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Ha confessato l’omicidio della moglie in Italia, ma in Tunisia si aggira indisturbato

Mootaz Chaambi, salvo sorprese, il prossimo 26 giugno dovrebbe essere condannato per la morte della moglie Daniela Bani, uccisa con 39 coltellate. Dopo l’omicidio è fuggito in Tunisia, che non risponde alla richiesta di estradizione

Tunisi

(Flickr/Luca Russo)

22 Giugno Giu 2017 0850 22 giugno 2017 22 Giugno 2017 - 08:50

Il 22 settembre del 2014, Mootaz Chaambi, di origine tunisina, secondo l’accusa ha sferrato 39 coltellate contro la moglie Daniela Bani, mentre il bambino più grande, di sette anni, giocava con la Playstation nella stanza accanto. Si è fatto un uovo al tegamino, ha portato i due figli da un collega. Da Palazzolo Sull’Oglio ha raggiunto l’aeroporto di Bergamo Orio al Serio e si è imbarcato su un volo per la Tunisia, che aveva già prenotato. Poi dal numero dalla madre ha telefonato al cognato e ha raccontato quello che aveva fatto. Da allora di lui si è persa traccia. O meglio, si sa che vive nella periferia di Tunisi, si sa anche che abita a casa della mamma e su Facebook si vedono pure le foto di lui al mare. Ma la Tunisia non ha mai dato l’ok alla richiesta di estradizione. E a pochi giorni dalla condanna di primo grado – che dovrebbe avvenire salvo sorprese lunedì 26 giugno davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Brescia – le decisioni dei giudici italiani rischiano di cadere nel vuoto. Così come la richiesta di risarcimento da parte dei nonni materni, a cui sono stati affidati due bambini.

Per Chaambi non c’è solo la richiesta di estradizione, ma anche un mandato di cattura europea. Ma in Tunisia non è stato raggiunto da nessuna misura cautelare, spiegano gli avvocati che seguono la famiglia Bani, e lui si aggira indisturbato nel Paese. Nel corso degli anni, attraverso il profilo Facebook della stessa Daniela o di un connazionale, si è pure fatto vivo più volte con un’amica della moglie chiedendo notizie dei figli.

«Ho cercato di fargliela capire in tutti i modi, ma lei non voleva capire», disse Chaambi al telefono a Roberto Bani, fratello di Daniela, la sera dell’omicidio. «Andate a casa, ma non portate con voi i bambini. La troverete in camera». «Morta?». «Sì», rispose lui. Poco prima alla migliore amica della moglie aveva detto: «Sono stato costretto a farlo. Le ho chiesto con chi fosse al telefono ma lei non mi ha risposto. Mi sono arrabbiato, sono andato in cucina, ho alzato volume della televisione, ho chiuso a chiave la porta della camera e l’ho colpita da dietro con il coltello».

Dopo anni di violenza e una condanna per spaccio di droga, Daniela aveva deciso di lasciarlo. E lui non lo avrebbe accettato, premeditando – secondo l’accusa – il delitto e prenotando in anticipo addirittura il biglietto di sola andata per Tunisi. Tre giorni dopo il 30esimo compleanno della moglie.

Ma dalle autorità tunisine finora non è arrivato alcun segnale di collaborazione alle autorità italiane. Da profili Facebook a lui vicini, si vede Chaambi che fa il bagno indisturbato al mare e si sposta tra casa della madre e casa dello zio. E potrebbe continuare a farlo anche dopo la quasi certa condanna, protetto anche da un ambiente che attenua la gravità del suo crimine contro una donna che voleva lasciarlo.

Mentre per l’eventuale risarcimento dei danni, gli avvocati stanno provando ad accedere al Fondo per gli orfani delle vittime di violenza di genere, che l’Italia ha istituito (anche se ancora manca il decreto interministeriale) con 14 anni di ritardo dopo diverse procedure di infrazione europee. Ma qui si nasconde un’altra beffa, perché per accedervi è previsto che il reddito della vittima non sia superiore a quello previsto per l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato: poco più di 11mila euro annui. Basterebbe insomma la pensione dei genitori di Daniela per non essere più ritenuti vittime di un femminicidio.

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