Il bastone e la carota

“In presenza di Schopenhauer” di Houellebecq è una supposta per liceali. Leggete il sempreverde Sestov

Il bastone e la carota: due libri a settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. 'In presenza di Schopenhauer' di Houellebecq è una traduzione semplicistica del filosofo tedesco. Sulla bilancia di Giobbe' di Sestov è un magnifico commento a 'Lotta contro le evidenze' di Dostoevskij

000 9C7JG

MARTIN BUREAU / AFP

16 Giugno Giu 2017 1130 16 giugno 2017 16 Giugno 2017 - 11:30

Il bastone. L’esegesi delle caccole. Questa è l’adatta didascalia all’ultimo libro – pardon, caccola – di Houellebecq, croccante esempio di come la griffe sia più importante dell’abito, chi scrive di ciò che è scritto, la marca ha la meglio sul prodotto, sul contenuto. Solo che non basta pittare ‘Armani’ sulla canotta da muratore dello zio, sudicia di anni, per farne un Armani, e Houellebecq infine è la Belen della letteratura occidentale, mostra di tutto, anche l’interno coscia della sua opera, e non sai se è una bella roba o una truffa. Quanto a me, In presenza di Schopenhauer, sciocco pamphlet cominciato nel 2005, che “non è solo un lavoro di commento: è anche il racconto di un incontro” – così l’esegeta della caccola Agathe Novak-Lechevalier – mi convince soltanto di una cosa: che Houellebecq, quello de Le particelle elementari e di Sottomissione è lo Scrittore Più Sopravvalutato d’Occidente. L’assunto trova conferma in questo refluo dell’opera di Michel, trattato con deferenza quadrupla, manco avessero scoperto in Palestina il frammento apocrifo che manda all’aria il favoleggiare dei Vangeli. In sostanza, il libro racconta di Houellebecq che “a ventisei anni”, ma forse ne aveva “venticinque, o ventisette”, scopre Arthur Schopenhauer, eureka, ed è come – direbbe il comandante Kurtz di Apocalypse Now – gli avessero piantato un diamante in fronte. Illuminato sulla via della mediocrità – “è irritante dover vivere in un’epoca di mediocri; soprattutto quando ci si sente incapaci di alzare il livello” – Houellebecq, non pago della sua scoperta, si mette a tradurre Schopenhauer, indorando la traduzione con commenti che paiono delle supposte per liceali che soffrono di dislessia intestinale. In soldoni – visto che il libro, la griffe, si paga – su 55 pagine, più della metà sono le traduzioni di Houellebecq da Schopenhauer, dunque vi sorbite, poveri lettori italidioti, la traduzione della traduzione del grande filosofo, “il filosofo della volontà”, chiosato come neppure un analfabeta filosofico (un esempio di tautologia houellebechiana? Ecco: davanti a “una ragazza dalle forme desiderabili” siamo tentati di assalirla, guidati, se ancora natura comanda, da un “desiderio spontaneo, innocente, assolutamente istintivo”; al contrario “la paura ci blocca davanti alla prospettiva di un dolore fisico”). Lo smilzo commentario di Michel, comunque, non convince neppure l’editore che lo pubblica: il fantomatico retro di copertina, con frase ad effetto, effettivamente bella – “Il coraggio più estremo consiste nel salire in cima a una torre per dichiarare alla folla riunita che due più due fa quattro” – non è né di Houellebecq né di Schopenhauer, ma di Chesterton (p.66). Ad ogni modo, tante felicitazioni a Houellebecq: anche lui ha scoperto Schopenhauer, il filosofo più influente della letteratura occidentale moderna. Meglio di lui – e ben prima di lui – ne ha parlato Lev Tolstoj. In una frase, arida e radiosa, scritta in Confessioni – libro della radicalità che merita di essere letto e riletto – il gigantesco romanziere ci spiega tutto Schopenhauer: “la vita è quello che non dovrebbe esserci, è un male, e il passaggio al nulla è l’unico bene della vita”. Se vi garba la filosofia spiegata dagli scrittori, seguite il consiglio, gettate Houellebecq sul muso del primo idiota che passa, nutritevi di Witold Gombrowicz piuttosto, assai scopiazzato dal povero Michel. Il suo Corso di filosofia in sei ore e un quarto è francamente magistrale. “Per Schopenhauer la vita è un disagio continuo, criminale”, spiega, con talento didattico, il polacco, “l’unico modo per separarsi dalla volontà di vivere è la rinuncia”. Micidiale. Rotondo. Povero Houellebecq, con quella faccia da brutto anatroccolo vien voglia di consolarlo “dell’esser nato”, e di “acchetare il suo pianto” e di “alleggerirgli il peso di quell’esistenza che gli dà” (questo è Leopardi, ancor più feroce di Schopenhauer, per altro), di cullarlo, di dargli il biberon.

