Ascesa e caduta di Helmut Kohl, il “gigante nero” che fece la Germania (e l’Europa)

Da grigio cancelliere della Repubblica Federale Tedesca a padre della nuova Germania: la storia di come, suo malgrado, il leader tedesco cambiò per sempre il suo Paese e l’Europa. E di come perse la sua partita

Helmut Kohl

JOEL ROBINE / AFP

JOEL ROBINE / AFP

17 Giugno Giu 2017 0830 17 giugno 2017 17 Giugno 2017 - 08:30

Ieri, venerdì 16 giugno è morto Helmut Kohl, esponente della Cdu e cancelliere tedesco dal 1982 al 1998, storico leader cui si deve la riunificazione delle due Germanie in seguito alla caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989. Per ricordalo, pubblichiamo un estratto di del libro “Fattore G” (Egea, 2016) del direttore de Linkiesta.it Francesco Cancellato, dedicato proprio a Kohl, che ricorda proprio i concitati momenti della riunificazione. Quelli in cui Kohl, da grigio cancelliere della Repubblica Federale Tedesca divenne il padre della nuova Germania Unita.

«Chi non ha compreso questo motivo originario dell'integrazione europea ignora una premessa imprescindibile per la soluzione dell'attuale crisi - continuava Helmut Schimidt nel suo ragionamento -. La resistenza che Margaret Thatcher, Mitterrand e Andreotti opposero nel 1989-90 nasceva dalla preoccupazione nei confronti di una Germania troppo potente». In virtù dell’amicizia personale che li legava - anni prima si erano tenuti per mano a Verdun, per comunicare al mondo che mai e poi mai Germania e Francia si sarebbero trovati su due fronti opposti - fu soprattutto il presidente francese François Mitterrand a trattare col Cancelliere tedesco Helmut Kohl la riunificazione tedesca.

Già allora era chiaro, soprattutto a politici navigati come lui e i suoi colleghi, che per dirla con le parole degli storici P. Zelikow e C.Rice che «la centralità della Germania in Europa stava a significare che la natura del nuovo stato tedesco (…) avrebbe determinato la forma della nuova Europa». Meglio precorrere i tempi, insomma, e provare a risolvere la questione europea prima che si riaprisse quella tedesca. Di quella trattativa, Mitterrand ne parla il 20 gennaio del 1990 in un pranzo all'Eliseo con Margaret Thatcher, anch'esso riportato nei documenti del Foreign Office britannico. Vale la pena di riportare alcuni stralci della discussione tra i due leader di un’epoca, quella della guerra fredda e dell’Europa congelata, assieme alla quale, confusi e infelici, stavano per scomparire.

Da un lato del tavolo, la Thatcher, «preoccupata perché la Germania stava spingendo costantemente verso la riunificazione», certa che «il legame che Kohl continuava a porre tra la riunificazione delle due Germanie e la fine delle divisioni in Europa fosse sempre meno convincente», desiderosa di fare qualsiasi cosa per impedire o perlomeno «rallentare l'unificazione delle due Germanie».

Dall'altro lato, Mitterrand, più possibilista. Preoccupato quanto la Thatcher, ma consapevole del fatto che i tedeschi avessero «il diritto all'autodeterminazione», e che si dovessero accettare che c'era «una logica, dietro la riunificazione», che sarebbe stato «stupido dire no alla riunificazione», anche se i tedeschi non avevano «diritto di infastidire le altre realtà politiche dell'Europa». La Thatcher fa mettere a verbale che non è d'accordo con lui, che «se tutti i paesi vi si opponessero, si potrebbe influenzare la Germania», in particolare il suo cancelliere Helmut Kohl, a desistere.

E allora parliamone di Helmut Kohl. Il gigante nero, lo chiamano, Der Schwarze Riese. Nero, per via del colore che identifica il suo partito, la Cdu di Adenauer. Gigante, per i centonovantatre centimetri di altezza e per un peso oscillante tra i cento e i centoquaranta chilogrammi. Sorriso bonario e semplice da gentiluomo di campagna renano, pur segnato dalla tragedia del suicidio della prima moglie, sopraffatta da una rara allergia che le impediva di poter esporre i propri occhi alla luce solare, in politica Kohl è considerato poco più che un mediano coi piedi quadrati, uno cui fino al 9 novembre del 1989 i suoi avversari avevano concesso al massimo di essere al più un abile “tattico”, per via del “ribaltone” con cui aveva scalzato Helmut Schimidt dalla Cancelleria, nel 1982. Nonostante, per l'appunto, fosse in carica dal 1982.

