I finalisti del premio Strega? Roba da ipoglicemia estetica. La vera narrativa è un'altra: ecco la mia cinquina

Il bastone e la carota: edizione Strega, dieci libri di cui cinque sconsigliati e cinque raccomandati. I finalisti del premio più snob e criticato d'Italia non si salvano. Ecco i migliori cinque di tutti i tempi secondo Davide Brullo

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23 Giugno Giu 2017 1134 23 giugno 2017 23 Giugno 2017 - 11:34

Il bastone. Di norma, penso che gli altri siano più intelligenti di me. Per questo, secondo la scala delle intelligenze, beh, gli Amici della Domenica, quelli del Premio Strega, sono gli arcangeli dell’intelletto. Così la penso io, che sono una specie di Berlicche, uno che scava nella merda sperando di trovare i diamanti. Archiviata l’ammissione d’invidia per non far parte della legione angelica degli Amici della Domenica, pernacchio la domanda infernale. Com’è che tali intelligenze ci propinano ogni anno, nella cinquina dello Strega, dei libri di percussiva modestia, roba da andare al pronto soccorso per ipoglicemia estetica? Per i 70 anni dalla prima edizione del premio di letteratura più figo d’Italia ho incrociato le dita delle mani e pure quelle dei piedi: speriamo che ci sorprendano con libri speciali, ho pregato gli arcangelici Amici, i troni rintronati della Domenica. Invece niente, è la solita letteratura, i soliti romanzi che sono un’imitazione dell’imitazione dell’imitazione dell’inimitabile, un gioco di specchi infinito, lo Strega è il Festival di Sanremo della letteratura italiana, non ha nessuna autorevolezza ma almeno dà ossigeno agli editori, fa vendere qualche romanzo in più, tanti i lettori sono tutti illetterati o quasi. Ora, il gioco è questo: tolta Teresa Ciabatti, che ciabattando nella sua vita ha scritto La più amata (Mondadori), già bastonata qualche puntata fa, procediamo con un sintetico giudizio dei libri in cinquina (manca quello della Ciabatti? Giusto: ombelicalmente inutile).

Paolo Cognetti. Il favorito, poveretto, recita la parte di uno che sta a metà tra Mauro Corona e un igloo, ma chi sceglie la via più difficile – quella della solitudine – non può tenere il piede in due scarpe. Cognetti vuole lo Strega per tracannarselo in baita, vuole la fama ma anche i caprioli nel giardino di casa, è già, con quel barbone biondo, un vecchio della montagna. Il libro con cui gareggia, Le otto montagne (Einaudi; il titolo è tratto dalla storiella narrata da “un vecchio nepalese” che “portava un carico di galline su per la valle dell’Everest”… non c’è bisogno di ascendere l’Everest, basta una cartolina himalayana, un grand tour in agenzia viaggi per immaginare una scenetta oleografica simile) è una vera lagna. Prima Cognetti, che è interessato all’Himalaya del successo più che a scalare i monti, ci racconta la storia dei suoi genitori, del papà che viene dal Veneto, stringe i pugni, “faceva il chimico” a Milano, è fustigato dalla città. Poi, come nei più classici romanzi d’appendice, il padre muore e il protagonista, che si chiama Pietro, sfrutta l’eredità, una casetta nel paesetto di Grana, prossimo al Monte Rosa. Da lì s’innalza un’elegia patetica sulla bellezza dei monti, per altro scritta male (che fa la pioggia? Indovina indovinello, “tamburellava sul nostro tetto”), buona per i milanesi che sognano i monti ma non vogliono affaticare i polpacci. Peccato sputtanare così la divinità montana. Se avete letto Cognetti riparate il torto con un paio di libri veri sulla montagna, straordinari: La corda spezzata di Inoue Yasushi e Vallese-Tibet di Maurice Chappaz. Quanto a Cognetti: la montagna non si fa titillare dagli scrittori qualunque. Chiede ferocia. Chiede romanzi dettati tra la pietra, sui tronchi. Giudizio: perbenista.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, pp. 208, euro 18,50

