Maldive, gli jihadisti nascono nel paradiso delle tue vacanze

L'ultimo libro della reporter di guerra Francesca Borri si intitola “Ma quale paradiso?” e racconta il lato oscuro di quello che siamo abituati a pensare come il paradiso in terra, le Maldive, ma che in realtà sono la porta dell'inferno

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Foto: Pixabay

17 Giugno Giu 2017 0830 17 giugno 2017 17 Giugno 2017 - 08:30

Nel nostro immaginario ci sono pochi posti al mondo che, al pari delle Maldive, ci suggeriscono più da vicino l'immagine del paradiso in terra, con spiagge da sogno, cieli blu, mari cristallini e una fauna marina che sembra uscita da un cartone animato della Disney. Niente di più lontano dalle immagini di guerra, di terrore, di sangue e di morte che arrivano contemporaneamente dalla Siria e da mezzo Medio Oriente.

Eppure, dietro quelle immagini paradisiache e quei paesaggi da sogno si nasconde il suo contrario. È lo spettro di quella che, in questo momento e ai nostri occhi occidentali, è l'esatta immagine dell'inferno: la Siria, l'Isis, il Jihad internazionale, il terrorismo, la sharia fatta legge dello Stato, ma anche violenza dilagante, miseria, degrado.

«Fuori dai resort, le Maldive sono un Paese di violenza, di eroina, di povertà. O più esattamente: di ingiustizia». A scriverlo, in un recente post sul suo blog ospitato dal Fatto Quotidiano è Francesca Borri, giornalista freelance che negli ultimi anni ha raccontato molti dei drammi mediorientali direttamente dai campi di battaglia, siano essi quelli apocalittici di Aleppo, siano quelli ormai nella nostra testa terribilmente “normalizzati”, come Gaza e la Palestina.

«Alle Maldive sono arrivata per caso. Guardando una foto di Francesco Zizola, uno dei nostri migliori fotografi. Credevo fosse stata scattata in Africa, e invece ho letto la didascalia: ed erano le Maldive. Era una foto di povertà. Non di Islam». Francesca Borri inizia così a raccontare il suo viaggio, un viaggio decisamente diverso da quello che intraprendono migliaia di turisti ogni anno, un viaggio pericoloso, sia per lei che per chi a lei racconta la realtà terribile delle Maldive, un viaggio che è finito raccontato in un libro appena pubblicato da Einaudi, intitolato Ma quale paradiso?, che in forma narrativa porta il lettore a muoversi tra le strade e le isole delle Maldive, che però per una volta non sono le “nostre”, ma le “loro”, le Maldive di chi vive quel paradiso come una gabbia e che vede i propri figli e i propri amici mettere via i soldi per partire, scappare. Un viaggio che li porta quasi tutti in Siria, a combattere per l'Isis.

Quando hai capito di aver trovato un punto di osservazione interessante per raccontare la jihad, l'Isis, la guerra in Siria e il terrorismo internazionale?
Dopo aver curiosato un po' su Google, ho trovato questo pezzo su un jihadista ucciso al fronte, in Siria. E il padre, intervistato, diceva solo: Sono orgoglioso di mio figlio. A quel punto ho cercato su Amazon una storia delle Maldive: e ho scoperto che l'unico libro sulle Maldive era la Lonely Planet.

Quanto sono diverse le vere Maldive dalla cartolina paradisiaca che popola l'immaginario di tutti noi?
Molto. Perché se è vero che le Maldive ci suonano familiari, è anche vero che la maggior parte di noi non sarebbero capaci di individuarle su una mappa. La maggior parte di noi ignora persino che siano un paese musulmano. Un paese in cui l'alcol, il bikini, tutto quello che ai turisti è consentito, ai locali è vietato — per il sesso fuori dal matrimonio, per esempio, sono cento frustate. Per questo sono andata. Perché attraverso le Maldive volevo raccontare un mondo che crediamo di conoscere, ma che invece non conosciamo affatto. Un mondo che ora ci esplode addosso per strada. A un caffè. A un concerto.

