Strage di Finsbury Park: la jihad allo specchio è la più grande vittoria dei terroristi

L'attacco londinese agli islamici, se si è svolto nei modi raccontati, prospetta un cambio di scenario decisamente inquietante. Forse siamo arrivati alla guerra tra bande con ventilate motivazioni di scontro religioso e ”di civiltà”

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Tolga AKMEN / AFP

Tolga AKMEN / AFP

19 Giugno Giu 2017 0910 19 giugno 2017 19 Giugno 2017 - 09:10

Per ora sappiamo che era un uomo bianco di quarantotto anni, quello che ha travolto con un furgone le persone che uscivano dalla moschea di Finsbury Park, Londra, ferendone otto e uccidendone una. Sappiamo pure - ma sono testimonianze da prendere con le pinze - che l’uomo, durante l’attacco e la fuga avrebbe urlato parole d’odio verso la religione islamica e i suoi fedeli. E che in quel van, oltre al conducente arrestato dalla polizia, ci sarebbero stati pure due complici, anche se sono le forze dell’ordine a dire che non sono segnalati ulteriori sospetti.

Le prossime ore diranno di più, insomma, su questa (potenziale, probabile) molecola di guerra civile che si sta combattendo a dosi omeopatiche nel Vecchio Continente. Quel che già sappiamo, però fa pensare. Perché se le ipotesi investigative di queste ore fossero confermate ci troveremmo di fronte a una sorta di nemesi terroristica, di jihad allo specchio. I terroristi "anti-islamici" avrebbero infatti usato le medesime armi dei loro omologhi sedicenti affiliati al sedicente Stato Islamico, commettendo un delitto ugualmente efferato e brutale nella casualità delle vittime, scegliendo un bersaglio simbolico - Finsbury Park è un po’ la Molenbeek di Londra, e la sua moschea è stato, nei primi anni duemila, uno degli epicentri della radicalizzazione islamica in Gran Bretagna -, in un periodo simbolico come quello dei primi giorni di Ramadan.

Se comincia la guerra tra bande - chi ha vissuto gli anni di piombo in Italia, dovrebbe saperlo bene - il caos fa un salto di qualità

Manca solo la rivendicazione di una rete terroristica estesa, con i suoi social network e la sua propaganda, insomma. E oggi no, probabilmente no. Ma non escludiamo a priori l’ipotesi che prima o poi non arrivi. Così fosse, uno a zero per l’Isis, per i wahabiti, i salafiti e tutti i predicatori del terrore che fanno proseliti nel Vecchio Continente. Se c’era un obiettivo, nella loro strategia della brutalità, era quello di crearsi un nemico a misura della loro follia.

La cosa curiosa è noi occidentali abbiamo sempre raffigurato questa nemesi del terrorismo islamico come uno stato liberticida, xenofobo e razzista. Annebbiati dal nostro malcelato senso di superiorità, forse. O perlomeno convinti che bastasse non cedere alla paura nel segreto dell’urna per esorcizzare questa eventualità. Non sappiamo ancora se sia davvero così, se l’assalitore di Finsbury Park sia solo un pazzo o qualcosa di più. se il suo gesto - le cui motivazioni sono ancora tutte da chiarire: repetita iuvant - farà proseliti o meno. Ma per la prima volta sappiamo che potrebbe accadere, che la brutalità sanguinaria e nichilista non è esclusiva dello Stato Islamico e della sua rete in franchising, che ogni sforzo di convivenza e coesistenza può essere minato da un ulteriore elemento di destabilizzazione. E se comincia la guerra tra bande - chi ha vissuto gli anni di piombo in Italia, dovrebbe saperlo bene - il caos fa un salto di qualità. E gli schemi saltano per davvero. Uno a zero per loro.

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