Molte birre con Federico Baccomo

La rubrica alcolica di Finzioni questa settimana propone una chiacchierata con Federico Baccomo, scrittore, sceneggiatore di film e serie tv, ora in libreria con il suo ultimo romanzo "Anna sta mentendo", pubblicato da Giunti

Molte Birre Con

Foto di Alberto Cocchi©

14 Giugno Giu 2017 1527 14 giugno 2017 14 Giugno 2017 - 15:27

In vino veritas, dicevano i latini. L’ebbrezza mostra le cose nascoste, diceva Orazio. Fai bere molte birre a uno scrittore e vuoterà il sacco, diciamo noi. In ogni caso, e per ogni citazione, l’assunzione di alcol è sempre stata legata alle menzogne e al loro superamento.

Probabilmente sta tutto nel disinnesco dei freni inibitori, quelli che, più che portarti a mentire, ti impediscono di essere davvero sincero. La birra aiuta, soprattutto se sorbita nella sua naturale cornice: la convivialità. Bere birrette rende tutti amici, e gli amici si dicono le cose.

A questo proposito, bentornati a Molte birre con…, la rubrica che funziona come il siero della verità, senza i fastidiosi effetti collaterali del tiopentale sodico. Dopo aver parlato di editoria americana con Giulio D’Antona, di criminalità organizzata con Simone Sarasso, di sciabattamenti del Novecento con Marco Rossari, di agenzie e riviste con Pastrengo, di racconti e Messico con Alessandro Raveggi, di Topolino e incomprensioni con Tito Faraci, di amore e antichità con Giorgio Fontana, di giochi di ruolo e bottiglie che esplodono con Vanni Santoni e di mummie e specifici letterari con Andrea Morstabilini, oggi è il turno di Federico Baccomo, scrittore, autore e cuor contento, da poco in libreria con Anna sta mentendo (Giunti), la storia di una strana applicazione di messaggistica istantanea, WhatsTrue, che informa il protagonista ogni volta che qualcuno gli sta scrivendo una bugia, soprattutto la sua nuova fidanzata. Poi ci sono anche altri misteri, ma quelli dovete leggerveli da soli.

Dato che sulla birra e sulle location noi le bugie non le diciamo mai, ci siamo incontrati in Santeria Social Club, un posto molto caro a Finzioni e molto caro anche a tutto il mondo, ritratti con magia da Alberto Cocchi, il fotografo il cui unico obbiettivo è quello di farci stare bene.

Prima birra

Questa rubrica si chiama Molte birre con… e tu hai appena dichiarato, a microfoni spenti, di non bere molto, di solito. La questione è interessante, se parliamo dell’immagine dello scrittore sbronzone – write drunk, edit sober – e dell’idea dell’arte come sofferenza e disagio, della tristezza come motore della letteratura. Tu invece sei sempre allegro e sobrio e, in tutti i tuoi libri, hai mostrato che un’altra letteratura è possibile!

Ci può stare che tu scriva da ubriaco, o da fattone; anche i miei eroi lo facevano: Fitzgerald, Dostoevskij, anche il mio amato Stephen King, per un periodo. Quello che è importante, però, è edit sober. Io lo vedo su me stesso: quando ho un momento di massima ispirazione scrivo cose che, lì per lì, mi sembrano bellissime; quando invece non sono ispirato, mi pare di scrivere sempre cose che non funzionano. Il giorno dopo, poi, quando rileggo, le parti scritte con l’ispirazione mi fanno schifo, e viceversa. Non mi piace perdere il controllo.

Spostiamoci piuttosto sulla tristezza e la felicità. Mi sembra esistano due visioni contrapposte ma egualmente romanzate: lo scrittore che partorisce con dolore, da un lato, e il divertimento leggero dello “scrivere è meglio che lavorare”, dall’altro. Quale delle due percezioni si avvicina di più alla verità?

Nel mio caso, scrivere è faticosissimo. Però c’è quella gioia dell’aver scritto che compensa tutto il resto. L’altro giorno guardavo Apollo e Dafne del Bernini e pensavo: ma questo come ha fatto a fare questa cosa qui? Sì, tu hai un blocco di marmo, ma dopo? E se sbagli? Allora sono andato a cercare come si costruiscono le statue e, di fatto, è un lavoro di fatica. Non c’è niente di artistico, mi immagino che scalpellare non sia affatto divertente. Poi, però, quando lo vedi finito, la soddisfazione è impagabile.

