Bollicine: il calcio di Gigi Maifredi

Una riflessione sul mitico calcio champagne del tecnico bresciano, che poca fortuna ebbe nella Juventus: tutto comincia di notte, in un autogrill...

Maifredi
16 Giugno Giu 2017 1044 16 giugno 2017 16 Giugno 2017 - 10:44

Cologno Monzese, 10 gennaio 2010. Ore 23.00. L’atmosfera negli studi di Mediaset è tesa. Ciro Ferrara, in collegamento da Torino, tiene bassi gli occhi con l’animo ferito di chi non riesce ad accettare la propria inadeguatezza: si guarda intorno, capisce di aver bisogno di un pretesto, solo di un pretesto. Qualcuno che possa incarnare tutto l’odio che prova nei confronti di se stesso, della Juventus, di queste interviste in cui è obbligato a mantenersi calmo e compito. In sottofondo sente una voce baritonale dall’accento bresciano. È Gigi Maifredi. Ferrara non prova una particolare simpatia nei suoi confronti. Forse perché da un anno va in giro a dire che questa squadra, a livello di valori individuali, è molto più forte della sua Juventus, sottintendendo che è l’allenatore a non capirci niente. Forse perché, quando parla del centrocampo della stagione 1990/1991 e nomina Ciccio Marocchi, allarga gli angoli della bocca in uno stupido sorriso di autocommiserazione. Forse perché continua a ripetere di essere stato, nella sua stagione in bianconero, mediaticamente maltrattato, mentre Ranieri prima e Ferrara poi sono stati sempre aiutati dalla stampa. Il loro dialogo rivela fin da subito una mancanza di stima che si tramuta velocemente in insulto: Ferrara chiede polemicamente a Maifredi quale squadra alleni e Maifredi, scaldandosi, zittisce l’allenatore juventino dandogli ironicamente del “fenomeno”.

La puntata termina, le luci si spengono; Maifredi, però, rimane incollato alla sedia. Nonostante l’atteggiamento spavaldo, l’ultima frase lo ha colpito. Quella domanda, al contempo maliziosa e disperata, continua a ripetersi nella sua mente. “Da quanti anni non alleni, Gigi?”. Ormai aveva smesso di tenerne il conto. L’ultimo incarico risaliva al 2000, ma dopo quella mezza stagione alla Reggiana in C-1 nessuno l’aveva più cercato. Per un anno aveva anche lavorato in televisione per “Quelli che il calcio…”: allenava una squadra immaginaria, il Maifredi Team, formata da ex-calciatori imbruttiti e sovrappeso che mimavano le principali azioni da gol della giornata. Una sorta di moviola vivente e grottesca. Poi, nel 2009 era arrivata la nomina alla direzione tecnica del Brescia, anche se, in fondo, non contava molto. Che cosa ne sa, infatti, il dirigente dell’odore della canfora e dell’erba appena tagliata? Che cosa può dire del dolore che si prova in panchina insieme ai giocatori e al proprio staff quando la squadra avversaria segna? E dell’attaccante che dopo il gol ti viene ad abbracciare anche se, in realtà, nutre nei tuoi confronti un disprezzo ricambiato?

Franco Ordine, che ha assistito al litigio, si avvicina a Maifredi facendogli notare che la trasmissione è finita. L’allenatore di Lograto sembra svegliarsi da un lungo torpore: gli sorride come si sorride a premure invadenti e si alza lasciandosi dietro, sul megaschermo dello studio, un fermo-immagine del volto al contempo torvo e tronfio di Ferrara.


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