De Kerckhove: «Benvenuti nella datacrazia, il mondo governato dagli algoritmi»

Intervista a tutto campo al sociologo, erede intellettuale di Marshall McLuhan: «La rete non è il male, ma il luogo dove si sviluppa l’intelligenza connettiva. Il futuro? Gli algoritmi che ci consiglieranno cosa fare faranno sparire i governanti. Il terrorismo? È la bomba atomica postmoderna»

Mark Zuckerberg

Paul Marotta / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

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23 Giugno Giu 2017 0805 23 giugno 2017 23 Giugno 2017 - 08:05
Tendenze Online

«Il futuro è la datacrazia, un mondo senza più governanti, in cui gli algoritmi ci consiglieranno cosa fare». Utopia o distopia? Presto per dirlo, anche per un guru come Derrick de Kerckhove, sociologo belga naturalizzato canadese, considerato l’erede intellettuale di Marshall McLuhan, uno dei più grandi sociologi della comunicazione di sempre, ben oltre la sua celebre massima secondo cui “il medium è il messaggio”.

Professore di sociologia della cultura digitale e marketing dei nuovi media all’Università Federico Secondo di Napoli, de Kerchove terrà domani, sabato 24 giugno, un keynote speech sull’intelligenza connettiva in occasione dell’assemblea annuale dell’Associazione Italia Camp, un network collaborativo nazionale che connette istituzioni, imprese e cittadini, con la partnership di oltre 60 università. “Arcipelaghi sociali. Conoscenze e reti in movimento” è il titolo dell'assemblea di quest'anno. Una riflessione che parte dall'assunto che in un mondo sempre più interconnesso e in movimento, la capacità di innovare dipende sempre più dall’attivazione di relazioni sociali, di connessioni, di contaminazioni creative, di partecipazione attiva. Obiettivi, questi, che rendono necessaria un’alta densità sociale, che a sua volta chiama in campo forme nuove di capitale sociale, più libere più adattive in circostanze che mutano spesso, che richiedono una complessa impresa d’ingegneria sociale per essere sostenibili.

Proprio in quest'ottica, il keynote speech che de Kerckhove terrà all'assemblea sarà incentrato proprio sul tema dell’intelligenza connettiva, il cuore dei suoi studi più recenti, concetto che supera quello di intelligenza collettiva e che mira alla connessione, al collegamento, alla messa in relazione delle intelligenze come strumento che può portare allo sviluppo di un nuovo tessuto socio-culturale, ad una moltiplicazione delle connessioni relazionali, ad una accelerazione nella creazione e messa a sistema delle idee, specie attraverso la Rete.

Un attimo, professore: non stavamo dicendo fino a ieri che la Rete è un veicolo che propaga solo stupidità e notizie false, che ci rende “webeti”
Le racconto una storia, un esempio concreto e fenomenale, che ho scoperto tre o quattro giorni fa partecipando a una grande conferenza a Toronto. Riguarda un neurochirurgo italiano, Sergio Canavero, il primo ad ad essere riuscito a trapiantare la testa di una scimmia morta al corpo di un'altra scimmia viva. Per farlo, ha elaborato una tecnica che si fonda su una forma nano-migliorata di glicol-poletilene, creato da uno studente olandese che nemmeno aveva finito il PhD di nome William Sikemma. Questo studente, semplicemente, aveva letto online delle ricerche di Canavero e si era interessato al tema, provando a offrire una soluzione. Se non è intelligenza connettiva questa.

Facciamo gli avvocati del diavolo: Canavero e Sikemma potevano incontrarsi e collaborare anche in un mondo in cui internet non esiste…
Certamente, c’è un approccio collaborativo, un’intelligenza della collaborazione, che non nasce con la rete, ma che dalla rete e molto favorito. La rete e l’istantaneità delle relazioni che la rete genera creano enormi possibilità di connessione. Ci sono centinaia di siti specializzati in cui ci sono persone che fanno domande e persone che rispondono a quelle domande. È un modo straordinario per diffondere conoscenza.