Quando apro Anna sta mentendo, le prime cose che leggo sono le avvertenze:

[Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a persone o eventi reali è assolutamente casuale o inserito al solo scopo di conferire verosimiglianza narrativa al racconto.]

Poi giri pagina e:

[Questa è una storia vera. I nomi dei protagonisti e alcune circostanze sono stati modificati per rendere irriconoscibili i soggetti coinvolti. Gli eventi narrati, anche i più incredibili, sono stati verificati dall’autore. L’avvertenza contenuta nella pagina precedente è stata inserita al solo scopo di conferire verosimiglianza narrativa al racconto.]

Ecco, iniziare un libro così è pratica abbastanza peculiare. Quanto questo tipo di paratesto è interno alla storia raccontata? Perché hai voluto iniziarla con una contraddizione?

Le due avvertenze, per me, sono parte del romanzo. Di più: sono l’incipit, e mi divertiva che fosse così. Le ho scritte prima di tutto il resto, il libro è nato con queste avvertenze. O, meglio, no. Il primo nucleo mi è venuto in mente qualche anno fa, prima di scrivere Woody, subito dopo Peep Show. Dovevo cominciare a scrivere il libro nuovo perché, anche lì, la scrittura è come suonare uno strumento, devi allenarti tutti i giorni; alla fine di un romanzo potresti scriverne subito un altro, se invece lasci passare quel momento di troppo, poi devi ricominciare tutto da capo, con fatica. Io avevo scritto le prime dieci pagine di getto, basandomi solo sull’intuizione dello “sta mentendo…”.

E come ti è venuta in mente?

C’era un mio amico che doveva rispondermi su Whatsapp e sapevo che avrebbe mentito; mentre guardavo il sta scrivendo…, volevo proprio sapere che cazzata si sarebbe inventato questa volta, una cosa tipo: non sto tanto bene, e allora ho pensato: sarebbe divertente se avessi qualcosa che mi dicesse: sta mentendo…. E lì si è accesa la lampadina e ho detto: ecco, questa è un’idea narrativa. Poi sono arrivato a casa, ho scritto le prime pagine e le ho lasciate lì. Era la prima volta che iniziavo un libro senza sapere dove sarebbe andato a parare. Poi è arrivata l’idea di Woody, che mi è sembrata più urgente, e c’è stato lui. Ma questa storia tornava sempre alla mente, un giorno ho avuto l’intuizione principale del romanzo e ho deciso quale voce usare per scrivere tutta la storia, la terza persona, per giocare con l’ambiguità.

Mi è piaciuto molto dire che questa è una storia vera, perché ci sono tante cose vere dentro ma, allo stesso tempo, dichiarare che è falsa, per lo stesso motivo, per criteri di verosimiglianza. Per essere verosimile, se ci pensi, devi essere sia vero che falso, contemporaneamente.

Seconda birra

Parlando di intuizioni, pensavo: ogni tanto, un po’ a tutti vengono in mente delle idee che potrebbero diventare qualcosa di più. Ma che cosa rende un’idea abbastanza buona per srotolarla in un romanzo, o un racconto? Dentro a un’idea è inscritto il suo futuro narrativo?

Mi piace pensare di sì, sempre che l’idea sia abbastanza forte. Io volevo che ogni singolo elemento del libro fosse una storia. Se ci pensi, ogni singolo momento di ogni singolo romanzo potrebbe diventare un romanzo a se stante. In questo libro ci sono tante piccole storie, ed è una cosa che, per esempio, amo di quei romanzi in cui un personaggio racconta all’altro qualcosa che non c’entra niente con la narrazione principale, ma che è bellissima. D’altra parte, noi viviamo raccontandoci aneddoti.

C’è da dire che la prima regola che ti insegnano, se vuoi scrivere un romanzo, e anche il Maestro King lo dice, è che ogni frase deve assolvere a uno di questi due compiti: portare avanti la storia o descrivere meglio un personaggio. Come la mettiamo?

Infatti in questo modo si descrivono meglio i personaggi!

Certo, ma potrebbe esserci il rischio di fare una semplice antologia di storie.

