Better call Fassone, il manager della mediazione

Formatosi nel food e approdato nel calcio, a Marco Fassone è stato affidato affidato il compito di portare il Milan nella nuova era cinese: alla Juve si è inventato il nuovo stadio e ha gestito rapporti con Lega calcio, all'Inter ha seguito trattativa Moratti-Thohir e mediato con Uefa accordo su Ffp

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MIGUEL MEDINA / AFP

24 Giugno Giu 2017 0830 24 giugno 2017 24 Giugno 2017 - 08:30

Se è vero che nel lavoro bisogna pensare sul lungo periodo per avere successo, soprattutto se si opera nel mondo delle grandi aziende, bisogna riconoscere a Marco Fassone che ha saputo guardare lontano, lontanissimo. Perché lungo è il percorso che comincia dagli anni di un popolare spot con una signora vestita di giallo e il su maggiordomo Ambrogio e che – per ora – è arrivato alla poltrona di amministratore delegato di uno dei club di calcio più vincenti al mondo.

Certo, è altamente probabile che lo stesso giovane Fassone nemmeno si aspettasse di giungere un giorno al Milan, mentre alla fine degli anni Ottanta, con una laurea in Lettere in tasca, varcava i cancelli della Ferrero per cominciare la propria avventura nel comparto marketing. Sono anni cruciali per l’azienda di Alba, che per esempio a inizio anni Novanta tira fuori il mitico spot che vede protagonisti una modella statunitense e un attore inglese. E sono anni cruciali anche per Fassone, che fino al 2000 (lo spot cessa di essere trasmesso in tv due anni prima) resta in sella come Marketing Group Product Manager, prima di trasferirsi per circa un anno alla Galbani, dove si occupa del lancio dei nuovi prodotti. Ma per lui, passare dalle mozzarelle alla Juventus è un attimo. Merito dell’esperienza maturata, della conoscenza della materia marketing, della grande dedizione al lavoro (lo descrivono come uno molto dedito, quasi maniacale) e delle relazioni intessute negli anni, perché se per il ministro Poletti non c’è nulla di meglio del calcetto per trovare lavoro, per Fassone c’è direttamente il calcio a undici, di cui è grande appassionato: è in questo periodo che è iscritto alla Can di Serie A e B come assistente arbitrale.

Per il club bianconero, poi, uno come Fassone è una figura fondamentale: la Juventus ha un piano di crescita basato sul marketing, per provare a staccarsi dal quella stantìa gestione tipica del calcio italiano, ormai inebetita dai pacchi di soldi lanciati loro dai broadcaster. Il che significa per la Juve dover aumentare le vendite sfruttando il marchio, il brand della Vecchia Signora. A questa visione, dopo Calciopoli il direttore marketing Fassone aggiunge l’idea di un nuovo stadio. Un progetto mutuato dalle realtà straniere come quella della Premier League e che Fassone viene incaricato di coordinare, ricoprendo la carica di Direttore Esecutivo Area Stadio, Marketing e Vendite. D’altra parte la discesa in B è stata una mazzata per la Juve soprattutto dal punto di vista del bilancio: andare in cadetteria significa meno soldi dalle tv, cioè meno ricavi dalla fonte che ancora oggi è quella che ha maggior peso nei bilanci della nostra Serie A. Così da una parte gestisce le attività bianconere per l’Olimpico di Torino, dall’altra vede nascere sulla carta il nuovo Stadium, di cui è incaricato di tenere unite le fila a livello progettuale. Ma c’è la Cina, nel destino professionale di Fassone: a lui si deve l’input per la creazione del primo Juventus Club cinese. E non è un caso che il suo ampliare il raggio d’azione del club dal punto di vista del marketing in terra d’asia coincida con un nuovo aumento dei ricavi in bilancio (sebbene non sia l’unica concausa). A Fassone in questi anni vengono però anche riconosciute le doti di mediazione: è lui ad occuparsi anche della gestione dei rapporti da tra la Juve e la Lega Calcio. Il suo curriculum si arricchisce della poltrona nel cda della Juve, prima che Andrea Agnelli decida di scombinare le carte in tavola, cambiando management.

Quando lo Stadium viene inaugurato, Fassone è qualche chilometro più in là. Aurelio De Laurentiis ha in mente di rilanciare l’immagine del Napoli, dopo la lunga rincorsa che ha portato il club dalla Serie C al ritorno in A. Il presidente affida a Fassone la carica di direttore generale, oltre alla responsabilità dei risultati economici di un club che è tornato nell’Europa che conta e che ha un bacino di tifosi che tra Italia ed Europa può portare altri importanti ricavi. A Napoli però ci sono due problemi. Uno: la personalità debordante di De Laurentiis. «Va capito rapidamente: con lui devi adattarti a un presidente molto operativo anche sulle piccole cose», dirà Fassone in un’intervista al Corriere dello Sport. Se nella precedente esperienza bianconera aveva una certa libertà, riportando i risultati del proprio lavoro in cda o nelle occasionali riunioni del management, Fassone in azzurro è tenuto a rapporto da De Laurentiis tutti i giorni, con il presidente che vuole mettere bocca su tutto, anche su forma e composizione della rizollatura dei campi. Il secondo problema del Napoli è la dimensione aziendale. Fassone ha lavorato in ambiti grandi come Ferrero e Juve, per poi passare ad un’azienda più di medio livello per grandezza e volumi d’affari come il Napoli. Nulla di male, certo, se non fosse che considerata la situazione di partenza, per Fassone ci vuole più tempo per portare a termine progetti ambiziosi ma necessari come il nuovo stadio e il nuovo centro sportivo. Così nel 2012 arriva la chiamata dell’Inter, complice un rinnovo di contratto proposti da De Laurentiis che ne ridurrebbe l’importanza del ruolo. Le doti di mediatore, oltre che di ormai provata conoscenza del settore marketing – anche a Napoli sotto di lui i ricavi sono aumentati – ne fanno l’uomo giusto per un’Inter che sta affrontando il passaggio da Massimo Moratti a Erick Thohir.

