Giornata mondiale del rifugiato

Lesbo: l’isola dei rifugiati, l’isola dei giusti

“L’isola dei giusti” (Edizioni Paoline) è l’ultimo libro di Daniele Biella, che racconta sette storie simbolo dell’accoglienza sull’isola di Lesbo, dove – seppur in numero minore – i profughi continuano ad arrivare

Emilia

Emilia Kamvisi (Afp/Angelos Tzortzinis)

20 Giugno Giu 2017 1529 20 giugno 2017 20 Giugno 2017 - 15:29

A meno di 20 chilometri dalla Turchia. Con 320 chilometri di coste. Tra il 2015 e il 2016 Lesbo è stata la porta d’Europa per 600mila rifugiati, oltre sei volte più degli abitanti dell’isola. Ormai nota – non a caso – come “l’isola dei rifugiati”. Così l’ha chiamata il tassista che per primo ha accolto il giornalista Daniele Biella, che a Lesbo ha dedicato il suo ultimo libro, L’Isola dei giusti (Edizioni Paoline). Dove i “giusti” sono gli abitanti di questo lembo di terra, dove la sera è possibile vedere i fari delle auto che scorrono sulla sponda turca. Nel pieno dell’emergenza sbarchi, qui in tanti si sono rimboccati le maniche, dimostrando un’umanità senza eguali. Persone comuni hanno aperto le porte delle proprie case, hanno fatto la spola sulle spiagge, hanno messo a disposizione cibo e vestiti, collaborando con i volontari arrivati da tutto il mondo.

Sette di loro sono i protagonisti del libro di Biella. Sette storie personali che si incrociano con quelle dei rifugiati siriani, afgani, iracheni. Sette “giusti” che sono entrati con braccia, gambe e piedi nella Storia con la “s” maiuscola. Quella che dopo la firma degli accordi tra Ue e Turchia ha trasformato Lesbo in un carcere a cielo aperto, dove i profughi sono bloccati ormai da più di un anno.

Una nonna, un pescatore, la proprietaria di un hotel, una ristoratrice, una regista, uno scultore, un prete. Biella ha bussato alle porte delle loro case, li ha incontrati al porto, registrando ore e ore di interviste che raccontano una normalità straordinaria. È attraverso di loro che conosciamo il dramma dei profughi. Un dramma che in tanti a Lesbo hanno già vissuto come figli e nipoti dei profughi greci arrivati dalla Turchia nel 1922.

Come nonna Emilia, 83 anni, che ha accolto Daniele per un intero pomeriggio nel salotto della sua casa senza nessun appuntamento. Candidata al premio Nobel per la pace del 2016 dopo che la foto in cui dava il latte con il biberon a un bambino appena sbarcato ha fatto il giro del mondo. Un gesto semplice, ma straordinario, mentre nel resto d’Europa si facevano barricate contro l’arrivo dei migranti. «Sono figlia di rifugiati», racconta Emilia Kamvisi, «qui a Skala [Sikamineas] lo siamo tutti, eravamo poveri ma siamo ancora qui. Ora ci chiedono aiuto altri rifugiati: bambini, genitori, giovani e anziani. Hanno bisogno di noi e meritano anche loro di sperare in un futuro migliore». Il suo bagno per molto tempo è stato anche il bagno dei rifugiati, il suo divano è diventato il luogo dove recuperare le forze per questa umanità in fuga. E lo sono tuttora. Perché se è vero che con l’accordo Ue-Turchia gli sbarchi a Lesbo sono diminuiti, è anche vero che continuano, soprattutto ora che è arrivata la bella stagione.

Lo sa bene Stratos Valamios, pescatore, anche lui candidato al Nobel per la pace del 2016. Non si troverà mai riscontro in nessun registro ufficiale di qualsivoglia ente marino, scrive Biella, ma se c’è una persona che più di tutte è testimone del dramma che accade nel breve tratto di mar Egeo che separa Lesbo dalla Turchia, quella persona è Stratos. In mare aperto è riuscito a salvare, con le sue mani o chiamando la Guardia costiera, centinaia di profughi. E con i suoi occhi ha visto anche tanta gente inabissarsi o a rimanere a galla senza vita. «Nessuno lascia la propria casa se lì ha una vita degna di essere vissuta», dice Stratos. «Quando lo fa, che sia per guerra, problemi diversi o semplicemente in prospettiva di una vita migliore, deve essere rispettato, anche soltanto per il fatto che porta con sé la tristezza di tagliare i ponti con tutto quello che era prima».

Nessuno lascia la propria casa se lì ha una vita degna di essere vissuta. Quando lo fa, che sia per guerra, problemi diversi o semplicemente in prospettiva di una vita migliore, deve essere rispettato, anche soltanto per il fatto che porta con sé la tristezza di tagliare i ponti con tutto quello che era prima

Stratos Valamios

E mentre qualcuno a Lesbo ha approfittato della presenza dei profughi sull’isola per vendere cibo e bibite nei baracchini sorti intorno ai campi profughi a prezzi maggiorati, c’è chi ha semplocemente aperto le porte. L’accoglienza, osteggiata nell’Europa che non rispetta il patto sui ricollocamenti, diventa un gesto normale, non eroico. Lo è stato per Daphne Troumponis, albergatrice che insieme ai clienti ha trasformato il suo albergo in un centro di aggregazione per i profughi che camminavano sulla strada verso Mitilene. Lo è per Christoforos Schuff, americano arrivato a Lesbo per seguire la moglie, che sull’isola è diventato un prete ortodosso, “convertitosi” in punto di riferimento per la gestione della crisi durante gli sbarchi del 2015. Lo è per Melinda McRostie, di origini australiane, che per un periodo ha trasformato il suo ristorante al porto di Molyvos in un centro di accoglienza, con le lavagne dove veniva scritto il menù di giornata usate come barelle per recuperare le persone in mare. Lo è per Efi Latsoudi, regista e coordinatrice del campo di Pikpa, una sorta di “paradiso” in cui i profughi più vulnerabili vivono dignitosamente, imparagonabile rispetto alle condizioni disumane dell’hotspot di Moria.

È Efi che con le sue parole spiega cosa sono i “giusti”, quelli che antepongono il loro senso di giustizia a qualsiasi legge, e che spesso sono costretti anche a rendere conto alle autorità per le proprie azioni di solidarietà. «Restiamo umani», dice Efi a Biella. «Mettiamocela tutta. L’umanità è quella virtù che fa la differenza nelle nostre vite. Se la perdiamo, perdiamo noi stessi, la nostra identità».

*La prossima presentazione del libro è prevista per il 22 giugno alla Casa della Memoria di Milano alle 21

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