Confederations Cup, prove tecniche di neo-zarismo con il pallone

L'occasione per Putin è ghiotta: fare le prove generali in vista del Mondiale di calcio del prossimo anno, che sarà la vetrina russa nel mondo. La politica del Cremlino è chiara: sfruttare lo sport come perno della propaganda putiniana "buona"; niente muscoli, tutti spettacolo

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ALEXEY DRUZHININ / SPUTNIK / AFP

17 Giugno Giu 2017 0830 17 giugno 2017 17 Giugno 2017 - 08:30
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Narra una vecchia leggenda tatara che una principessa un giorno perse una padella d’oro nei pressi del fiume Kazanka. Padella che nella lingua locale si dice Qazan, da cui il nome della città di Kazan. Come tutte le leggende, un fondo di verità c’è, perché a ben vedere il Tatarstan è ricco di oro, in particolare sottoforma di greggio e gassoso di cui la Repubblica federata e, di conseguenza la Madre Russia, si alimentano. Il petrolio e il gas servono in effetti a tenere ben oliati i grandi meccanismi che regolano l’economia interna ed estera della Russia di Vladimir Putin, che il 17 giugno inaugura la Confederations Cup, il torneo Fifa che come da tradizione serve al futuro Paese ospitante del Mondiale per fare il rodaggio in vista del torneo sportivo più importante al mondo, assieme ai Giochi Olimpici.

E anche i Cinque Cerchi, nella versione invernale, sono passati dalla Russia nel 2014, con un ingente esborso di petro-rubli che sono serviti a Putin per cominciare a sfruttare lo sport come volano per il suo progetto neo-zarista. I Giochi si svolsero a Sochii, nella stessa località cioè che ospita il circuito di Formula Uno dove ogni anno si svolge il Gran Premio di Russia - dove lo stesso Putin si presenta ormai da qualche tempo “a sorpresa” per assistere alle ultime fasi della gara – e che sarà una delle quattro sedi della Confederations Cup assieme a Mosca, San Pietroburgo e la Kazan dove una volta una principessa perse una padella d’oro nel fiume.

Quattro sedi scelte in maniera non casuale. A Kazan il neo-zarismo sportivo si intreccia con l’economia e la religione locale. Il Tatarstan viene visto da diversi analisti come un grande laboratorio di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani, mentre la convivenza istituzionale con Mosca lo è stata nel tempo molto meno: dopo la caduta della vecchia cara Urss, si è sfiorato quello scontro armato che ha coinvolto altre zone dell’immenso territorio russo che non gradivano la nuova politica federale, in nome del nazionalismo locale. Con l’arrivo di Putin al Governo, sono arrivati accordi commerciali (maggiore indipendenza nella gestione dell’energia locale in cambio di maggiori aiuti fiscali a Mosca), ma anche nuovi investimenti nella capitale, che nel 2005 ha celebrato i suoi primi 1000 anni: nuove strade e soprattutto una bella lucidata al Cremlino locale, l’unico di tutte le russie ad avere una moschea accanto alla cattedrale ortodossa. E poi è arrivato il nuovo stadio, la Kazan Arena, costata 300 milioni di euro, di proprietà dell’amministrazione cittadina e talmente moderna da poter ospitare anche alcune gare dei Mondiali di nuoto organizzati qui nel 2015. Il risultato è che oggi il presidente della Repubblica del Tatarstan, Rustam Minnichanov, è anche il numero uno della compagnia petrolifera locale Tatneft: se a Kazan e dintorni possono godere di una sorta d’indipendenza difficile da scorgere in altri angoli dell’ex Unione Sovietica, in ossequio al volere di Putin il potere politico si frappone spesso e volentieri a quello industriale.

Il petrolio e il gas servono a tenere ben oliati i grandi meccanismi che regolano l’economia interna ed estera della Russia di Vladimir Putin, che il 17 giugno inaugura la Confederations Cup, il torneo Fifa che come da tradizione serve al futuro Paese ospitante del Mondiale per fare il rodaggio in vista del torneo sportivo più importante al mondo, assieme ai Giochi Olimpici.

