Governo contro Tim, la tragicomica battaglia sulla banda larga

Per anni nessuno ha investito nelle aree bianche. Ora lo vogliono fare sia Telecom che Enel. Ma il risultato sarà probabilmente un nuovo stallo. E potrebbe pure arrivare una multa per aiuti di Stato. Un paradosso tutto italiano

Banda Larga 1

MICHAEL BOCCHIERI / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

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21 Giugno Giu 2017 1027 21 giugno 2017 21 Giugno 2017 - 10:27
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Può un aumento della concorrenza frenare lo sviluppo della banda larga in Italia? Di fronte a questa domanda, molti penserebbero che chi la pone è matto da legare. Lo hanno pensato, detto e scritto in molti, tra politici e giornalisti. Eppure, questa è una domanda da porsi, dopo lo scontro tra il governo e Tim dei giorni scorsi. Soprattutto perché c’è un aspetto di cui pochi ancora stanno parlando: la stessa concorrenza potrebbe portare a una multa da parte dell’Unione europea per aiuti di Stato, all’annullamento di gare dal valore complessivo di 3 miliardi di euro e a una conseguente frenata degli investimenti. A quel punto gli obiettivi che ci ha dato la stessa Unione europea sulla copertura dei territori e delle abitazioni con banda larga entro il 2020 sarebbero irraggiungibili.

Serve però un passo indietro. Stiamo parlando dello scontro che da giorni vede contrapposti il governo e Tim, l’ex Telecom Italia. Il motivo del contendere è che Tim ha annunciato un piano di investimenti nelle aree cosiddette “bianche”, cioè quelle a fallimento di mercato, cioè quelle dove nessun operatore si era detto disposto a investire. Il piano si chiama “Cassiopea”, figura della mitologia greca storicamente nota per sua vanità (citazione da Wikipedia). Perché il governo è andato su tutte le furie, fino ad anticipare la richiesta di danni a Tim in caso di investimenti, attraverso due interviste, del sottosegretario al Mise Antonello Giacomelli e del ministro della Coesione territoriale e Mezzogiorno, Claudio De Vincenti?

Altro passo indietro. Venerdì 16 giugno è stata firmata l’aggiudicazione della prima gara per la copertura con la banda ultralarga delle “aree bianche”. È uno dei cardini del piano annunciato nel 2015 dal governo Renzi per recuperare un ritardo che vede l’Italia ultima in Europa per la copertura a banda ultralarga. A vincere è stata Open Fiber, una società creata nel 2016 e che ha come soci Enel e Cdp, quindi privata ma dalla forte connotazione pubblica dei suoi azionisti. Il governo in una conferenza stampa ha mostrato i contenuti della proposta vincente: il ribasso rispetto alla base d’asta di 1,4 miliardi è stato del 53%. L’87% delle abitazioni nei cluster C e D (cioè nelle aree bianche) sarà raggiunta da una connessione con velocità di 100 Mbit/s, contro l’85% fissato dal bando. In 4,2 milioni di case sui 4,6 totali coperti dal bando la connessione arriverà direttamente alle case e non alla cabina come nell’offerta di Tim. Secondo l’esecutivo questo meccanismo, con la rete destinata a rimanere statale e non privata come è stata finora, dovrebbe portare a dimezzare i costi che gravano sugli operatori e quindi a riflettersi in minori tariffe per i clienti finali (i dettagli della gara si trovano nella conferenza stampa e in una sintesi del Mise).

