12 mesi or sono, disse che tempo un anno e mezzo avrebbe risanato e venduto la Vicenza.

Sembra una pessima barzelletta che rischia di finire in dramma. Ma qui la questione è molto seria. Se entro oggi non arriverà sul tavolo della Bpvi una proposta concreta che consenta di racimolare gli 1,25 miliardi di euro di capitali privati chiesti da Bruxelles per dare seguito alla ricapitalizzazione precauzionale di Stato, il consiglio della Vicenza si rimetterà alla Bce per capire come gestire la situazione. Che tradotto significa risoluzione della banca secondo le norme del bail in. Domani, che è in calendario il cda di Veneto, si seguirà il medesimo copione. Il destino di queste due banche, distanti 40 chilometri, è sempre stato lo stesso, fin da quando litigavano i due “padroni” Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Due banche gemelle, con una sovrapposizione quasi scientifica di territori, clienti, soci, debitori. Se sarà la risoluzione la via da imboccare nell’abisso del bail in non ci finiranno solo azionisti, obbligazioni e correntisti con depositi sopra i 100mila euro. Questi due istituti custodiscono quasi 40 miliardi di crediti in bonis, circa un quarto sono imprese. Qualcuno ha la più vaga idea di cosa significhi gestire, sotto le norme della risoluzione, questa montagna di crediti? Ne dubitiamo. A qualcuno interessa provare questo brivido. quello del primo vero bail in in Europa? Lo desideriamo proprio questo primato?

Dallo schianto di queste due banche in tanti ne hanno guadagnato. Certamente dei 9 miliardi di depositi fuggiti dalle ex popolari si sono avvantaggiati gli istituti concorrenti. E non sfugge a nessuno (per quanto si tenti di dimenticarlo) che il fondo Atlante è stato creato per salvare le grandi banche dagli aumenti di capitale delle venete

Secondo i conteggi circolati in questi giorni la risoluzione costerebbe al sistema bancario 11 miliardi di euro. Ovvero la cifra che serve al Fondo Interbancario di tutela dei depositi sotto i 100mila euro, fondo a cui ogni banca dovrà versare il proprio. L’alternativa è sborsare 1,25 miliardi di euro. È vero, non è detto che dopo la ricapitalizzazione di stato di 6,4 miliardi complessivi tra pubblico e privato, la faccenda delle banche venete si risolverà definitivamente. È lecito dubitarne, considerando le amare e continue sorprese di questi mesi. Ma a onor del vero, dallo schianto di queste due banche in tanti ne hanno guadagnato. Certamente dei 9 miliardi di depositi fuggiti dalle ex popolari si sono avvantaggiati gli istituti concorrenti. E non sfugge a nessuno (per quanto si tenti di dimenticarlo) che il fondo Atlante è stato creato per salvare le grandi banche dagli aumenti di capitale delle due banche venete. Della Popolare di Vicenza, in particolare, visto che nel caso di Veneto Banca un consorzio di garanzia si era ampiamente spartito il rischio. E la banca capofila di quel pool, cioè Intesa, aveva scudato circa il 10% di quell’aumento.

Giova ricordare, invece, che il consorzio di garanzia per l’aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro della Vicenza (andato deserto come quello di Montebelluna) annoverava un solo istituto: UniCredit. Giova ricordare che Federico Ghizzoni è stato fatto alzare dalla sua sedia di ceo di Piazza Gae Aulenti per quel passo falso su Bpvi. Giova infine puntualizzare che senza Atlante UniCredit si sarebbe trovato a essere azionista di una banca che finora è stata un pozzo senza fondo di miliardi. Pochi mesi dopo, UniCredit avrebbe chiesto ai suoi soci di sottoscrivere un aumento di capitale da 13 miliardi di euro. Senza il fardello della Vicenza, quell'aumento è andato in porto. Sarebbe andata allo stesso modo, se per sventura ne fossero diventati proprietari?
Per fortuna arrivò il titano Atlante, che forse non ha sorretto tutta la volta celeste, ma ha consentito all'istituto di piazza Gae Aulenti di non portarsi in casa una grana molto seria. Malizia? Ci hanno detto che le condizioni contrattuali consentivano di tirarsi indietro dalla garanzia in situazione di mercato avverso, anche se in questo caso di avverso c'era era solo lo stato di salute delle due banche. Stato di salute che a Ghizzoni pare fosse poco chiaro, visto che a due mesi dal via della ricapitalizzazione, disse che l’aumento della Bpvi sarebbe stato un successo. Sappiamo tutti come è finita.

Giova puntualizzare che, senza Atlante, UniCredit si sarebbe trovato a essere azionista di una banca che finora è stata un pozzo senza fondo di miliardi. Pochi mesi dopo, avrebbe chiesto ai suoi soci di sottoscrivere un aumento di capitale da 13 miliardi di euro. Senza il fardello della Vicenza, quell'aumento è andato in porto. Sarebbe andata allo stesso modo, se per sventura ne fossero diventati proprietari?

In queste ore Jean Pierre Mustier e Carlo Messina, rispettivamente ceo di Unicredit e Intesa San Paolo, dovrebbero ­­­­­­ragionare attentamente su come guidare questa benedetta operazione di sistema. Ci auguriamo lo facciano, perché gli esiti sull’economia del Nordest saranno imponderabili. Unicredit e Intesa sono campioni di quote di mercato in questi territori e come abbiamo imparato negli ultimi tempi: le banche sono lo specchio della nostra economia. Meglio pensarci bene, quindi. Perché se ciò non dovesse accadere, se si deciderà di abbandonare le banche venete al loro destino, l'unica cosa facile, il giorno dopo, sarà trovare i colpevoli di questo disastro. Ce ne sono talmente tanti, del resto.

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