Al crollo del Muro, Kohl ci arriva provato da una logorante battaglia interna con alcuni ribelli del suo partito. E come quasi tutti, del resto, totalmente impreparato all'accelerazione della Storia. Nonostante fosse stato il primo Cancelliere dell'Ovest, nel 1987, a essere ricevuto in una visita ufficiale all'Est, meno di un anno prima aveva dichiarato, in una lunga intervista, di non aspettarsi di vedere, in quel che gli rimaneva da vivere, una riunificazione delle due Germanie. Riunificazione che, solo due mesi prima, aveva fatto stralciare dagli obiettivi strategici del suo partito. Non sorprende, pertanto che quella sera del 9 novembre, lo storico sindaco socialdemocratico di Berlino Ovest e cancelliere della Germania Occidentale, Willy Brandt, fu accolto da un’ovazione. Mentre a lui, al gigante nero, toccarono solo salve di fischi.

La caduta del Muro, tuttavia, è uno spartiacque, per la carriera di Kohl. Nello spazio di pochi giorni, senza avvertire nessuno, Kohl presenta al Bundestag un piano in dieci punti per riunire i due Stati tedeschi. Il tattico lascia spazio allo spregiudicato stratega. La timida Germania Ovest alla grande Germania unita. Bonn a Berlino. Thatcher, Mitterrand e gli altri leader europei sono disorientati da questo improvviso cambio di passo e di strategia. Kohl è un treno: organizza la coalizione cristiano democratica Allianz fur Deutschland che trionfa nelle elezioni della Germania Est del marzo 1990 e col nuovo governo tedesco orientale - e contro il parere della Bundesbank - stipula un trattato di cambio alla pari delle due monete. A luglio va in vacanza nel Caucaso, a Stavropol, città natale di Mikail Gorbaciov e lì ottiene dal leader della perestrojka il via libera sovietico alla riunificazione. In cambio di 12 miliardi di dollari concessi generosamente in prestito, ovviamente. Quindi, in settembre firma il cosiddetto ”Trattato 2+4” che cancella l'antica tutela sulla Germania delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Non male per un onesto tattico.

Altrettanto sorprendente è l'accelerazione sul fronte europeo. Francia e Gran Bretagna avevano in mano una sola carta per rallentare l’unificazione tedesca: imporre alla Germania di rinunciare, in cambio, al suo adorato super-Marco, sperando in un tentennamento tedesco: «Il Marco è la bomba atomica della Germania e non dobbiamo togliere alla Germania la sua bomba atomica», amava ripetere Mitterrand. Kohl, tuttavia, non solo non tentenna, ma propone lui stesso a Mitterrand di accelerare verso la moneta unica. Non solo: in un discorso del 3 aprile 1992, due mesi dopo la firma del trattato di Maastricht che sancisce la nascita dell’Unione Europea, Kohl ne parla come «una nuova tappa decisiva dell’opera di unificazione europea che fra qualche anno condurrà alla realizzazione di quello che i padri fondatori dell’Europa moderna sognavano all’indomani dell’ultima guerra: gli Stati Uniti d’Europa».

Altro è chiedersi perché. Come mai il gigante nero decide che è il momento di spingere l'Europa verso la sua Unione monetaria e politica? La risposta, forse, è nel passaggio di un discorso che terrà pochi anni dopo, nel 1993, a Parigi: «Gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall'Europa - afferma Kohl -. Ad ogni generazione si pone nuovamente il compito di impedire il loro ritorno, di superare i pregiudizi e di far cadere i sospetti» Come Thatcher e Mitterrand, e come Adenauer prima di loro, Kohl teme soprattutto la Germania, il risveglio del suo nazionalismo, l’uso che potrebbe fare di questa sua nuova, troppa, potenza. E prova a imprigionarla in una gabbia con sbarre ancora più strette e fitte.

Come mai il gigante nero decide che è il momento di spingere l'Europa verso la sua Unione monetaria e politica? La risposta, forse, è nel passaggio di un discorso che terrà pochi anni dopo, nel 1993, a Parigi: «Gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall'Europa - afferma Kohl -. Ad ogni generazione si pone nuovamente il compito di impedire il loro ritorno, di superare i pregiudizi e di far cadere i sospetti»

«Un nascituro prematuro e cagionevole». Con questa metafora, allo stesso tempo dolce e spietata, aveva definito l'Euro Gherard Schroeder, candidato cancelliere per il partito socialdemocratico tedesco (Spd) alle elezioni politiche del 1998. Euro che, per l'appunto, avrebbe dovuto vedere la luce solo quattro anni dopo. Un parto che i tedeschi non aspettavano certo con trepidazione e gioia.

L'euforia per la riunificazione, infatti, si era spenta ben presto, così come del resto quella per il trattato di Maastricht, la moneta unica e i prossimi venturi Stati Uniti d'Europa. Non è difficile capire perché. I costi, innanzitutto. Le fabbriche dell'Est erano un disastro e la competizione con quelle dell’Ovest non aveva fatto che acuire le loro difficoltà. Molte erano state costrette a chiudere, altre a ristrutturarsi pesantemente, licenziando parecchia gente. Nel 1991 si contavano nell'ex Germania orientale circa 3 milioni di disoccupati. Scioperi e agitazioni si susseguivano, giorno dopo giorno, La fine dei - pur magri - sussidi della Repubblica Democratica Tedesca aveva costretto molte famiglie dei Lander orientali a emigrare in quelli occidentali e il Governo tedesco a investire pesantemente in infrastrutture e welfare per evitare di trovarsi tra le mani una bomba sociale.