Nel 2012 arriva la chiamata dell’Inter, complice un rinnovo di contratto proposti da De Laurentiis che ne ridurrebbe l’importanza del ruolo. Le doti di mediatore, oltre che di ormai provata conoscenza del settore marketing – anche a Napoli sotto di lui i ricavi sono aumentati – ne fanno l’uomo giusto per un’Inter che sta affrontando il passaggio da Massimo Moratti a Erick Thohir. La prima parte della sua avventura in nerazzurro dunque è nel segno della mediazione. Segue dall’interno il passaggio delle quote di maggioranza dell’Inter dal patron di Saras all’imprenditore indonesiano, quindi è lo stesso Thohir che affida a Fassone la grana-Uefa.

La prima parte della sua avventura in nerazzurro dunque è nel segno della mediazione. Segue dall’interno il passaggio delle quote di maggioranza dell’Inter dal patron di Saras all’imprenditore indonesiano, quindi è lo stesso Thohir che affida a Fassone la grana-Uefa: è lui a guidare la spedizione a Nyon, per trattare con il Governo europeo del calcio i confini economici che tutt’oggi il club nerazzurro è tenuto a seguire in termini di Fair Play Finanziario. A lui spettano anche compiti legati al maquillage di San Siro (in attesa del nuovo stadio, è ceo di MI Stadio, la società che gestisce la Scala del calcio) ma anche di gestire il rapporto ricavi/spese: secondo qualcuno, è qui che si crea la prima incrinatura con il nuovo management indonesiano, che non avrebbe gradito i cordoni della borsa troppo larghi i sede di mercato, per accontentare le molte richieste del tecnico Mancini. Fassone lascia l’Inter nel 2015, dopo un comunicato dell’amministratore delegato Bolingbroke, manager convinto da Thohir a lasciare il Manchester United per l’Inter, dopo aver fatto dei Red Devils una macchina da soldi a cominciare dallo stadio. Ed è proprio nelle medesime aree di competenza, sebbene ricoprano ruoli diversi, che matura la partenza di Fassone: secondo qualcuno il rapporto sarebbe stato minato da alcune gelosie, ma è più probabile che molto semplicemente non abbia funzionato la coesistenza tra i due, con la parte finanziaria affidata al manager inglese e quella sportiva all’ex Juve e con due visioni differenti di fare azienda molto diverse tra loro a completare il quadro.

L’arrivo di Fassone al Milan, cioè dall’altra parte del naviglio calcistico milanese, ha stupito qualcuno, ma non avrebbe dovuto proprio in virtù delle esperienze maturate dal manager piemontese. Le competenze acquisite durante la trattativa Moratti-Thohir sono tornate utili ai cinesi guidati da Li Yonghong: prima di passare la palla allo studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners (per la sola parte finanziaria), Fassone fa in prima persona da advisor del club per la Sino-Europe Sports, la società creata ad hoc dai cinesi per definire l’operazione-Milan. A lui è spettato il compito di delineare la strategia di rientro dal debito ereditato con la Uefa per il Fair Play Finanziario (se ne riparlerà ad ottobre), cma anche di primi nomi della nuova struttura organizzativa, facendosi quindi affiancare dal nuovo direttore sportivo Mirabelli. Ai quali è toccata subito una prima grana. Dopo un inizio di mercato importante, segnato dagli arrivi tra gli altri di Rodriguez, Kessiè e Silva, c’è da gestire la questione Donnarumma. E non è facile, perché a livello comunicativo ed economico si tratta di una prima prova importante: il nuovo management deve spegnere le voci che vogliono Raiola deciso a portare via il suo assistito perché non convinto della solidità della nuova proprietà, così come deve cercare di vendere il giocatore a un buon prezzo, perché non perderlo a parametro zero. La parola-chiave del Milan, dopo lo scossone targato Raiola, è chiara: “Spiraglietto”. L’ha usata proprio Fassone, per riaprire la trattativa e soprattutto tenere occuoata la stampa per un po’: è la linea usata anche dal nuovo club manager Abbiati, in una chiacchierata organizzata a Casa Milan qualche giorno fa con blogger e siti specializzati. Al momento è una guerra senza vincitori. E Fassone è chiamato ancora una volta a mediare.

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