Cosa ha fatto saltare i nervi al governo? Se si rimane sul tecnico, il motivo principale è che la gara è stata costruita sulla base del presupposto che in quelle aree “bianche” non investisse nessuno. Sulla base di questo assunto ha ottenuto l’ok della Commissione europea sul fatto che i soldi pubblici utilizzati per superare quel “fallimento di mercato” non fossero considerati aiuti di Stato. Era il giugno 2016. Poi sono partite le gare, di cui la prima si è conclusa nel gennaio 2017 (con firma il 16 giugno scorso). La seconda, da cui Tim si è ritirata, si assegnerà nelle prossime settimane e secondo indiscrezioni dovrebbe vedere vincere ancora una volta Open Fiber (ci sono ricorsi, come era accaduto per la prima). La terza invece deve essere ancora bandita e riguarderà solo le aree bianche di Puglia, Calabria e Sardegna. Il grosso delle aree a fallimento di mercato, dislocate in oltre 7mila comuni, quindi, andra a Open Fiber.

Gli effetti possibili sono due. Primo: Open Fiber potrebbe non trovare più sostenibile il proprio piano industriale e finanziario, che era stato steso sulla base del presupposto della concessione in monopolio per 20 anni (la proprietà della rete è invece dello Stato). La società di Enel e Cdp ha fatto il suo ribasso d’asta calcolando i costi e i ricavi attesi. La differenza è la cifra di 675 milioni chiesta allo Stato (la base d’asta era 1,4 miliardi). Per capire l’effetto sui conti di Open Fiber bisognerà aspettare l’autunno, quando dovrebbe andare in porto il project financing destinato allo sviluppo per le aree bianche (per le aree nere c’è un’altra linea di credito delle banche). Di risorse da parte di Enel e Cdp, destinate ad avviare i cantieri per le aree a fallimento di mercato, ce n’è fino alla fine dell’anno. Il fondo F2i, dopo aver ceduto Metroweb, non è invece entrato nel capitale della società.

Il secondo effetto di questo cambio di scenario potrebbe essere molto più grave e slegato dalle sorti finanziarie di Open Fiber: appurato il fatto che un altro operatore ha deciso di operare nelle aree bianche, la Commissione europea potrebbe intervenire e dire che i soldi messi a disposizione dal pubblico sono un aiuto di Stato. La conseguenza? Procedura di infrazione, multa all’Italia e annullamento della gara.

Appurato il fatto che un altro operatore ha deciso di operare nelle aree bianche, la Commissione europea potrebbe intervenire e dire che i soldi messi a disposizione dal pubblico sono un aiuto di Stato. La conseguenza? Procedura di infrazione, multa all’Italia e annullamento della gara

È questo lo scenario che oggi preoccupa il Mise. Che, non a caso, ha spostato il discorso dal piano economico a quello giuridico. Leggere con attenzione la nota del Mise: il governo «non ha ovviamente alcuna intenzione di impedire o ostacolare investimenti di Tim che risultino compatibili con gli impegni legali assunti e la normativa comunitaria di riferimento. Qualora invece mancassero questi presupposti il Governo agirà, com'è doveroso, per tutelare l'interesse pubblico». Quali sono gli impegni legali assunti da Tim? Dal Mise, interpellato da Linkiesta sul punto, è arrivato un no comment. La vicenda è delicata dal punto di vista legale e per ora parla il comunicato.

Di certo il Mise tiene a far rispondere alle parole dell’amministratore delegato di Tim, Flavio Cattaneo, che nei giorni scorsi a Repubblica aveva detto: «Le nostre intenzioni sono note dallo scorso anno, le conosceva il governo e chi ha partecipato alle gare pubbliche». La risposta del Mise è che Tim il 23 dicembre scorso «ha comunicato la modifica del suo piano di investimenti e di voler intervenire direttamente in alcune aree bianche, meno del 10% di quelle oggetto del bando di gara, e di non aver più interesse ad intervenire in alcune aeree grigie a parziale fallimento di mercato». Quindi, sulla base dei «cambiamenti di strategia di un operatore, comunicati fuori dalle procedure previste», il governo ha ritenuto di non poter ridefinire i contenuti della gara. È possibile che Tim, che è già partita con il piano di investimenti sulle aree nere (in tantem con Fastweb) abbia deciso in seguito che i costi per raggiungere alcune aree bianche (che spesso sono semplicemente quartieri vicini ad aree “nere” o “grigie”) fossero economicamente sostenibili. Oppure è stata principalmente un’azione di disturbo.

