La lezione di Merkel e Macron: ecco perché un governo forte, per l’Italia, è necessario

L’agenzia delle banche a Francoforte, quella del farmaco a Lille. Il rinnovato asse franco-tedesco dimostra la debolezza italiana nel contesto continentale. Figlia di mille fattori, ma sopratutto di uno: governi deboli e delegittimati, con la data di scadenza appiccicato in fronte

Macron Merkel Gentiloni

Macron, Merkel e Gentiloni al recente G7 di Taormina

Filippo MONTEFORTE / AFP

23 Giugno Giu 2017 1230 23 giugno 2017 23 Giugno 2017 - 12:30

I resoconti sul summit dei leader europei a Bruxelles raccontano di una Theresa May che ammorbidisce la sua (fu) hard Brexit, smussando i toni sugli stranieri residenti, di nuove sanzioni alla Russia, di un accordo di intelligence e di reciproco aiuto nel debellare il fenomeno dei foreign fighters e il proliferare del terrorismo islamico sul suolo europeo.

Per l’Europa una giornata da ricordare, parrebbe di capire. Per l’Italia un po’ meno, se è vero - come racconta Marco Conti sul Messaggero - che tedeschi e francesi, nella loro rinnovata corrispondenza di amorosi sensi (e di interessi) dopo l’elezione all’Eliseo di Emmanuel Macron, si sono spartiti le due agenzie europee che dovranno lasciare Londra dopo la Brexit. L’agenzia europea delle banche (Eba) che finirà a Francoforte, dove già ha sede la Banca Centrale Europea. E l’agenzia del farmaco (Ema) che finirà a Lille, nel nord della Francia.

“Asse contro l’Italia”, titola bellicoso il quotidiano romano, adombrando chissà quale cospirazione contro il nostro Paese e in particolare contro Milano, che si era candidata a ospitare l’Ema, i suoi mille dipendenti e l’indotto biomedicale che porterebbe con sé. E che, se questo scenario si verificasse, ne uscirebbe sconfitta.

Non vogliamo deludere i patrioti pronti a rinfocolare i sentimenti anti-europei, ma forse le colpe e le responsabilità andrebbero cercate altrove. In primo luogo perché a essere “trombata” non è solo Milano, ma anche Amsterdam, Barcellona, Vienna, Varsavia, che si erano candidate a ospitare una delle due agenzie. In secondo luogo, soprattutto, perché la debolezza della nostra candidatura sta soprattutto nello scarso peso del nostro esecutivo nello scacchiere continentale.

È inutile rinfocolare i sentimenti anti-europei. Meglio riflettere su un dato di fatto: la debolezza del garbato ma fragile Paolo Gentiloni, che stride con la forza di Merkel e Macron

Una debolezza, quella del garbato ma fragile Paolo Gentiloni, che stride con la forza di Merkel e Macron. E che è figlia di una molteplicità di fattori. Della sua prossima scadenza, ad esempio. Lo diciamo senza timori di smentite: un governo con cinque anni davanti, pure di larghe intese, potrebbe forse essere meno timido e più incisivo, in questa importante partita. Non fosse altro per il fatto che nel contesto di una strategia di lungo respiro avrebbe armi diplomatiche diverse.

Non è solo una questione di elezioni anticipate, tuttavia. Al contrario, è forse la prova più evidente della necessità, in questa fase, di avere un esecutivo forte, legittimato, con una maggioranza parlamentare solida, anziché un accrocchio proporzionale, esposto ai veti di coalizioni eterogenee. Ben diverse, per storia e cultura politica, da quelle tedesche, se mai foste già pronti col ditino e l’obiezione. Governi forti sono in grado di fare proposte forti, negoziazioni dure, strategie perlomeno di medio periodo. Lo sappiamo noi, lo sanno loro, i partner europei, che con quei governi devono trattare.

Spiace dirlo, ma Gentiloni non può promettere né minacciare nulla, in questa fase. Il suo garbo istituzionale che tanto piace alle cancellerie internazionali è lo specchio della sua congenita debolezza ed è una strada spianata per gli interessi franco-tedeschi - giusto o sbagliato che possa essere per il Vecchio Continente -, per permettere loro di fare quello che vogliono. Non è una questione personale, intendiamoci: lo stesso varrebbe, peraltro, se al posto di Gentiloni ci fosse chiunque altro, in balie delle bizze dei segretari di partito, degli accordi sottobanco, dei colpi di cannone delle opposizioni populiste.

Prima o poi, forse, capiremo che un sistema elettorale maggioritario e una riforma istituzionale in grado di rafforzare i poteri dell’esecutivo potrebbe essere un buon metodo per tornare a contare qualcosa sui tavoli continentali. Che questa opportunità supererebbe di gran lunga i rischi di deriva autoritaria, che vengono qua e là adombrati appena qualcuno azzarda di spostare anche il più piccolo dei contrappesi. Che la governabilità non è solo una questione di politica interna, ma è anche e sempre più un attributo necessario per garantirsi un po’ di autorevolezza in più in politica estera. Che avere un governo forte fa bene soprattutto a noi.

Prima o poi, forse, capiremo che un sistema elettorale maggioritario e una riforma istituzionale in grado di rafforzare i poteri dell’esecutivo potrebbe essere un buon metodo per tornare a contare qualcosa sui tavoli continentali

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