Quesiti linguistici

Chi è il “neerlandese”? Risponde la Crusca

Neerlandese può essere utile per indicare gli abitanti di tutti i Paesi Bassi, quando li si voglia distinguere da quelli dell’Olanda

Netherland

(flickr/Leonardo Shinagawa)

24 Giugno Giu 2017 0830 24 giugno 2017 24 Giugno 2017 - 08:30

Tratto dall’Accademia della Crusca

Gli etnici (o patrionimici) costituiscono un settore del lessico particolarmente interessante da vari punti di vista: per la loro duplice natura di aggettivi e sostantivi (sul piano teorico si dibatte tuttora su quale sia l’originaria classe di appartenenza); per la loro formazione, ora come derivati da toponimi italiani o italianizzati, ora come adattamenti dei corrispondenti etnici stranieri o latini o dialettali; per la coesistenza (particolarmente frequente in italiano) di più forme equivalenti, che presentano però distinzioni di carattere semantico, o di ambiti d’uso.

Nel caso in questione, possiamo giovarci anzitutto del fondamentale repertorio di Wolfgang Schweickard, Deonomasticon Italicum (DI). Dizionario storico dei derivati da nomi geografici e da nomi di persona, di cui tra il 1997 e il 2013 sono usciti i quattro volumi contenenti derivati da toponimi. Ebbene, questo repertorio s.v. Neerlàndia, “Forma italianizzata del nome neerlandese dei Paesi Bassi” (di cui in Google libri trovo attestazioni già nel 1831) registra tanto neerlandese (attestato dal 1825 come aggettivo e dal 1833, al plurale, come sostantivo; in realtà già sulla “Biblioteca italiana” del 1816 si parla di “America neerlandese”) quanto nederlandese (dal 1833 come aggettivo e solo dal 1999 come sostantivo; anche in questo caso, però, c’è un esempio anteriore, e non di poco, nella traduzione italiana del Viaggio pittoresco in Asia ed in Africa di Jean Baptiste Benoît Eyriès, del 1856: “Il ragià di Giohor estende la sua dominazione sulle isole numerose dello stretto di Malacca; egli ha ceduto ai Nederlandesi quella di Rio”), ma non nerlandese (di cui c’è qualche rara attestazione in rete, a partire dagli esempi di “territorio nerlandese” e “governo nerlandese” contenuti nella traduzione italiana del Saggio storico e politico sulla revoluzione belgia di Jean Baptiste Baron Nothomb, del 1838). In ogni caso, nel DI, come pure nel GRADIT, l’etnico viene spiegato come ‘olandese’, di cui è dunque da considerare sinonimo.

Se nello stesso DI andiamo a guardare s.v. Olanda, toponimo che “viene comunemente usato per designare tutto il territorio dei Paesi Bassi” e non solo la regione occidentale così denominata (divisa amministrativamente in Olanda settentrionale e Olanda meridionale), lo troviamo anzitutto documentato in italiano nella grafia Holanda dalla fine del sec. XIII e nella grafia attuale di Olanda già dal 1334 circa. L’etnico olandese (se si lasciano da parte le forme più antiche hollandesi e holandesi) risulta attestato come aggettivo dal 1596 [1594 per il GRADIT] e come sostantivo, al plurale, dal 1606 circa, ed è usato in moltissime collocazioni (alcune delle quali tuttora comuni: formaggio olandese, margherite olandesi, ecc.).

È dunque evidente che neerlandese (forma che prevale su nederlandese) è un etnico di formazione più recente – la cui diffusione è legata alla crescita, nell’uso novecentesco, di toponimi e derivati più vicini formalmente alle lingue originarie (nella fattispecie i precedenti sono l’olandese Nederland e il francese Néerland, da cui néerlandais) –, che può essere utile per indicare gli abitanti di tutti i Paesi Bassi, quando li si voglia distinguere da quelli dell’Olanda (intesa come regione dei Paesi Bassi). Ma l’uso di olandese in senso generale non può certo considerarsi scorretto.

Le cose sono un po’ più complesse nel caso del glottonimo (con questo termine si intende la denominazione di una lingua, in genere resa con l’etnico aggettivale posposto appunto a lingua, oppure con il semplice etnico usato come sostantivo maschile). Google Ngram mostra che, dai primi del Novecento al 2010, l’espressione “lingua olandese” è molto più usata nei testi scritti rispetto a “lingua fiamminga” e soprattutto a “lingua neerlandese”; ma questo dato quantitativo, pur rilevante, non consente di cogliere possibili differenze semantiche.

Il DI da un lato spiega lingua olandese (espressione documentata dal 1682) come “lingua neerlandese”, dall’altro definisce la lingua neerlandese come “lingua del gruppo germanico occidentale cui appartengono rispettivamente l’olandese e il fiammingo” (la data in questo caso è il 1833). Questa definizione è tratta, con un taglio che rende il “rispettivamente” poco perspicuo, da quella che si legge nel GRADIT (“lingua del gruppo germanico occidentale, parlata nei Paesi Bassi e nella parte settentrionale del Belgio, cui appartengono rispettivamente l'olandese e il fiammingo”). Lo stesso GRADIT definisce olandese come “neerlandese, la lingua parlata nei Paesi Bassi (accanto al frisone, parlato in Frisia), nelle Fiandre settentrionali (Belgio) e un tempo nelle colonie appartenenti all’Olanda”. Quanto al termine fiammingo, nel DI lo troviamo s.v. Fiandra (intesa come “Regione storica dell’Europa nordorientale, tra i rilievi dell’Artois, il fiume Schelda e il mare del Nord [...] divisa tra la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi”), anche se non deriva direttamente dal toponimo, ma dal neerl. vlaming, da cui il fr. ant. flamenc e il lat. med. Flamingi (in italiano si è avuta la normale evoluzione di fl- in fi-). Il DI definisce la lingua fiamminga come “lingua attualmente parlata in Belgio e in una piccola regione della Francia”, con l’indicazione cronologica del 1348 circa (nella Cronica di Giovanni Villani). Invece il GRADIT definisce il fiammingo come “la lingua, ufficiale in Belgio, e l’insieme dei dialetti germanici occidentali attualmente parlati nel Belgio settentrionale, strettamente affini all’olandese”. I tre termini sembrano dunque almeno in parte sovrapponibili.

CONTINUA A LEGGERE

Potrebbe interessarti anche