Ma anche per diffondere grandi panzane, soprattutto attraverso i social network…
Non è la Rete a renderci stupidi. Semplicemente, nella rete c’è la stessa intelligenza che c’è nella realtà. Io preferisco pensare al fatto che geni dell’arte, dell’ingegneria, della letteratura che un tempo erano isolati nel loro genio oggi possono conoscersi ed entrare in relazione. Sa qual è la vera fake news?

Quale?
Che i social network non abbiano alcun ruolo, se non negativo, nell’accompagnare e far emergere l’intelligenza connettiva. Basti pensare al recente terremoto nel centro Italia, a come Twitter ha aiutare la gente a mettersi insieme, a trovare soluzioni ai tanti problemi che nascono nei momenti successivi a un sisma.

«C'è ancora un passato nel nostro futuro? Noi mettiamo tutto nella rete e non ricordiamo più nulla. I taxisti di Roma non conoscono più la città, si fidano del navigatore. L'intelligenza artificiale è una rivoluzione epistemologica di esternalizzazione dei nostri contenuti. Anche l'immaginario è esternalizzato. Vivivamo già in una realtà virtuale: è la nostra mente, fuori dalla nostra testa»

Che ne pensa di Facebook, invece?
Per me è il giornale del presente assoluto, che contiene tutti i tempi e tutti i luoghi, una quantità fenomenale di notizie che ci riguardano, una rete di persone che possono commentarle e aggiungere un pezzo al discorso, un mare di testi e suggerimenti intelligenti. È il vero giornale personalizzato.

Fake news comprese.
Certo, contiene anche le fake news. È l’istantaneità che consente alle fake news di diffondersi in questo modo. Prima c’era più tempo per digerire le notizie. Ora la digestione è istantanea. Tanto più se una notizia conferma la nostra opinione.

Oltre che di fake news, non a caso, si parla spesso di filter bubble, di echo chamber, di persone disposte ad ascoltare solo chi la pensa come loro. Non è che il giornale personalizzato alla fine, non finisce per essere una somma di macchina di propaganda?
Vuole farmi parlare di Trump?

Non necessariamente.
Ok. Allora parliamo di quelle che qualche anno fa, molto prima di Trump, avevo chiamato papille gustative. Era la definizione che avevo provato a dare a quel sistema che ti consigliava canzoni che non avevi mai sentito ma che erano vicine al tuo gusto musicale fino a quel momento. O a quei siti di shopping online che ti suggerivano acquisti in funzione di ciò che avevi acquistato in precedenza. Tutto in internet è riflesso dei tuoi gusti. Quel che ascolti, quel che compri. E pure le opinioni che hai.

“Privacy is over”, ha detto Mark Zuckerberg. Intanto nascono social network come Snapchat che non tengono traccia di quel che gli utenti pubblicano e spopolano tra i più giovani. È il segno di una ribellione generazionale? Che loro, la generazione Z, ha capito qualcosa che i genitori non hanno ancora capito?
Non credo sia tanto una questione di privacy. Snapchat rappresenta semmai il tentativo di una presa di potere, di una generazione che decide di provare a ribellarsi e di prendere controllo della rete. È il loro modo di fare politica. Sarà pure simbolico, ma a me piace.

Non è solo privacy, è anche politica. C’è chi dice che chi governa gli algoritmi controlla il mondo.
Esatto. È la datacrazia e già la stiamo vivendo in questo periodo, senza rendercene del tutto conto. Chi ha in mano i big data sa tutto di noi, della nostra situazione personale, della nostra vita privata, della ricchezza, delle scelte politiche e culturali, delle idee, dei consumi.

Siamo alla post-democrazia?
Siamo in una fase di passaggio, in un nuovo medioevo. È come nel mondo greco, quando si è passati dalla forma di comunicazione orale alla scrittura. È sempre stato così: se cambia medium cambia tutto. La questione è scrivere un nuovo contratto sociale.

Su che basi?
Sulla base della trasparenza. I leak sono in grado di mettere a nudo il potere. Meno male, aggiungo, perché tutti noi siamo trasparenti dalla testa ai piedi. Persino i nostri pensieri sono tracciati dagli analytics. Questa mutua trasparenza è equa in qualche modo: tutti rendono conto a tutti, è la precondizione di un ordine politico possibile. La chiave di volta è ricostruire rapporti di fiducia che oggi, proprio a causa della trasparenza, si sono completamente persi.