È vero, ma secondo me dipende. Le regole che tu citi le insegno anch’io nei corsi di scrittura, ma penso che servano soprattutto all’inizio. A un certo punto, poi, capisci che l’unica cosa che davvero serve nella pagina è che ti intrattenga. Prendi King e il suo The Body. Quando sono nel bosco, uno dei ragazzini racconta la storia del ciccione che mangia le torte e fa vomitare tutti, e se ci pensi non c’entra nulla con il resto del romanzo. Eppure, quando lo leggi, ti dà il colore della situazione, ti fa capire che momento stanno vivendo i quattro protagonisti.

Se la storia funziona in termini di intrattenimento, significa che va bene per il romanzo. D’altra parte, tutti i romanzi che amo hanno dentro tantissime cose che potresti togliere, ma in fondo sono le parti più belle.

Terza birra

Una cosa che mi ha colpito subito del tuo romanzo è il fatto che ci sia la tecnologia. Ne parlavo con Giorgio Fontana, che ammetteva di aver ambientato il suo romanzo dieci anni fa non per esigenze narrative ma per non essere forzato a inserire la tecnologia e la messaggistica istantanea che, effettivamente, sembra sempre posticcia, quasi forzata. Il tuo libro invece non potrebbe funzionare senza Whattsapp ma, allo stesso tempo, funzionerebbe benissimo anche senza. Ti sei posto il problema tecnologico? Nella narrativa italiana non ci sono storie così, ma d’altra parte come si fa a parlare oggi di una storia d’amore senza toccare questi temi?

Anch’io ho questa sensazione, che tutta la tecnologia sembra essere qualcosa di cui liberarti per raccontare una storia. Pensa agli horror: c’è spesso la prima scena in cui qualcuno guarda il proprio cellulare preoccupato e dice: cazzo, non c’è campo! Perché, altrimenti, potrebbe chiamare aiuto e il film sarebbe già finito. Ma se vuoi fare qualcosa che abbia senso, oggi, devi trovare il modo che funzioni anche se chiedi aiuto via telefono.

Comunque io volevo raccontare una storia che fosse al di là della messaggistica in sé ma che usasse tutti gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione. Mi divertiva, poi, provare a usare la lingua dei messaggini. Questa è una cosa che mi è rimasta da Woody, e cioè il non dover fare vedere che so scrivere.

Eh, gli scrittori hanno un po’ questa cosa che devono sempre far vedere che sanno scrivere.

Secondo me è un problema che viene da te stesso, perché hai una responsabilità nel mettere la tua opera in circolo nelle librerie e nel mondo, in mezzo a tutte le altre. Woody però mi ha aiutato molto perché ci saranno cento, centocinquanta parole al massimo dentro, e ho imparato a liberarmi dall’esigenza di mostrare il mio lessico, mettendomi invece solo a servizio della storia. In questo libro ho cercato di raccontare soltanto, provando a far sì che un lettore potesse iniziarlo e finirlo in una sola volta, senza interruzioni. Sapendo poi che avrei dovuto usare spesso i messaggi, mi sono divertito nel creare una lingua diversa per ciascuno. Il mio protagonista, per esempio, scrive su Whattsapp con le maiuscole e gli spazi dopo le virgole, mentre la sua ragazza con solo minuscole e senza punti; un altro con le kappa, un’altra mettendo sempre i punti esclamativi alla fine delle frasi, e così via.

Io ho letto tutti i tuoi libri, in ordine e in tempo reale, e ci vedo un percorso abbastanza chiaro. Non tanto un’evoluzione, quanto un arco narrativo; parti dalla sketch comedy diStudio Illegale, passi all’ibrido de La gente che sta bene e Peep Show, quasi di raccordo, poi con Woody ti liberi di qualsiasi gabbia e zavorra da scrittore e approdi, per adesso, adAnna sta mentendo. Qual è il filo conduttore tra tutti i tuoi romanzi? Qual è la cosa che, alla fine di tutto, ti interessa davvero scrivere?

I miei primi libri si appoggiavano molto su una cosa che mi sembrava venisse bene: la comicità. All’inizio volevo che tutte le pagine, che tutti i paragrafi finissero con una battuta. Già con il secondo libro mi sono reso conto che alcune tra le cose che mi interessano di più mancavano in Studio Illegale, ed è, di fatto, il senso di dramma nella vita, quello che ti spinge, in fondo, a ridere. Poi è stato un lento percorso per provare a mettere insieme tutto quello che mi piace come lettore: l’ironia, il divertimento e i grandi temi, che sono quelli che rendono grandi i libri. Solo una cosa mi è sempre mancata, e credo di essere riuscito a metterla in questo libro: il mistero. Chiedersi: come va a finire?