Il calcio d’altra parte non sfugge a questa logica. Il club del Kazan, il Rubin, è de facto legato allo Stato: l’attuale presidente della squadra è Ilsur Metshin, attuale sindaco di Kazan ed ex primo cittadino di Nizhnekamsk, altro grande polo petrolchimico del Tatarstan. E il resto della Russia calcistica segue per buona parte questa linea: tra prima e seconda divisione i club sono quasi tutti riconducibili a proprietà di Stato o entità private non ostili al Cremlino. La Dinamo Mosca è stata per anni in mano alla banca statale VTB Bank, così come la Lokomotiv Mosca è controllata dalle Ferrovie russe e lo Spartak Mosca dalla Lukoil, uno dei giganti petroliferi russi posseduto al 9% da Leonid Fedun, ex militare e oggi businessman dal patrimonio personale stimato in 4 miliardi di dollari, non avverso a Putin (per avere sempre rinnovate le concessioni sull’energia) nonché presidente dello Spartak. Il ceo di Lukoil è Vagit Alekperov, famoso per coltivare tendenze democristiane in un contesto post-sovietico: di lui si dice tenga sempre sulla scrivania una Bibbia e un Corano, per scontentare nessuno ed evitare illazioni sulle sue preferenze religiose. L’unica preferenza che ostenta è quella per Vladimir Putin: la carriera politica nella nomenklatura sovietica, che gli ha permesso di diventare il più giovane ministro dell’Urss nel 1990 (a capo del dipartimento dell’energia) gli ha insegnato che il potere non si discute mai. Mica può permettersi di fare la fine di Mikhail Khodorkovskij, che con la sua Yukos voleva fare il re del petrolio nonostante le critiche al sistema corruttivo nazionale ordito da Putin e coinvolto in un processo per frode fiscale che lo costrinse al carcere. Alekperov non si è mai opposto alle ingerenze del Cremlino negli affari energetici privati e Putin ha apprezzato. La Otkrytie Arena, impianto polifunzionale moderno di proprietà di Lukoil inaugurato nel 2014 e costato oltre 400 milioni di euro, ospiterà quattro partite della Confederations Cup, compresa la finale per il 3° posto.

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La connessione petrolio-potere, poi, a San Pietroburgo raggiunge il suo apice. Nella seconda città del Paese lo Zenit è di proprietà di Gazprom, gigante del gas ufficialmente privato ma praticamente in mano allo Stato: il ceo della società è Alekseij Miller, che nel 2000 è stato anche nominato vice-ministro russo dell’energia; mentre l’attuale vice-presidente ed ex ministro dello Sport Vitaly Mutko è stato in passato presidente del club. E l’azienda è il volano usato dal Governo russo per farsi largo nel buffet politico sportivo del pallone europeo, visto che Gazprom è sponsor sia della Champions League che dei prossimi Mondiali. Gazprom è inoltre proprietaria del nuovo stadio dello Zenit, impianto che avrà l’onore di ospitare la finale della Confederations Cup e che può vantare il record di impianto più costoso al mondo. La Zenit Arena è stata un cantiere per 10 anni e ci sono voluti più di 900 milioni di euro per completarla. I lavori cominciarono nel 2006, spinti dalla voglia di grandeur russa di Putin, tifosissimo dello Zenit: per capirci, il progetto era stato affidato all’architetto giapponese Kisho Kurokawa, una vera e propria autorità in materia. La sfortuna ha voluto che l’archistar morisse nel 2007, quindi le varianti al progetto vennero eseguite senza la sua supervisione, con effetti disastrosi. Al disegno iniziale, già complesso di suo – prevedeva ad esempio tetto e campo in erba retrattili – sono state stratificate nel tempo varianti che, una volta realizzate, nel frattempo erano considerate non più al passo con i tempi. Inoltre la Fifa impone la capienza minima di 68mila persone per uno stadio destinato ad ospitare la semifinale del Mondiale, mentre il progetto iniziale ne prevedeva 62mila. Infine, comica delle comiche, alla decisiva ispezione Fifa sul nulla osta all’opera, si è scoperto che il terreno di gioco era sottoposto ad eccessive vibrazioni: via, rifare. E pazienza se, per finire il lavori almeno per questa Confederations Cup, si sia ricorso al vecchio e caro sistema dello sfruttamento degli operai. Una recente inchiesta del magazine sportivo Josimar ha rivelato le condizioni agghiaccianti dei lavoratori nord coreani impegnati nel cantiere dello stadio: niente paga e tutti a dormire assieme stipati in pochi container. Il tutto per colpa del lievitamento dei costi: se puoi tagliare qualcosina, meglio risparmiare sulla manodopera.

OLGA MALTSEVA / AFP

Eppure il fenomeno della moltiplicazione dei costi ha riguardato anche altre città come Sochii, che nel disegno neo-zarista di Putin si è dovuto trasformare da zona balneare per le vacanze sovietiche a polo sportivo di primo piano. Per questo è stata scelta per ospitare i Giochi Olimpici invernali nonostante qui si venisse a fare il bagno: di neve da queste parti ne gira pochina. Ma pagando si tira su tutto: palazzi, stadi, piste da sci con neve artificiale. Nel computo generale per i Giochi sono stati spesi non meno di 30 miliardi di euro: per dire, Londra 2012 ne è costati 12. Un rigonfiamento di capitali deciso da Olimpstroy, holding statale guidata dal fidato uomo di Putin Sergei Gaplikov, che si è occupata della gestione dei cantieri olimpici e che ha provveduto negli anni a ritoccare verso l’alto i contratti con le aziende per la costruzione degli impianti di una grande manifestazione sponsorizzata da Rosneft, gigante petrolifero a maggioranza statale. Il sospetto è che di mezzo ci siano stati gli affari con la mafia russa, che dopo la crisi petrolifera del 2008 ha preferito buttarsi sul business sportivo. Tra i progetti gonfiati per spartirsi denaro c’è stato anche quello dell’Olimpijskij stadion "Fišt", costato 63,5 milioni di dollari e quarta e ultima sede della Confederations Cup.

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