Raggi, Renzi e tutti gli altri, il sogno finito dei giovani in politica

La fine del mito della diversità generazionale. È durato solo quattro anni il sogno dei trenta-quarantenni che si presentavano come rinnovatori della politica. Ora si capisce che, volenti o nolenti, i ”rottamatori” sono o acerbi, o simili alle generazioni precedenti

Virginia Raggi

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

21 Giugno Giu 2017 0716 21 giugno 2017 21 Giugno 2017 - 07:16

Con la notizia del probabile rinvio a giudizio di Virginia Raggi e la parallela escalation giudiziaria e politica del caso Consip/Luca Lotti si chiude la stagione molto breve nella quale tanti italiani, tantissimi, hanno creduto negli effetti salvifici di un salto generazionale, insomma della famosa rottamazione, interpretata su fronti opposti ma con analogo spirito rivoluzionario dal M5S e dal Pd di Matteo Renzi tra il 2013 e questo triste 2017.

È stato un bel sogno. C'erano da una parte questi giovani boy scout, che aprivano le finestre di una sinistra bolsa, usurata, compromessa; dall'altra i profeti del comunitarismo digitale, un po' Lenin (il Lenin delle cuoche al potere) un po' Peron (il Peron dei descamisados). Tutti trentenni, con biografie immacolate, senza rughe, senza complessi, si trattasse di entrare in Parlamento con lo zainetto Invicta o di presiedere la Leopolda rompendo il tabù delle Superga con le stiletto lepardate. Il nuovo bipolarismo, si diceva. La Generazione X. Ha retto quattro anni, più o meno. E si esaurisce in questi giorni, in un susseguirsi di affanni giudiziari legati ad esperienze di governo molto brevi – 21 mesi per Renzi, 12 per la Raggi – che, al di là dei loro futuri esiti, dimostrano una propensione all'opacità e ai pasticci in linea con gli standard italiani.

C'erano da una parte questi giovani boy scout, che aprivano le finestre di una sinistra bolsa, usurata, compromessa; dall'altra i profeti del comunitarismo digitale, un po' Lenin (il Lenin delle cuoche al potere) un po' Peron (il Peron dei descamisados). La Generazione X. Ha retto quattro anni, più o meno

Il mito della “diversità” di questa leva politica è durato assai meno dell'immaginabile e non è più moneta spendibile sul mercato del consenso, come dimostrano i sondaggi che danno in forte calo sia il Pd sia il M5S. Riusciranno a sostituirlo con qualcos'altro? C'è un Piano B, un racconto di riserva da sovrapporre alla modalità Gengis Khan, al «Siamo nuovi, dateci il potere e cambieremo tutto»? Se esiste, è il momento che emerga. Dal lato del M5S con una autocritica coraggiosa su Roma, capace di andare oltre la larga sufficienza che la sindaca si auto-assegna («Mi darei 7 e mezzo») per ammettere difficoltà, errori e incompetenze. Sul fronte di Matteo Renzi con una riflessione sul potere, sui limiti di una gestione amicale del potere, e sui disastri che può comportare l'aver sostituito il principio di fedeltà personale a quello di lealtà politica.

Fra le promesse della Generazione X c'era quella di seppellire l'ipocrisia dei loro padri. «Noi siamo nuovi, signori ministri, siamo nuovi e siamo giovani», diceva Alessandro Di Battista nei suoi primi interventi da parlamentare. «Io le cose le dico in faccia, e sono le stesse che dico in pubblico: non uso due registri diversi», si vantava Matteo Renzi prima ancora di diventare premier. Ecco, adesso sarebbe il momento di dare un senso a questa genuinità, a questo amore per il parlar chiaro, e sostituire alle invettive contro la kasta, i gufi, i professoroni, e a ogni altro artificio dialettico fin qui usato un'onesta riflessione sullo stato delle cose e un autodifesa più efficace del solito “aspettiamo la magistratura”. Non si vede altra strada per cancellare la sensazione – ingenerosa ma crescente nell'opinione pubblica – che anche questi della Generazione X siano “uguali agli altri”, dei piccoli Forlani o Gava in pectore, o anche dei Formigoni e dei Crocetta alle prime armi.

La sensazione che anche questi della Generazione X siano “uguali agli altri”, dei piccoli Forlani o Gava in pectore, o anche dei Formigoni e dei Crocetta alle prime armi

Un'operazione di chiarezza disinnescherebbe, tra l'altro, l'ipoteca della magistratura sui due principali partiti italiani, avviando un processo che attendiamo da anni: il ritorno a un “autogoverno” della politica, con la capacità di emendare se stessa e di darsi nuove direzioni a prescindere dall'esistenza di inchieste e del loro esito. Potrebbe essere un buon Piano B, lo storytelling alternativo da sostituire al mito ormai decaduto della rottamazione anagrafica. «Siamo diversi perché ci assumiamo le nostre responsabilità». Chissà che non funzioni.

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