Sarà la demografia ad ammazzare l’Italia, non i migranti

Senza stranieri residenti, anche nel 2016 avremmo perso 200mila italiani, a causa delle culle vuote. Numeri da auto-estinzione, cui dovremmo porre rimedio. Trasformando il problema migranti in opportunità? Anche. Ma siccome non ne siamo capaci, abbaiamo alla Luna

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Mario LAPORTA / AFP

14 Giugno Giu 2017 1208 14 giugno 2017 14 Giugno 2017 - 12:08

Corriamo il rischio di passare per benaltristi, ma ne vale la pena: più che dell’ondata incontrollata di profughi, della “forte pressione migratoria sull’Italia” - copyright Virginia Raggi, la penultima arrivata: oggi è toccato a Di Maio - e più nello specifico dei 200mila migranti in arrivo attesi per il 2017 l’Italia dovrebbe preoccuparsi di altri numeri. Per scoprire quali, basta sfogliare il bilancio demografico 2016 pubblicato ieri, martedì 13 giugno, dall’Istat. Perché è lì dentro, nelle nude cifre dell’istituto nazionale di statistica che si cela la vera minaccia per il futuro del nostro Paese: quello di una penisola che sarà abbattuta a colpi di culle vuote e case di riposo piene.

I numeri, dicevamo. Anche nel 2016 la popolazione italiana è diminuita, di 76mila unità per la precisione. Se non fossero aumentati i residenti stranieri - 21mila, lo scorso anno - il calo avrebbe lambito le 100mila unità. Al netto di ogni migrazione e di ogni culla piena di residenti stranieri - considerando quindi solo il saldo tra nati e morti degli italiani residenti - nel 2016 avremmo perso 208mila italiani. Un risultato, questo, dovuto non tanto all’aumento delle morti, che pure sono diminuite rispetto al 2015, ma ad un ulteriore contrazione delle nascite. Nel 2016, in Italia sono nati meno di mezzo milioni di bambini, 12mila in meno che nel 2015.

Culle vuote oggi vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire che le formiche che camminano sopra i malati diventeranno la regola. Il tutto, sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti

Poco male, direte voi, staremo un po’ più larghi. Insomma. Un trend del genere - sempre al netto di ogni migrazione e di ogni progresso medico - porterebbe al dimezzamento della popolazione italiana in 150 anni. Più dell’esito, peraltro, sarebbe preoccupante quel che accadrebbe nel mezzo, tra il 2017 e il 2167. Culle vuote oggi vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire che le formiche che camminano sopra i malati, com’è recentemente accaduto a Napoli, diventeranno la regola. Il tutto, sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti.

Questo è il quadro di riferimento. Che, vi piaccia o meno, qualunque demografo potrebbe confermarvi. Questo è il motivo, soprattutto, per cui - anche un bambino lo capirebbe - nel medio periodo potrebbe essere più che sensato aumentare i trasferimenti e il sostegno economico alle famiglie con figli. Questo è il motivo perché nel breve periodo - vi piace o meno pure questo - sono i residenti non italiani a tamponare, almeno in parte, la nostra curva demografica. Una volta compreso questo piccolo passaggio logico, le politiche dovrebbero essere consequenziali. Senza barricate e muri alle frontiere. Ma con serie politiche di accoglienza, di formazione, di inserimento nel tessuto sociale italiano della popolazione migrante.

Dovrebbero essere una soluzione, i migranti, e invece sono un problema. Peraltro, un problema di non semplice soluzione. Perché la situazione economica del Paese è quella che è: tra il 2007 e il 2015 la popolazione straniera residente è raddoppiata, passando da 2,5 milioni a 5 milioni, nonostante, nel medesimo periodo, la produzione industriale sia scesa di 22 punti percentuali e la disoccupazione cresciuta dal 6,1% all’11,4%. Ma anche perché non abbiamo la più pallida idea di come trasformare la “forte pressione migratoria” in un possibile antidoto alla vera bomba su cui siamo seduti.

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