Non solo: il collasso dell'Unione Sovietica e di tutto il suo blocco aveva creato situazioni analoghe in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania. Per evitare di trovarsi milioni di migranti alle frontiere, il Governo di Bonn era stato di fatto costretto a investire pesantemente anche in quei Paesi. Non bastasse, rimaneva da onorare il prestito di 12 miliardi di dollari promesso ai (non più) sovietici. Insomma, c'era bisogno di un sacco di soldi. Molti più di quelli di cui la Germania disponeva.

I tedeschi, peraltro, erano riusciti nell'impresa di complicarsi la vita da soli. Alla firma del Trattato di Maastricht, avevano infatti preteso che la soglia tendenziale del deficit e del debito - quella cioè verso cui i Paesi europei dovevano convergere entro un determinato periodo di tempo - andassero fissate rispettivamente al 3% e al 60% del Pil. E a imporre, in ogni caso, condizioni molto severe per l'ingresso nell'Unione - i celeberrimi “parametri di Maastricht”. Il motivo di tale severità? Sempre lo stesso, ieri come oggi. Rassicurare l'opinione pubblica tedesca e la sua banca centrale, la Bundesbank, del fatto che con la rinuncia al Marco e l'adozione di una valuta comune con il resto dell'Europa, non si sarebbe finiti a finanziare gli sprechi e i debiti di Paesi mediterranei come Italia e Spagna. Che, va detto, non pochi tedeschi avrebbero volentieri preferito fuori dall'area dell'Euro.

Sta di fatto, però, che quei parametri si erano ritorti contro la Germania. Perché l'unificazione si era rivelata un processo molto costoso e nemmeno la sovratassa sui redditi imposta da Kohl nel 1991 era riuscita a saziare la fame di capitali tedesca. C'era una sola strada possibile, a quel punto: attrarli dall'estero. Per farlo, la Bundesbank aveva iniziato ad alzare i tassi d'interesse a livelli mai visti prima. Basti pensare, tanto per dare due cifre, che all'inizio del 1992 erano arrivati a toccare l'8,75%, un livello che non si vedeva dal 1931, quando ancora c'era la Repubblica di Weimar e il pane si comprava con carriole di Marchi.

Il cerino, a quel punto, era passato tra le mani degli altri Paesi europei e alle loro banche centrali. Che, per fronteggiare la concorrenza tedesca, si erano visti costretti ad alzare anch'essi i tassi d'interesse per finanziare il loro debito pubblico, precipitando in una spirale recessiva. Carne fresca per gli avvoltoi: e infatti, puntuale, era arrivata tra il 1992 e il 1993 una tempesta speculativa che aveva colpito soprattutto Francia e Italia, con quest'ultima costretta a uscire temporaneamente dal sistema monetario europeo e a effettuare un prelievo forzoso notturno nei conti correnti dei suoi cittadini per mettere una pezza alle voragini che si erano aperte nel bilancio dello Stato. Il tutto, giova ricordarlo, nel pieno di uno scandalo giudiziario come Tangentopoli che aveva ridotto ai minimi termini la credibilità delle istituzioni e della classe politica italiana. I tedeschi, in tutto questo? Fermi come dei semafori. Convinti - nonostante nei fatti stessero facendo pagare ai partner europei la loro unificazione - che fossero problemi altrui, non certo dipendenti dalle loro scelte di politica economica.

Anche la Germania, in ogni caso, era in grande difficoltà. Nonostante le tasse e i tassi, infatti, la situazione dell'economia non era migliorata nemmeno un po'. L'inflazione era rimasta, al solito, molto bassa, ma la disoccupazione non aveva accennato a diminuire e il prodotto interno lordo, a dispetto delle previsioni che volevano che decollasse oltre il 3% a partire del 1996, era rimasto inchiodato attorno a un ben poco lusinghiero +1%. Non bastasse, per il rotto della cuffia, Italia e Spagna, nel marzo del 1998, erano riuscite a superare l'esame di valutazione di Bruxelles e a entrare nella zona Euro. «Se l'Italia entra, Kohl esce», aveva preconizzato il Financial Times in quei giorni. Ci avevano preso. Il voto del 27 settembre 1998 aveva decretato la vittoria dei socialdemocratici di Gherard Schroeder, in coalizione coi verdi e, per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca, un cambio di maggioranza conseguente a una tornata elettorale. Ironia della sorte, Kohl lasciò la cancelleria alla vigilia del trasferimento della stessa da Bonn a Berlino. Quella stessa Berlino che l'aveva fischiato poco meno di dieci anni prima e che, un’altra volta, l'aveva respinto.

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