Wanda Marasco. La signora Wanda è poeta, amica dei poeti, dedica il romanzo ‘stregato’, La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), “a Elio, poeta e amico profondo”, sarà Pagliarani?, forse, chissà. Come poeta ha scritto libri – non s’offenda – premiati quanto dimenticabili. Come romanziere, tornata allo Strega dopo la puntatina nel 2015, funziona meglio. Rigirate nelle orecchie un brano come questo: “Fuori un ragazzino spaccone comincia a battere una pala sulla chiappa dell’asino e sopra la graticcia della conigliera. L’asino fa un balzo e corre ragliando verso i campi. I conigli si rifugiano negli angoli della gabbia, e i fratelli di Vincenzina Umbriello appaiono sull’aia sotto un sole cocente, con la bara di Adelì portata a spalla nell’eco dei ragli”. Pare William Faulkner rosolato nella pummarola napoletana. Il problema? Che la Marasco scrive l’ennesimo romanzo su Napoli, che pare la copia carbone di tanti libri già letti, un po’ Willa Cather, un po’ troppo Anna Maria Ortese, di fatto è il tentativo di trovare l’ennesima Elena Ferrante, gallina editoriale dalle uova d’oro. Giudizio: già letto.

Wanda Marasco, La compagnia delle anime finte, Neri Pozza, pp.240, euro 16,50

Matteo Nucci. Lui è bravo, preparato, “ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone”, forse è troppo bravo, per questo ha scritto un romanzo che fa l’effetto di una siringa di tedio nei testicoli. È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie) obbedisce, fino allo spasmo, alle regole del romanzo canonico (le descrizioni sono pedanti, inutili: “le sopracciglia erano folte come siepi selvatiche: peli lunghi bianchi, argentei, grigi, sfrecciavano verso le estremità esterne del volto. Attorno agli occhi, la pelle era segnata in una miriade di increspature”, e via per un capoverso intero, che palle), è ambientato nei recessi del Tevere, in una zona infida e immonda, che non ha affatto la lucentezza folle del Po narrato da Cesare Zavattini, quello dove sguazzava Ligabue. I momenti epici sono due. Quando viene sgranato l’“undicesimo comandamento” che è “fatti li cazzi tua”; quando Nucci riesce a descrivere uno che s’ingroppa una femmina (“non fa altro che ripetermi basta basta basta basta basta basta, già sto cercando di entrare su e lei dice no no no no no e io spingo”) senza mai dire pene o vagina, minchia e figa, ma accennando a “un vuoto nero, un abisso in cui sguazzo, affogo”. Mirabile petting linguistico. Esito del romanzo: presuntuoso.

Matteo Nucci, È giusto obbedire alla notte, Ponte alle Grazie, pp.368, euro 16,00