Perché è un punto d'osservazione privilegiato per parlare dell'Isis e del conflitto in Medioriente?
Perché il problema con i jihadisti è che, contrariamente a quanto dicono, contrariamente a questa retorica del califfato universale, i contesti nazionali contano tantissimo: un veterano dell'Afghanistan è molto diverso da un ventenne di Molenbeek. Così come la Siria, l'Iraq, la Libia, giusto per citare i tre paesi in cui l'ISIS è più forte, sono tre guerre completamente diverse. I jihadisti hanno storie e motivazioni, e prospettive, anche, idee, differenti: e le Maldive sono forse il solo paese al mondo in cui si trovano tutte insieme. I fattori economici come i fattori politici e religiosi, i fattori sociali, collettivi, come i fattori individuali. L'intreccio tra storia locale e storia internazionale. Perché l'unica cosa che i jihadisti hanno in comune, onestamente, è che non sono degli squilibrati. Sono come noi. E con questo non voglio minimizzare il fenomeno. Al contrario. Sarebbe molto più rassicurante, no?, se fossero tutti come Jihadi John. Tutti solo da chiudere in manicomio.

Una delle dicotomie ricorrenti nel tuo libro è il rapporto Nostro/Vostro, che emerge spessissimo quando ti trovi su quella specie di confine che separa i due mondi, quello delle Maldive per turisti e quello dei locali. Secondo te questa dicotomia è vera anche in Europa, per esempio in Banlieue, o in quartieri come Molenbeek?
Sì, anche in Europa è vera da tempo. E di tutte le ragioni per cui uno sceglie la jihad, la ghettizzazione è senza dubbio la prima a cui penso. Molenbeek è micidiale. Per me che sono nata nell'Italia del sud, economicamente e socialmente Molenbeek non è niente di drammatico, è un quartiere popolare come mille altri. Il problema, a Molenbeek, non è la povertà, o la disoccupazione. Il problema è che senti, e chiaramente, che per il resto di Bruxelles sei di serie B. Molenbeek non è periferia, è a dieci minuti dalla piazza centrale di Bruxelles: ma l'ultima volta, quando ero lì per l'edizione olandese del mio libro sulla Siria, nessuno dei giornalisti con cui avevo appuntamento, tutti corrispondenti di guerra, ha voluto incontrarmi a Molenbeek. Avevano paura. Veterani dell'Iraq, dell'Afghanistan. Non è paura, è razzismo. Non giriamoci intorno. E tutto il mondo musulmano oggi è come Molenbeek: un mondo di serie B. Ho i capelli neri, gli occhi neri. Sembro araba. E quando mi capita, per lavoro, di avere un hijab in testa, all'improvviso tutti diventano freddi. Diventano diffidenti, scortesi. Cammini, e fisso, uno ti insulta.

Ma esistono veramente questi due mondi? O meglio, sono veramente quei due — West contro East — gli schieramenti del conflitto? E se invece di dividere il "campo di battaglia" in West contro East – è portato a chiedersi il lettore - dividessimo il campo in Alto contro Basso, in Ricchi contro Poveri? Insomma, è una guerra culturale questa o è una guerra di classe?
Credo sia molto più una guerra di classe, sì. La contrapposizione tra Oriente e Occidente non ha molto senso, non fosse altro perché i regimi arabi sono nostri alleati - sono i nostri soci in affari. Semplicemente, un mondo in cui 8 miliardari possiedono la stessa ricchezza della metà della popolazione del pianeta è un mondo che non può funzionare. Tutto qui. Questo non significa che le differenze culturali non esistano. Non abbiano un ruolo. Ma sono differenze su cui si specula. Quello che oggi in Iraq, per esempio, descriviamo come uno scontro tra sunniti e sciiti, è più esattamente uno scontro tra la minoranza al potere con Saddam e la maggioranza in cerca di rivalsa. E con Saddam non contava la religione, contava la fedeltà: Saddam ordinò l'omicidio persino del genero. In quella minoranza al potere troviamo sia sunniti sia sciiti. E non in quanto sunniti e sciiti, ma in quanto beneficiari del sistema. Poi certo, è più semplice dire che stai combattendo per il vero Islam che per il tuo conto in banca.