Se faremo ciò che ci consiglia l’algoritmo, col cavolo che riusciremo a esprimere la nostra identità…
È come se avessimo un pret a porter identitario grazie ai nuovi modi di comunicare, selezionare, interagire. Questo ci consente di essere ancora individui dentro la datacrazia. Semmai il problema è l’esternalizzazione del nostro contenuto identitario, tecnico e cognitivo.

Cioè?
C'è ancora un passato nel nostro futuro? Noi mettiamo tutto nella rete e non ricordiamo più nulla. I taxisti di Roma non conoscono più la città, si fidano del navigatore. L'intelligenza artificiale è una rivoluzione epistemologica di esternalizzazione dei nostri contenuti. Anche l'immaginario è esternalizzato. Vivivamo già in una realtà virtuale: è la nostra mente, fuori dalla nostra testa.

Ok, ma l’esito? Finiremo governati da chi governa gli algoritmi? In fondo, nonostante ormai li scambiamo come ambienti pubblici, Google è un’azienda privata, Facebook pure…
Sono cosciente del fatto che Zuckerberg, prendendo una posizione etica, impone i suoi criteri di giustizia e correttezza. È una possibilità. Però non è quello l’esito, secondo me. Andiamo verso un mondo senza più governanti, in cui gli algoritmi diventeranno beni comuni. Zuckerberg può imporre finché vuole i suoi principi etici, le sue verità, ma i social network sono e saranno sempre il luogo in cui si manifesterà sempre un pensiero critico.

«Lo diceva McLuhan: l’educazione è una forma di guerra, la guerra è una forma di educazione. Cosa voleva dire: che la guerra obbliga la gente a educarsi. In questo caso, obbliga i terroristi a diventare esperti di tecnologia, ad esempio. Detto questo, il terrorismo è la forma che la guerra prende quando il mondo diventa trasparente. Cambia le relazioni dentro le città che colpisce, crea un senso d'insicurezza generalizzato come quello che vivevamo durante l'epoca della bomba atomica. Il terrorismo è la bomba atomica dei nostri tempi»

Parliamo del pensiero più critico di tutti nei confronti della modernità, quello dell’estremismo islamico, che peraltro fa proseliti proprio sula rete e sui social network che rappresentano l’apogeo della modernità. Curioso, no? Criticano la nostra società e poi ne usano i mezzi per distruggerla…
Lo diceva McLuhan: l’educazione è una forma di guerra, la guerra è una forma di educazione. Cosa voleva dire: che la guerra obbliga la gente a educarsi. In questo caso, obbliga i terroristi a diventare esperti di tecnologia, ad esempio. Detto questo, il terrorismo è la forma che la guerra prende quando il mondo diventa trasparente. Cambia le relazioni dentro le città che colpisce, crea un senso d'insicurezza generalizzato come quello che vivevamo durante l'epoca della bomba atomica. Il terrorismo è la bomba atomica dei nostri tempi.

Siamo in guerra, quindi?
Il terrorismo è una forma enorme di guerra. E funziona alla perfezione, in un’epoca postmoderna. Non solo è una guerra, peraltro. È la seconda grande guerra di religione, dopo quella europea tra cattolici e protestanti. E ridurla all’economia e alla socialità è sbagliato. È una gigantesca guerra di senso. È tragico ma è così: quando si perde il senso, per ritrovarlo si fa una guerra

È la globalizzazione che ci ha fatto perdere il senso?
Assolutamente sì. La globalizzazione è una perdita di senso collettivo: la compressione sociale e umana di miliardi di persone, la caduta dei confini del tempo e dello spazio, la concentrazione dei destini di ciascuno di noi. Il tutto accelerato a ritmi che non avevamo mai sperimentato: qualunque adattamento a questo nuovo scenario produce spaesamento. Lo spaesamento produce frustrazione, resistenza, odio. E la connettività è in grado di mettere assieme aspirazioni umane frustrate dal progresso globale, che nelle tecnoloigie trovano modo di organizzare la loro resistenza intrisa d'odio e frustrazione.

Anche questa, in fondo, è intelligenza connettiva?
Anche questa.

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