Alberto Rollo. Sottotitolo, l’importanza di chiamarsi Rollo. La vera analisi più che sul libro, andrebbe fatta sulle recensioni piombate come corone di fiori ad adornare la strabenedetta testolina di Rollo. Un po’ tutti hanno scritto di Un’educazione milanese, esaltando Rollo, “raffinato signore che ha compiuto sessantacinque anni […] è magro e vestito un po’ dark” (così Francesco Cevasco, sul Corriere della Sera): dal Fatto quotidiano (“c’è bisogno di libri come questi”, esulta Caterina Soffici) a Repubblica (dove Paolo Rumiz sbotta, “ora mi tocca anche amare Milano, che mi è sempre andata di traverso”) a Il Foglio (“è un libro evocativo, caldo di una passione non risaputa”, ne è convinto, Marco Archetti) tutti sull’attenti, tutti felici, quella di Rollo è una “bella ricognizione autobiografica”, riassume Nicola Lagioia su La Stampa. Com’è che Rollo ha ricevuto un grattacielo con skyline di recensioni pur pubblicando per Manni, editore di medio-piccola gittata, mentre altri libri Manni, ben più belli (esempio: Il libro del dialogo di Edmond Jabès) una simile attenzione se la sognano? Semplice. Alberto Rollo, così la dida biografica, “dal 2005 è Direttore letterario della casa editrice Feltrinelli, dove lavora da oltre vent’anni”, guai a parlarne male. Visto che a me i ‘gradi’ non fanno effetto e non pubblicherò mai per Feltrinelli, mi tocca dirvi che il libro di Rollo è un baedeker milanese per chi ha nostalgia del “risotto giallo che era diventato un’istituzione”, di quando “si faceva il bagno in una tinozza di legno, la domenica mattina o il sabato sera”, di chi al suono “via Mac Mahon” precipita in una Costantinopoli del rimorso, del tempo perduto. Rollo, questa specie di Cracco dei buoni sentimenti e della milanesità di polistirolo, quella che “si cantava tutti Jannacci” e si andava a vedere “Santa Giovanna dei Macelli di Brecht che Giorgio Strehler diresse nella stagione 1970-71”, ci rifila lo strazio di una biografia esistenziale, scritta con la presunzione di un baüscia che si crede Socrate solo perché ha letto Platone e Sartre sui Navigli. Si accettano biografie soltanto da chi ha avuto una vita equivalente a quella di Lawrence d’Arabia – che il piccolo Rollo, per altro, ha visto al cinema, ce l’ha portato “il Luigi, il figlio scapolo della piccola zia di Musocco: era democristiano e sindacalista anticomunista”, e chissenefrega della fotografia di famiglia del super direttore letterario. Certo, se è uno che scrive così a scegliere gli autori di domani… Ergo, come già detto: baüscia.

Alberto Rollo, Un'educazione milanese, Manni, pp. 320, euro 16,00

La carota. Non tutte le streghe sono degne del rogo. Ergo: non tutti i libri vincitori del Premio Strega vanno tenuti nel freezer per usarli come oggetto contundente contro il vicino d’ombrellone. Nella mia personale ‘cinquina’ degli Strega di ogni tempo, ad esempio, c’è il romanzo che vinse la prima edizione del premio letterario più snob e criticato d’Italia. Tempo di uccidere di Ennio Flaiano è un libro bellissimo, denso di cupezze africane – è ambientato in Etiopia – non ha nulla da invidiare alle gincane filosofiche di Albert Camus. In ‘cinquina’, con pieno diritto estetico, in ordine di apparizione, ci sono anche Le stelle fredde, il thriller alchemico – con Dostoevskij sul sofà – di Guido Piovene e Un altare per la madre di Ferdinando Camon, libro asciutto e perfino furbo – piacque tanto a Raymond Carver – ambientato in una campagna veneta che trasuda nostalgie e rancori, che resta un formidabile eserciziario per scrittori in cerca di bestseller – Camon usa gli aggettivi come un cecchino e ha un senso dei ‘tempi scenici’ narrativi micidiale. Inchiniamoci davanti a Il Natale del 1833 di Mario Pomilio, poi, raffinatissimo romanzo-saggio che attraverso documenti fittizi redige la cartella clinica dell’esistenza nascosta del Manzoni. Un libro formalmente ineccepibile – ma perché, oggi, nessuno si pone doverosi interrogativi sulla forma del romanzo? perché danno tutto per scontato? – che andrebbe imposto ai liceali, anzi, ai loro prof. Ultimo, Le menzogne della notte di quel grande indagatore di vocaboli che è Gesualdo Bufalino, uno che siede alla stessa tavola di Borges, abbuffandosi di pasta con le sarde. Chi vincerà lo Strega tra gli Strega? Chi è degno di essere il grande stregone della letteratura degli ultimi 70 anni? Scegliete voi.

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