Alcuni dei ragazzi di cui parli spacciano hashish per pagarsi il viaggio verso la Siria. Non è un paradosso? Come mai anche la maggior parte dei cosiddetti "lupi solitari" europei vengono da adolescenze più simili alle nostre – diciamo sesso, droga e rock'n'roll – piuttosto che da adolescenze da scuole coraniche?
Ma in realtà è tipico di ogni religione, no? Essere un po' una forma di redenzione. Una seconda opportunità. No, l'incoerenza che più mi colpisce non è quella tra il prima e il dopo, ma un'altra. E considera proprio le Maldive: hanno una sharia tipo il Pakistan, tipo l'Afghanistan, una sharia rigorosa, e però poi vivono di un turismo che è agli antipodi dell'Islam. E in teoria, non sarebbe necessario. Potrebbero vivere anche dei soli turisti musulmani. Cioè: perché non praticano davvero, e ovunque, la sharia che predicano? Potrebbero. In fondo è casa loro, no? O forse, dopo un giorno capirebbero che hanno ognuno un'idea diversa di Islam? E di sharia? E che per questo i greci hanno inventato la democrazia?

Cosa ne pensi della teoria di Olivier Roy sul fatto che siamo di fronte non alla radicalizzazione dell'Islam, ma alla islamizzazione del radicalismo?
Olivier Roy parla dei jihadisti europei. E quella dei jihadisti europei, sì, mi sembra essenzialmente un'islamizzazione del radicalismo. Fossero nati prima, sarebbero finiti nelle Brigate Rosse. O tra i Black Bloc. Ma non esistono solo i jihadisti europei. Anzi: i jihadisti europei sono numericamente irrilevanti. E quella che si registra nel resto del mondo, invece, è una radicalizzazione dell'Islam.

Un'altra cosa che viene fuori spesso dal tuo libro è il confronto sorprendente con il passato: «20 anni fa era tutto diverso», «mia madre non portava il velo», «30 anni fa facevamo sempre feste». Come lo spieghi questo arretramento da una società più aperta a una più chiusa e, anche a livello di lotta, dalla politica alla religione, dall'OLP ad Hamas?
Trent'anni fa, in Medio Oriente nessuna ragazza aveva il velo. A Baghdad, al Cairo, a Tripoli, si viveva come a Parigi. L'arretramento è innegabile. E però, è anche molto una conseguenza delle nostre scelte: perché per noi tutto era meglio dei nazionalisti laici e di sinistra vicini all'Unione Sovietica, tutto era meglio di chi sfidava il nostro dominio economico: e abbiamo sostenuto i talebani in Afghanistan. O Hamas, per esempio. Da dove arriva, in fondo? Nel tentativo di indebolire Arafat, Israele per anni gli ha lasciato campo libero. Mentre l'Arabia Saudita intanto, con i suoi petrodollari, finanziava ovunque l'Islam più estremo. E trovava spazio perché dagli anni Settanta si è avuta una radicalizzazione dell'Islam, è vero, però anche del mondo. Nel senso: una radicalizzazione delle disuguaglianze. E quindi dei conflitti. Mi sembra si sia radicalizzato tutto, onestamente. L'ingiustizia: e la reazione all'ingiustizia.

