Perché le popstar italiane sono sempre più inibite

Avete notato? Le popstar donne di tutto il mondo sono sempre più sexy, quelle italiane sempre più castigate. Più che negli anni 70 e 80. "Venere senza pelliccia", un pamphlet di Michele Monina racconta il bigottismo di ritorno nella musica italiana

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Bryan Bedder / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

15 Giugno Giu 2017 1402 15 giugno 2017 15 Giugno 2017 - 14:02

Tette e culi.
Provate a mettere foto di tette e culi su un qualsiasi post sui social e vedrete che impennata di visualizzazioni otterrete. Non è certo una scoperta fatta da me. Né una scoperta recente. Da sempre funziona così. Seppur appartenenti alla sfera della normalità, e volendo anche del quotidiano, tette e culi continuano a muovere il mondo (difficile ora parlare di peli capaci di trainare aratri, dal momento che lo stile brasiliano ha reso i peli sempre più superflui, ma ovviamente il discorso riguarderebbe ancora più la zona genitale, non fosse bandita senza se e senza ma dai social). Mica è un caso che Kim Kardashian, un personaggio apparentemente senza arte né parte che sui social ha qualche decina di milioni di followers, abbia usato proprio tette e culo per “Break the Internet”, nella famosa copertina della rivista “Paper”.
Fermi tutti, non tacciatemi di maschilismo, perché siete fuori strada e perché questo libro, questo pamphlet (chiamatelo come meglio preferite) prova semplicemente a fotografare un dato di fatto, cercando ipotetiche spiegazioni, o quantomeno cercando di aprire un dibattito a riguardo, come i libri dovrebbero sempre fare.
Perché, nonostante l’indubbio potentissimo appeal che la sfera della sessualità ha per il mondo moderno e contemporaneo, da qualche anno a questa parte detta sfera è scomparsa dall’orizzonte delle cantanti e cantautrici italiane, per altro in netta controtendenza rispetto a quel che succede nel resto del mondo occidentale nel medesimo ambito.
Abbandonando per un attimo l’attenzione sullo sguardo, sul look delle cantanti (da ora in poi chiamerò così anche le cantautrici, non me ne vogliano), in questa deriva desessuata dell’estetica va comunque sottolineata la coerenza delle poetiche espresse nelle canzoni, a loro volta del tutto desessuate.
È come se i sentimenti, sbandierati e sviscerati in ogni loro aspetto, avessero praticato un’invasione di campo nell’immaginario canoro (parliamo di mainstream, ovviamente, ma non solo), non lasciando libero nessuno spazio per altro.
Di più, è come se in questa invasione di sentimenti e sentimentalismi, il corpo delle donne fosse automaticamente uscito di scena, impresentabile e irraccontabile.
Questa è una faccenda recente, diciamo del nuovo secolo. Anche sforzandomi non mi vengono in mente brani in cui si parli di sesso, se non con intenti provocatori (e anche qui, molto raramente) e involontariamente divertenti (come in Muchacha di Anna Tatangelo).
Nessuna Pensiero stupendo di Patty Pravo, per intendersi, nessuna America di Gianna Nannini, ma, per andare più verso il pop vero e proprio, neanche nessuna Nell’aria di Marcella Bella, e il discorso potrebbe andare avanti a lungo.
Oggi si parla di cuore, certo, si parla di rapporti interpersonali e non molto di più. È come se con trent’anni e passa di berlusconismo (televisivo, prima ancora che politico) e la conseguente oggettificazione della donna – si leggano le varie traiettorie legate a Noemi Letizia, alle Olgettine, a Ruby, alla D’Addario, alla Minetti, e per contro ai “Se non ora quando”, al “Corpo delle donne” della Zanardo, all’ascesa delle neo-femministe in chiave antiberlusconiana, alla De Gregorio – anche il solo pensare di parlare di corpo femminile fosse diventato un tabù.
Qualcosa, appunto, da evitare come lo scolo. Figuriamoci se invece che limitarsi a parlarne si pensasse di andare oltre, di scherzare sulla sessualità, o anche solo di affrontarla, di mettere in scena sessualità e sensualità. No, equivarrebbe a finire dall’altra parte della barricata, essere confusa con quel mondo lì.
Questa chiaramente è solo una ipotetica lettura di quello che, comunque, è un dato di fatto, anche le canzoni delle nostre cantanti sono del tutto desessuate. Anche quando si rifanno, più o meno smaccatamente, a matrici anglosassoni.
Pensiamo a Elisa. Sostenere che, nella prima parte della sua carriera, si sia ispirata a Alanis Morissette penso non farebbe storcere il naso a nessuno. Era lei stessa a indicarla come modello. Al punto da scegliere il suo produttore, Glenn Ballard, quando ha veramente tentato di varcare i nostri confini per testarsi sul mercato americano. Bene. La canzone che ha lanciato a livello internazionale Alanis Morissette, You Oughta Know, tratta dall’album del 1995 Jagged Little Pill, è un vero cazzotto in faccia. Parla sì di una storia d’amore, ma essendo la protagonista una ragazza lasciata dal suo fidanzato, chiamato “Mr Doppiezza” nel testo, ed essendo piuttosto infuriata col suo ex e con la ragazza che lo accompagna adesso, Alanis non lesina certo frasi dure, esplicite. Su tutte, la più nota, è quella in cui si chiede se anche la sua nuova ragazza gli fa i pompini al cinema. Immaginatevi un passaggio del genere in un brano di Elisa. Provateci, se ci riuscite. Ma pensatelo anche nel brano di una qualche altra interprete italiana apparsa nel passato prossimo.

Estratto da Michele Monina, Venere senza pelliccia. Quando il pop italiano s'è infilato le mutande, Skira Editore, euro 13,00

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