Quarta birra

Questo libro, mi pare, ha intercettato qualcosa di nuovo, che non avevo ancora letto in questi anni, in cui la letteratura italiana sembra orientata verso il realismo estremo e i giovani adulti che si struggono nei propri pensieri. Tu, come autore, ti senti legato al “filone” letterario contemporaneo, dunque in dovere di seguire una sorta di direzione comune, oppure sei più un battitore libero che racconta ciò che vuole?

In realtà, oggi c’è tanta libertà di scrittura e di temi. Poi, certo, ciò di cui parlano i giornali, la loro selezione di titoli, crea un filone che però è costruito più dall’esterno, dalla percezione dei giornalisti e di un certo tipo di pubblico, ed è lecito effettivamente cercare di capire quali sono le direttive comuni.

Io, da parte mia, seguo cose irraggiungibili, cioè i libri che leggo e che mi piacciono, a prescindere dal genere e dalla data di pubblicazione.

L’anno scorso mi è capitato di leggere un racconto che mi ha sconvolto per bellezza e originalità: è di Roger Zelazny, uno scrittore di fantascienza, e si intitola Ventiquattro vedute del monte Fuji, di Hokusai. In pratica Zelazny prende tutte le celebri rappresentazioni dell’artista giapponese e, in ciascuna, costruisce la storia di un pellegrinaggio di una donna che sta inseguendo suo marito che, in realtà, è una specie di entità cibernetica. Insomma, è una cosa abbastanza assurda e originale, non so dirti bene che cosa mi abbia colpito di preciso, probabilmente il fatto che mettesse insieme l’arte, la poesia, il thriller, la fantascienza. E ho pensato: ecco un altro modo di fare letteratura, presa da un racconto di uno scrittore americano sull’arte giapponese scritto nel 1985 che ancora oggi mi influenza.

Io ho sempre avuto la curiosità di andare a rovistare dappertutto per trovare ispirazioni per i miei libri. Anna sta mentendo è figlio di 1984, un libro cattivissimo e morale, e di Otello e della sua gelosia. Prendi Orwell, lo metti insieme a Shakespeare e ti viene fuori qualcosa di nuovo.

Mi sembra che il tuo sia un romanzo che procede in parallelo con il lettore, senza lasciarlo indietro o, al contrario, imboccarlo. L’hai fatto apposta?

Sì, è una cosa molto meditata. La mia idea era mimare il pensiero del lettore, e infatti questo è il romanzo più pieno di domande retoriche che io abbia mai scritto, perché sono le domande che, penso, uno si fa leggendo una storia del genere. Poi ci sono stati lettori che mi hanno detto: sono arrivato a venti pagine dalla fine e adesso voglio proprio vedere come farà a spiegarmi tutto quello che ho letto in sole venti pagine. Questo è un po’ ciò che succede in Lost, arrivi alle ultime puntate e dici: ho segnato quarantacinque domande, adesso dammi tutte le risposte. Ma le risposte non arriveranno.

Anche perché Lost non è una serie sulle risposte, è una serie sulle domande!

Esattamente. L’importante è arrivarci insieme.

Ultima birra

L’ultima cosa per l’ultima birra. Hai scritto libri, dai tuoi libri hanno tratto due film, anche tu hai iniziato a scrivere film e serie tv. Ora, con i libri non si fanno soldi, con la televisione e il cinema un po’ di più. Che cos’è che ti spinge ancora verso i romanzi? Perché non ti dedichi solo al resto?

Per la libertà. Nei libri posso fare quello che voglio, andare dove voglio. Nel cinema e nella televisione non hai quella libertà, ed è giusto che tu non ce l’abbia, perché ci sono persone che mettono milione di euro per produrre qualcosa, e hanno voce in capitolo nel dirti come deve finire una certa linea narrativa, o come deve svilupparsi un certo personaggio. Poi, certo, non è sempre così, ma in generale il tuo testo è sempre figlio di tanti padri: il regista, gli attori, i produttori.

Detto questo, voglio continuare a scrivere sceneggiature, perché sono una forma narrativa bellissima e perché certe cose, certi stilemi comici o di tensione funzionano solo nell’audiovisivo. Immaginati di scrivere “espressione stranita di un personaggio”; poter vedere poi come l’attore decide di rendertela è una cosa a cui non voglio rinunciare.

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