Michel Houellebecq, In presenza di Schopenhauer, La Nave di Teseo, pp.74, euro 11,00

La carota. Il nostro uomo aveva la faccia ispirata, pareva risorto da una visione dell’oltremodo, aveva la barbetta filosofica, la cravatta sfatta e il suo Lsd si chiamava Plotino, pensatore lisergico. Con l’avvento dei bolscevichi, Lev Sestov, il filosofo più eccentrico del Novecento, partì per Parigi, avrebbe continuato a pensare con più tranquillità. Alterando l’ordine dei fattori – che è meglio, direbbe il Puffo Quattrocchi – Sestov è il filosofo che meglio di tutti ha sviscerato l’opera degli scrittori. In particolare, Sestov nutriva perpetua adorazione per l’opera di Fëdor Dostoevskij, riteneva, schiettamente, che Dostoevskij fosse il massimo pensatore occidentale di sempre dopo Platone. In un libro segreto e magnifico, Sulla bilancia di Giobbe, dal sottotitolo sgargiante (“Peregrinazioni attraverso le anime”), che forse trovate per mefistofeliche bancarelle, Sestov scrive il più bel commento mai scritto all’opera di Dostoevskij, La lotta contro le evidenze. Il processo intentato da Sestov alla ragione, alla scienza – “la scienza non si preoccupa di ciò che è o non è importante, tutto le è uguale… la scienza pretende la certezza, l’universalità e la necessarietà nelle sue affermazioni” – è, appunto, una strenua lotta contro l’apparente, il visibile, l’evidente, dacché “le nostre evidenze sono solo suggestioni, come la nostra vita che non è vita, ma morte”. Dostoevskij, che “detestava la tranquillità e tutti i ‘vantaggi’ che l’‘ordine’ procura all’uomo”, è l’unico scrittore che ha avuto il sistematico coraggio di andare oltre le evidenze partorite dalla scienza, portandoci nel luogo – rischiosissimo, pieno di lame o di luci – dove si “rinuncia alla certezza”. Proprio lì, in quel crocevia dove non sappiamo chi siamo né che differenza ci sia tra il respiro e il cielo, tra l’affanno e l’oceano, scopriamo, forse, quel Dio che “non è dimostrabile”, quell’entità che appena si sussurra “‘Dio esiste’ lo perdiamo immediatamente”. “La verità non sopporta i vincoli della conoscenza scientifica”, continua Sestov, il chirurgo che disseziona le ovvietà del nostro quieto – cioè inautentico – vivere, “le verità sono per loro natura ‘inutili’ e ogni tentativo di renderle utili, buone a tutti e per sempre, ossia universali e necessarie, le trasforma immediatamente in errori”. Sestov capisce, esteticamente parlando, che l’opera di Dostoevskij – una summa micidiale è il Sogno di un uomo ridicolo – “rasenta la chiaroveggenza”. I grandi scrittori sono chiaroveggenti, tutti gli altri sono delle mezze chiaviche.

Lev Sestov, Sulla bilancia di Giobbe, Adelphi, 1991

Potrebbe interessarti anche