Ora la partita è soprattutto una questione da avvocati. Così la vede anche Carlo Cambini, professore ordinario dell’area di Scienze economiche e statistiche del Politecnico di Torino e autore di vari interventi sul tema della banda larga su Lavoce.info. «Per dare un giudizio di merito bisognerebbe conoscere i dettagli tecnici su quanto fossero vincolanti le dichiarazioni di Tim sulla non volontà di investire», dice. «Da economista dico che un’azienda tende a reagire in base a quello che fa il rivale e se un rivale fa un investimento tende a rispondere. È quindi una reazione comprensibile, un modo di Tim per difendere le proprie quote di mercato in quelle aree. Se poi lo possa fare dal punto di vista legale è un altro discorso». Ma dal punto di vista del sistema Paese quali sono le implicazioni? «Se arrivasse effettivamente una multa dalla Commissione europea ci sarebbe davvero un rallentamento per lo sviluppo della banda larga - commenta Cambini -. Non posso dire ora se quell’intervento sarebbe dannoso, andrebbe letto nelle sue motivazioni. In ogni caso, se fossi il ministro dello Sviluppo economico, andrei subito a Bruxelles con tutte le carte e chiederei un parere rapido, da ottenere in una settimana».

«Se fossi il ministro dello Sviluppo economico, andrei subito a Bruxelles con tutte le carte e chiederei un parere rapido, da ottenere in una settimana»

Carlo Cambini, Politecnico di Torino

A prescindere da questa vicenda, possiamo parlare di un piano che sta avendo una gestazione troppo lunga, dato che del piano stesso si parla dal 2014 e che la conferenza stampa in cui lo presentò l’ex premier Renzi ci fu nell’aprile 2015? «No, i tempi sono fisioligici per gare complesse come questa», risponde Cambini. I ritardi, piuttosto, potrebbero arrivare ora, visto che dopo la firma Open Fiber dovrà passare dalle regioni, che faranno delle leggi quadro, e poi dai comuni. Ognuno avrà le sue richieste. Come si evince dalla relazione della Corte dei Conti sugli interventi sulla banda larga (non ultralarga come nel bando attuale) nel periodo 2007-2015, i ritardi ci sono stati eccome. E sono stati dovuto soprattutto ai contenziosi anteriori o posteriori alle gare, all’opposizione di privati agli scavi, ai tempi lunghi per il rilascio dei permessi da parte degli enti proprietari delle aree attraversate dalle opere eccetera. Ritardi che si sommano a quelli storici. Sia per motivi strutturali, ossia l’assenza di una rete di tv via cavo - come invece hanno Paesi come il Portogallo - sia per gli scarsi investimenti fatti da Tim negli scorsi anni, per assenza di vera concorrenza e per i debiti da cui rientrare.

Il risultato di questo ritardo è evidenziato dalla Corte dei Conti: «Permane un ritardo, rispetto agli altri paesi europei, per la connessione a banda ultralarga, la cui diffusione a 30 mbit/s in Italia è, nel 2014, pari al 22,3 per cento, mentre in Europa essa è del 68 per cento. L’accesso con connettività a banda da 30 a 100 mbit/s subirà, secondo gli analisti, uno slittamento di tre anni rispetto alle posizioni raggiunte dal resto dei paesi europei. Secondo le indicazioni dell’Ue, entro il 2020 dovrebbe essere garantita a tutti i cittadini la velocità di connessione a 50 mbit/s e, per la metà di essi, a 100 mbit/s».

«Permane un ritardo, rispetto agli altri paesi europei, per la connessione a banda ultralarga, la cui diffusione a 30 mbit/s in Italia è, nel 2014, pari al 22,3 per cento, mentre in Europa essa è del 68 per cento»

Corte dei Conti

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