L’Isis è a un passo dalla sconfitta, ma i guai veri cominciano ora

Con la prossima capitolazione di Mosul lo Stato Islamico finirà di esistere. Ma è in quel momento che inizierà la partita vera: sunniti contro sciiti, Assad contro i ribelli, Russia contro America, i curdi contro tutti. Ci sarà mai pace per il Medio Oriente?

Mosul

AHMAD AL-RUBAYE / AFP

AHMAD AL-RUBAYE / AFP

19 Giugno Giu 2017 0800 19 giugno 2017 19 Giugno 2017 - 08:00

L’assalto finale all’ultimo chilometro quadrato controllato dall’Isis a Mosul, quella che un tempo era la sua capitale e il luogo dove al Baghdadi proclamò nel 2014 la nascita del Califfato, è cominciato. In qualche giorno l’ultimo bastione dei terroristi in città dovrebbe cadere e in qualche mese – salvo imprevisti – quel che resta dei domini territoriali dello Stato Islamico verrà spazzato via. Già ora la sua capitale siriana, Raqqa, è stata invasa dalle SDF, la coalizione ribelle a guida curda, e liberata per metà dalla sua presenza. Il resto dei suoi territori viene penetrato dall’avanzata dei lealisti siriani e delle milizie irachene come coltelli caldi nel burro. Lo stesso Califfo al Baghdadi, secondo quanto affermano fonti russe, potrebbe essere stato ucciso in un raid. L’epoca delle bandiere nere come vessillo di uno Stato è insomma al crepuscolo inoltrato.

Il problema è che la caduta definitiva dell’Isis ne comprometterà la capacità di controllare para-statalmente un vasto territorio, non quella di compiere attentati. E, in più, che si apriranno una serie di problemi molto più delicati da un punto di vista degli equilibri internazionali. Se infatti sulla guerra all’Isis si è registrata una fase di sostanziale unità degli attori internazionali, anche grazie alla linea Trump “dialogante” con Mosca e alle sue ricadute sugli alleati locali, su tutte le altre partite il fronte si frantuma in una miriade di diverse geometrie variabili. Vediamo dunque quali sono i principali problemi che si dovranno affrontare una volta sconfitto lo Stato Islamico.

Il corridoio sciita
È la partita che al momento pare più importante per i vari attori regionali e internazionali. L’Iran aspira infatti ad avere una continuità territoriale dal proprio Stato, attraverso l’Iraq, fino alla Siria e quindi al Libano. Finora a garantire la soluzione di continuità dei territori sciiti aveva pensato lo Stato Islamico, che controllava l’area desertica dell’est della Siria e dell’ovest dell’Iraq ma con la sua sconfitta l’obiettivo di Teheran sembra a portata di mano. La continuità territoriale gli permetterebbe tra l’altro di essere meno dipendente dalla Russia, anche solo per i trasporti di uomini e mezzi. È infatti Mosca a controllare i cieli dell’area, ma negli ultimi anni ha spesso concesso a Israele di colpire Hezbollah o altri obiettivi militari in Siria, allo scopo di mantenere buone relazioni con Tel Aviv (e di non avvantaggiare troppo Teheran).

Finora gli Stati Uniti, tornati con Trump su posizioni maggiormente ostili alla Repubblica Islamica Iraniana, sono riusciti a sabotare i tentativi di aprire questo corridoio da un lato grazie ai buoni uffici coi curdi siriani, nel nord della Siria, che hanno garantito l’indisponibilità a fare accordi di transito con le milizie sciite irachene/iraniane, dall’altro avendo armato pesantemente alcuni ribelli “moderati” (e inviato propri uomini e mezzi in supporto) nel sud della Siria, al valico di al Tanf con l’Iraq. Ma difficilmente gli Usa, una volta scomparso l’Isis, potranno sigillare l’intero confine tra Siria e Iraq impedendo alle milizie sciite irachene e ai lealisti del regime di Assad di incontrarsi.

Se questo risultato è amaro per Washington, è funesto per Tel Aviv – che teme l’Hezbollah libanese e i rinnovati contatti tra Hamas e l’Iran – e per Riad, che vedrebbe il proprio rivale consolidare una posizione strategica proiettata nei decenni a venire. Di qui l’inquietudine su quali potrebbero essere le contromosse, specie dei Sauditi. Nella provincia ovest dell’Iraq (Anbar), da cui il corridoio sciita dovrebbe passare, vive buona parte della minoranza sunnita del Paese. Il rischio è che la si voglia fomentare per sabotare la continuità territoriale che l’Iran va cercando. Ma è un gioco estremamente pericoloso. È proprio qui, a inizio anni ’10, che si è diffuso ed è cresciuto il germe dello Stato Islamico. Si rischierebbe di ripetere lo stesso errore per l’ennesima volta.

