Anche le donne vittoriane indossavano vestiti contraffatti

L’industria del calicò in Inghilterra crebbe in un clima di deregulation che portò a innumerevoli furti di idee per ricami e fantasie. Alla fine gli industriali si coalizzarono e ottennero una legge a protezione della proprietà intellettuale

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17 Giugno Giu 2017 0830 17 giugno 2017 17 Giugno 2017 - 08:30

Le merci contraffatte? Non sono certo una novità. Si può dire anzi che abbiano accompagnato la storia dell’industrializzazione fin dalla sua nascita. Ad esempio nell’Inghilterra vittoriana: appena nasceva un nuovo prodotto, veniva subito piratato. Tanto che i produttori cominciarono a lamentarsene in tutti i modi (soprattutto, chiedendo norme antipirateria al governo) e aprendo di fatto l’annoso dibattito tra concorrenza e proprietà individuale. Come tutti sanno, non ancora risolto del tutto.

Tutto cominciò con la produzione del calicò. Un tessuto di cotone grezzo originario dell’India che gli inglesi portarono a forza in madrepatria (tanto che, per incoraggiare l’industria nascente, venne proibito ai produttori indiani di esportare il prodotto finito, ma solo il materiale grezzo). Il nuovo tessuto fece girare la testa alle varie lady: la moda impazzò, la produzione andò alle stelle e nacquero tipi diversi, con colori e fantasie originali che venivano stampati sul vestito.

Il problema era che gran parte delle varie fantasie veniva piratato nel giro di pochissime ore. Un produttore si inventava un nuovo disegno, questo trovava un certo successo e subito veniva copiato. Nel giro di poco gli stampatori di campagna ebbero la meglio sugli stampatori di città, e cominciarono le prime lamentele. “Siamo abbandonati alla mercé dei pirati”, dicevano, e chiedevano provvedimenti all’autorità centrale.

La questione fu oggetto di dibattito: da un lato, gli industriali. Derubati delle idee, danneggiati nel calcolo dei guadagni. Dall’altro la dura legge del mercato: il timore era che inserendo nuovi regolamenti si sarebbe ridotta l’offerta, impoverendo il panorama delle fantasie. Del resto, gli stessi pirati si difendevano dicendo che non esiste un’idea privata. Che nessun disegno era unico in sé, e tutto sommato le loro copiature erano miglioramenti. Cosa dovevano fare i regolatori? Proteggere la creatività o alimentare la varietà?

Alla fine, scelsero di proibire la pirateria: fu istituito un copyright di almeno nove mesi per ogni fantasia sui calicò. E la guerra fu sedata. Le donne continuarono a sfoggiare le nuove tinte, le industrie a crescere e i copioni a tentare di rubare le idee altrui. Stavolta, con più prudenza.

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