Ecco come l’Italia butta via i suoi soldi (e si sta giocando il futuro)

È la cattiva spesa che impedisce all’Italia di crescere. Spendiamo cifre abnormi nelle pensioni, e poco nell’istruzione. Tantissimo in stipendi pubblici e pochissimo in investimenti. Fotografia di un paese bloccato, in cui la politica non fa che assecondare una deriva che ci toglie il futuro

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20 Giugno Giu 2017 0735 20 giugno 2017 20 Giugno 2017 - 07:35
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Il primo problema dell’Italia non è il volume complessivo della spesa pubblica. È la sua composizione ad essere irrazionale e ad averci trascinato in una trappola dalla quale non riusciamo ad uscire.
A confermare che questo è il titolo della storia nella quale siamo imprigionati dalla metà degli anni novanta è l’ennesima manovra finanziaria varata dal Parlamento qualche giorno fa per rispondere all’ennesima richiesta della Commissione Europea che ci chiedeva di ridurre il deficit pubblico dello 0,2% del PIL (!). L’ultima manovra ha il pregio parziale di ridurre il deficit senza appesantire di tasse una crescita timida ma esistente. Ma il suo limite – obbligato per un Governo che mai fu pensato per cambiare in profondità – è quello di essere l’ennesima puntata di una commedia infinita tra Europa e Italia. Una commedia che continua a non intaccare i problemi strutturali che zavorrano l’Italia. E ad essere il simbolo – se si pensa a quanto numerose sono le violazioni del sacro patto di stabilità e generiche certe raccomandazioni - di quanto debole sia quell’integrazione che Macron vuole rendere subito più seria.

Non è il primo dei nostri problemi il deficit pubblico (il nostro era al 2,4% prima della correzione, laddove il limite posto dal patto di stabilità è al 3 e la Francia è al 3,4). E non è il volume complessivo di spesa pubblica l’anomalia italiana: anche se essa va diminuita – dovunque in Europa – per far crescere società ancora troppo dipendenti da Stati pensati per governare l’Ottocento. Ci mettono in ginocchio gli interessi che paghiamo su un debito di 2270 miliardi di euro ed un PIL che non cresce abbastanza. La spesa per interessi vale il 4% del PIL (nonostante il bazooka con il quale Draghi ne addomestica le fiamme); il PIL stesso aumenta (mettendoci dentro pure l’inflazione che serve a pagare un debito che rimane al suo valore nominale) dell’1,7%. Significa che – da anni – stiamo facendo debito per pagare interessi, e qualsiasi banchiere riconoscerebbe ciò come premessa di un fallimento.

Come se ne esce? Ricominciando a crescere, dicono molti. Ma quasi tutti, poi, aggiungono che occorrono investimenti o spesa “anticiclica” come se ancora fosse vivo Keynes (e che, invece, probabilmente, si agita nella tomba per l’insensatezza di chi lo evoca per invocare più Stato). In realtà, per ricominciare a crescere dobbiamo porci un problema di miglioramento drastico della qualità della spesa che nessun governo – aldilà delle parole – è riuscito a mettere al centro della sua agenda. Bisogna cambiare profondamente la composizione della spesa pubblica e riallocarla da utilizzazioni meno produttive (o completamente improduttive e, persino, dannose. Spostandole su altre categorie di spesa che possono produrre molta più crescita. Non basta, dunque, che l’Europa e l’Italia litighino sui valori assoluti. Un nuovo patto deve poter riconoscere che diversi capitoli di spesa possono avere legittimazioni totalmente diverse.

Di esempi di cattiva spesa ce ne sono molti. Quello più importante è, però, forse, il confronto tra quello che spendiamo in pensioni (che sono tecnicamente un sussidio a chi non lavora più) e in educazione (dall’asilo alle università e mettendoci dentro pure la ricerca che sono investimento in futuro): alla prima voce dedichiamo 270 miliardi di euro (il 16,8% del PIL contro l’11% della Germania); alla seconda 65 miliardi. Il rapporto è 4,1. Negli altri Paesi europei che hanno una struttura demografica simile alla nostra questo rapporto è sempre inferiore a 3. Basterebbe riportarci ai livelli delle pensioni in Germania per ottenere 90 miliardi in più: sufficienti per un reddito di cittadinanza, più soldi per gli insegnanti bravi e persino meno tasse. Ma ancora: spendiamo più di 3 volte in ordine pubblico che in cultura e turismo. Più di cinque volte in stipendi pubblici che in investimenti.

Non stiamo suggerendo di tagliare – linearmente – le pensioni ma è uno scandalo che lo Stato dia un sussidio a chi è vedovo di chi lavorava e ignora chi è povero e non è mai stato sposato. Non stiamo suggerendo, neppure, di tagliare – linearmente – il numero di poliziotti, ma è segnale di estrema debolezza che, dopo tanti annunci, nessuno abbia avuto la forza di porre il problema dell’inefficienza che produce la sovrapposizione tra carabinieri e poliziotti. Nel frattempo, ci ritroviamo con 250,000 addetti alla sicurezza senza le tecnologie necessarie per contrastare un crimine sempre più evoluto. Con meno spesa della Germania sui beni culturali che produrrebbero un ritorno immediato. Siamo un Paese per vecchi, ma qualcuno deve trovare gli argomenti per sottolineare ciò che è evidente e cioè che senza giovani preparati, tra poco non rimarrà nessuno a pagare le pensioni di chi davvero non lavora più.

Le manovre di questi anni sono, invece, prigioniere dell’inerzia. E, aldilà della retorica, nessun governo ha mostrato l’ambizione necessaria per rispondere alla sfida, accontentandosi di spostare i decimali di punto. Se è una rivoluzione quella che stiamo affrontando, il budget di un’amministrazione dovrebbe essere fatto – anno per anno – con un’ottica zero budget: dimmi di cosa hai bisogno per rispondere alle priorità che la politica sceglie. Agganciando qualsiasi risparmio in investimenti per i ragazzi che pagheranno le pensioni (dignitose) dei nonni.

Ed invece rimane la dittatura del costo storico e del taglio lineare che ci ha intrappolato in un declino senza fine.

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