A un certo punto, quando parli dell'avvicendarsi delle generazioni di musulmani e del fatto che ognuno di loro ha la propria verità sull'islam mi hai fatto pensare a una cosa: ma non è che anche nel mondo musulmano stanno affrontando un periodo di post verità? O meglio, di post autorevolezza, e quindi che i jihadisti che del salafismo non sanno niente ma lo predicano possano essere i nostri anti vaccinisti o sciichimisti?
Il messaggio del Corano sarà anche divino: ma la sua interpretazione è inevitabilmente umana. Il mondo musulmano è da sempre un mondo straordinariamente colto, un mondo di riflessioni, di dibattiti, di confronto - Baghdad, che è stata la sua capitale più significativa, non ha statue di re e guerrieri: ha solo statue di scrittori. L'Islam ha al suo interno tutti i mezzi intellettuali e morali per affrontare questa fase di crisi. E però in questo momento, per esempio, ti parlo dal Cairo. Ti parlo dall'Egitto del nostro alleato al-Sisi: è una settimana che non posso leggere un giornale vero, perché mezza internet qui è inaccessibile. E va a pedali. Siamo fuori da tutto. Nelle librerie non c'è un libro sulla Primavera Araba. Non c'è un libro di politica. E parliamo tutti a mezza voce. O non parliamo affatto, perché la polizia è ovunque. Come possiamo pretendere che qualcuno, qui, rinnovi l'Islam, in queste condizioni?

Quanto è stato parziale e tendenzioso il racconto del Medioriente da parte nostra, dei giornalisti, negli ultimi vent'anni? E quanto sta contando, anche oggi, nel diffondersi di odio religioso e di terrore?
Il Medio Oriente è completamente diverso da quello che si legge sui giornali. Ma proprio completamente diverso. Ma d'altra parte: è da anni che fa notizia, e ancora quasi nessuno di noi giornalisti parla l'arabo. Quanti quotidiani invierebbero mai negli Stati Uniti un corrispondente che non parla inglese?

Venendo al tuo mestiere di reporter: nel libro ogni tanto, quasi come se fosse uno sfogo, scrivi che di alcune cose non ti farebbero mai scrivere. Ché alla fine ai giornali europei interessa Jihadi John o un'altra storiella del terrore qualsiasi piuttosto che la normalità?
Oggi, sì, si cerca molto più la sensazione che l'informazione. Il caso speciale, il caso strano: l'eccezione, invece che la regola. E però il problema non sono le storie fuori dall'ordinario, perché a volte l'eccezione illumina la regola meglio della regola stessa. Il problema è quando le storie fuori dall'ordinario diventano l'intero giornale. E diventano l'intero giornale quando l'intero giornale viene costruito non più con corrispondenti fissi, ma attraverso i freelance, attraverso giornalisti recuperati di volta in volta, paese a paese, un po' come capita. Perché a quel punto, è una gara a chi propone la storia più eccentrica: e per scrivere di Siria, sei costretto a scovare il piccolo orfano sciita che sfida i cecchini sui pattini per andare a suonare il violino ai funerali dei sunniti albini. Alla fine, ti ritrovi a raccontare storie non tanto fuori dall'ordinario, quanto fuori contesto. Perché il contesto ormai è sparito. E il risultato è questo: che nessuno neppure sa che le Maldive sono un paese musulmano.

Il tuo modo di raccontare è affabulante e coinvolgente, ricco di dialoghi e di particolari, di dettagli. Come coniughi l'affabulazione del racconto al rigore del giornalismo?
I libri come i miei, i libri di non-fiction, sono sempre accusati di essere romanzati. In realtà, il materiale che usi è sempre lo stesso. Cioè: sono sempre gli stessi appunti. Solo che sono assemblati in modo diverso. Perché la differenza, rispetto al reportage, è che la non-fiction ti richiede non la capacità di ricostruire, dettaglio a dettaglio, ma all'opposto, di togliere: di mettere a fuoco, togliere il rumore di fondo. Perché l'obiettivo è passare dagli eventi ai significati. E quindi dalle persone ai personaggi. In un reportage ognuno è se stesso: in un libro ognuno è più che se stesso. E la realtà non è quella della singola pagina, della singola scena: è quella complessiva della narrazione. Su un giornale descrivi, in un libro scrivi. Ed è per questo, alla fine, che i giornali durano un giorno, i libri una vita.

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