"Il turco va purificato dalle parole europee": è la nuova riforma di Erdoğan

Con ogni probabilità non passerà, ma l’intenzione di purificare il turco dagli elementi stranieri è forte. Del resto, non sarebbe una novità. Nel 1930 la lingua fu cambiata in modo radicale per eliminare le tracce arabe e persiane. Stavolta si fa al contrario e si torna indietro

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ADEM ALTAN / AFP

20 Giugno Giu 2017 0824 20 giugno 2017 20 Giugno 2017 - 08:24

“Da dove cominciano gli attacchi alla cultura e alla civiltà? Dal linguaggio”. Lo ha detto, nel maggio 2017, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Il suo obiettivo? Tutte le parole di origine europea che, negli anni, sono diventate patrimonio corrente del parlante turco. Rappresentano una forma di contaminazione culturale – sostiene – e al tempo stesso affermano il proprio dominio sulle altre civiltà. L’unico modo per resistere agli europei, conclude, è eliminarle.

Il problema è che il turco ne ha tantissime. E anche se, come ricorda l’Economist, alcune forme possano dare i brividi (su tutte: ataşman, da attachment e şovman per showman), la maggior parte è ormai moneta corrente. Solo dal francese deriva il 5% del vocabolario turco. Termini entrati nell’uso nell’800, insieme alle merci e alle mode europee e riscritti alla turca. L’autista privato è uno şoför (da chauffeur), il parrucchiere uno kuaför. Il traffico è il trafik, l’energia diventa enerji e l’autorità è l’otorite. Ah: non bisogna dimenticare la plaj e il metot (spiaggia e metodo).

Sembra una mossa disperata, quella di Erdoğan, e in un certo senso lo è. Eppure non sarebbe la prima volta nella storia della Turchia. Prima di lui, ma in senso contrario, la fece Kemal Atatürk, il padre della patria, negli anni ’30. Voleva riammodernare lo Stato e avvicinarlo all’Europa, in piena discontinuità con il passato. Per questo adottò l’alfabeto latino e sostituì gran parte delle parole di origine araba e persiana con neologismi o termini di derivazione europea. Di fatto, creò una nuova lingua.

Non fu un processo senza traumi. Un’intera generazione, quella più matura, dovette tornare a scuola. Fu costretta a imparare di nuovo a scrivere e a esprimersi con un nuovo vocabolario. In tutto il Paese, per insegnare la nuova grafia, girarono per anni insegnanti con gessetti e lavagne. I più giovani, al contrario, perdevano il contatto con tutto il patrimonio culturale ottomano, confinato alle università specializzate. Per un certo periodo la Turchia fu un Paese spezzato.

E adesso? Si torna indietro. Erdoğan ha provato a inserire nelle scuole corsi di turco ottomano (ormai del tutto anacronistici), ma ha dovuto rinunciare in seguito a una rivolta popolare. Ora ci riprova, ma andando a colpire i prestiti stranieri europei. Il tutto nella convinzione che la lingua è uno strumento ma anche un simbolo. Chi la governa controlla la mente e lo spirito di un popolo. Questo, almeno, secondo le distopie di Orwell. La realtà, per fortuna, dimostra che non è mai così.

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