L’Iran aspira ad avere una continuità territoriale dal proprio Stato, attraverso l’Iraq, fino alla Siria e quindi al Libano. Finora a garantire la soluzione di continuità dei territori sciiti aveva pensato lo Stato Islamico, che controllava l’area desertica dell’est della Siria e dell’ovest dell’Iraq ma con la sua sconfitta l’obiettivo di Teheran sembra a portata di mano

La questione curda
Il secondo grave problema che dovrà essere affrontato dopo la sconfitta dell’Isis è la questione curda. Le SDF sono state fortemente supportate dagli Usa come forza di terra contro l’Isis, e hanno al contempo mantenuto un’alleanza tattica col regime di Damasco. La Turchia, alleata degli Usa e che partecipa ai colloqui di pace condotti dalla Russia insieme all’Iran, considera la componente curda delle SDF (l’YPG) come il braccio armato di un’organizzazione terroristica legata al PKK curdo-turco.

La gestione delle richieste di autonomia da parte dei curdi per i loro territori rischia dunque di essere fonte di altre tensioni e violenze nella regione. Si dovrà capire che tipo di accordo potrebbero raggiungere il governo di Damasco e i ribelli curdi – verso cui Mosca ha avuto un atteggiamento altalenante, ma non ostile – per il futuro assetto del Paese, come potrebbe reagire la Turchia (che ancora controlla e manovra alcune fazioni della ribellione siriana, e che ha un “suo” spicchio di territorio siriano a nord di Aleppo da cui ha spesso fatto partire attacchi contro le SDF) e che atteggiamento prenderanno gli Stati Uniti.

Una partita oltretutto complicata dall’imminente referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, il prossimo 25 settembre. I curdi iracheni sono infatti in buoni rapporti con la Turchia e politicamente sono rivali dei curdi siriani del Ypg. Tuttavia la svolta indipendentista è stata mal digerita ad Ankara, e anche l’Iran potrebbe schierarsi contro le pretese autonomiste dei curdi iracheni (e siriani) per timore che la minoranza curda iraniana possa avanzare analoghe richieste. In generale sul tema dell’indipendentismo curdo aleggia il timore di una disgregazione degli Stati mediorientali nella loro forma attuale, che potrebbe dare il via a un caos ancora maggiore e più diffuso in tutto il Medio Oriente.

Una volta terminata la “cannibalizzazione” dell’Isis il problema delle sacche ribelli tornerà a essere una priorità. Damasco e Mosca andranno in battaglia aperta? Si faranno aiutare dai curdi? Come reagirà la Turchia, che lì ha alcune delle fazioni a lei vicine? E gli Usa che atteggiamento prenderanno?

Le sacche ribelli siriane
Terza principale questione che resterà sul tavolo anche dopo la sconfitta dell’Isis è quella delle sacche ribelli siriane ancora esistenti. Finora la tregua raggiunta sotto l’egida del Cremlino che prevede quattro zone di de-escalation (Idlib, sacca di Homs, sacca di Damasco, sacca di Daraa) sta reggendo e, al netto di alcune scaramucce, anche la “quinta sacca” – quella del valico di al Tanf, dove gli Usa hanno stabilito un’area preclusa alle forze lealiste – non sembra coinvolta in scontri aperti per ora. Del resto le energie dei vari attori sono al momento concentrate sullo sconfiggere lo Stato Islamico e soprattutto sul reclamare per sé la maggior parte di territorio che a questo viene sottratto.

Una volta terminata la “cannibalizzazione” dell’Isis il problema delle sacche ribelli tornerà a essere una priorità. Alcune sacche minori potrebbero essere riassorbite o conquistate in un secondo momento, per altre è forse possibile trovare una soluzione negoziale grazie all’intervento dei Paesi limitrofi (specie la Giordania per quelle a sud). Resterebbe comunque il problema della provincia di Idlib, dove oltre a numerose sigle ribelli moderate o islamiste, c’è una massiccia presenza qaedista (l’ex al Nousra).

Damasco e Mosca andranno in battaglia aperta per quell’area? Si faranno aiutare dai curdi? Come reagirà la Turchia, che lì ha alcune delle fazioni a lei vicine? E gli Usa che atteggiamento prenderanno? Le incognite sono innumerevoli.

In conclusione, molti di questi problemi sarebbero risolvibili nell’ambito di un negoziato internazionale, dove gli attori regionali e globali si siedano al tavolo per definire le rispettive sfere di influenza. Tuttavia nessuna trattativa al momento potrebbe prescindere dal dato della realtà sul campo: l’Iran e l’asse sciita hanno vinto la battaglia contro i Saud e l’asse sunnita (oltretutto di recente frantumatosi sulla questione del Qatar). Un ottimo motivo questo per far voler disertare a Riad qualsiasi tavolo di trattativa, privilegiando altre strade - più pericolose per la stabilità dell’area, ma meno per gli interessi strategici sauditi - magari con sponda americana e israeliana. La stessa Turchia, che pure ora siede al tavolo con Russia e Iran, potrebbe avere degli scarti pericolosi sulla questione curda. Le speranze insomma che sconfitto l’Isis si arrivi alla pace nell’area sembrano ancora oggi minoritarie.

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