Dario Argento: “Il sangue rende meglio sul corpo di una donna”

Intervista/seduta psicanalitica con il maestro del brivido. Le paure infantili. Il rapporto con i figli. Gli stalker. E i pensieri horror, che «sono cose materiali, vagano per la città». E sono pronti a entrarti in testa

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Dal film ”Suspiria”

24 Giugno Giu 2017 0830 24 giugno 2017 24 Giugno 2017 - 08:30

Quest'intervista è una seduta psicanalitica. E come tutte le sedute psicanalitiche, è iniziata con un intoppo. Citofono rotto. L'intervistato scende ad aprire il cancelletto. Ha un sorriso gentile, scarpe da tennis e maglietta blu: potrebbe essere lo skipper di una barca a vela, invece è il maestro del brivido italiano. Varcata la soglia non si possono più avere dubbi: c'è una libreria gigante piena di premi di tutte le forme e di tutti i materiali possibili. Un gargoyle di cristallo, un altro mostro d'ottone, con ali tagliuzzate e mascelle aperte. Poi piramidi dorate, sfere di vetro colorato, grattacieli in ferro. Un trono di velluto, vari oggetti strani, poco decifrabili, e una scrivania piena di carte -sta scrivendo un libro, dei racconti per Mondadori. In una delle “fiabe oscure per adulti” il protagonista è un bambino. Alla tradizionale domanda “Cos'avrebbe potuto fare se il cinema non fosse esistito?”, Dario Argento risponde: “Lo scrittore. Mia mamma quand'ero piccolissimo diceva a tutti che sarei diventato uno scrittore”. Dai sogni al rapporto con le figlie, dai mitomani alle visioni in macchina, dalle stanze d'hotel alla villa a Mentana dove si rinchiudeva per scrivere i suoi film, ogni sillaba è immersa nella solitudine. Quello di Dario Argento è davvero un mondo a parte, con le sue atmosfere e i suoi riti. Non è tanto per dire, nemmeno una licenza poetica. Ci crede. È vita. Reale. Ecco perché ha avuto molti stalker al seguito. Questo mondo può diventare una droga e lui un guru. Se entri nel raggio del suo sguardo anche tu inizia a credere in un mondo in cui “i pensieri sono cose materiali, che vagano per la città”. E che se apri la finestra potrebbero entrarti in testa.

Da piccoli si ha paura di cose fantastiche tipo mostri, fantasmi, vampiri. Da grandi si ha paura di se stessi, o di cose che potrebbero succedere: attentati, malattie, incidenti. Quali paure mette in scena nei suoi film?

Le paure che racconto nei miei film sono paure del profondo, che non riguardano l'attualità, i fatti contingenti, ma la parte oscura di noi stessi. Raccontando le mie profondità vado ad attingere alle profondità di tutti. Non a caso i miei film hanno successo in tutto il mondo, perché le storie raccontate non si sa bene come accadono, dove quando e perché.

Il terrorismo non è una paura diffusa, che risveglia le profondità di tutti?

Certo, però io non me ne occupo, ci pensano la Tv e i giornali. Poi tutti abbiamo paura del ladro che potrebbe entrarci in casa con il coltello, per questo ho messo le sbarre, queste sono le nostre paure normali, quotidiane, come la paura del terrorismo. Ma io racconto le paure che vengono dall'immaginazione, dal sogno, dalla psicanalisi. Il subconscio ti indica una strada da percorrere che porta chissà dove. E io la percorro.

Per esempio, un incubo? Un sogno?

Faccio sogni belli e brutti, non bellissimi, secondo me nessuno fa sogni bellissimi. Un incubo che misi in Profondo rosso: lui che si arrampica sulla casa e non riesce mai ad arrivare su. Non c'è un sogno, c'è una serie di sogni, di atmosfere, anche di allucinazioni. Fin da bambino ho avuto questo desiderio, di rapportarmi ad un mondo diverso. È stato questo desiderio che mi ha portato su questa strada.

Da bambino le è successo qualcosa o fin da bambino...?

Nella mia casa c'era un corridoio molto lungo: per me era un incubo. Ero il più grande dei fratelli, andavo a letto per ultimo, e dovevo percorrerlo da solo, di notte, senza luce. Ogni sera era un incubo, pensavo ci fossero delle presenze. Poi ho scoperto perché il corridoio, Freud.

Crede nella psicanalisi?

Sì. L'ho studiata molto. Quando vado a Vienna passo sempre a visitare la casa di Freud.

Le è capitato anche di andare in analisi?

Mai.

TIZIANA FABI / AFP

Qual è la sensazione fisica della paura? È solo spiacevole? Quando era bambino nel corridoio per esempio...

Una parte di me aveva paura e basta, un'altra parte, invece, era interessata. Il primo horror l'ho visto da bambino, in vacanza nelle Dolomiti. Cinema all'aperto, Il fantasma dell'opera nella versione diretta da Lubin, con Claude Rains. M'impressionò molto, non è che mi terrorizzò, m'impressionò. Mi fece capire che c'era qualcosa oltre gli argomenti che trattavo a scuola, oltre quello che mi raccontavano i miei genitori, che ci dicevamo fra amici. C'era l'immaginario, l'inquietante. Da allora cominciai a studiare. Da giovane lessi i racconti di Poe e iniziai la mia indagine nel mondo dell'incubo, dell'inconoscibile, dell'impossibile.

La fascinazione per le cose nere da dove le viene? Far provare paura agli altri con i suoi film come prova paura lei? Per non sentirsi solo?

Mi esprimo così. Ho cominciato a fare film per relazionarmi con gli altri. Per avere l'amore di coloro che vengono a vedere i miei film: gli consegno delle emozioni che li scuotono, li rendono più fragili, interessati alle mie vicende. Tutti mi vogliono parlare, è un inferno.

E cosa vogliono sapere?

Miliardi di cose, dei film, della loro situazione personale.

Ah, tipo consigliere?

Sì. Mi chiedono cose qualsiasi.

Come si trova in questo ruolo?

Cerco di aiutare.

Che rapporto ha con i mitomani e gli esaltati? C'è qualche stalker nella sua vita?

Sì. Ad alcuni scoppia il cervello.

Per esempio?

Non mi piace parlarne. Persone che erano ossessionate da me, che mi perseguitavano. A volte ho dovuto rivolgermi alla polizia.

Caspita.

C'è un caso buffo, molto buffo. Questo tizio diceva che era uguale a me, era convinto di assomigliarmi tantissimo. In realtà non mi assomigliava per niente.

Ahah.

Aveva i capelli lunghi, la barba lunga.

Quindi vi siete visti.

Sì, perché ha trovato il mio indirizzo e mi si è piazzato sotto casa. Gridava il mio nome. Diceva che la gente lo prendeva per me e che dovevo fare una conferenza stampa per dire a tutti che non era Dario Argento. Andava nei ristoranti e diceva “Io sono Dario Argento, pagherò un'altra volta”, la polizia già lo conosceva. Finché, un giorno, ero a casa insieme a due miei aiuti, persone molto robuste, lui suona come al solito urlando, e ci mando loro. Questi lo prendono, lo sbattono al muro, gli danno un sacco di schiaffoni dicendogli: “Non c'entri niente con Dario Argento. Non t'assomiglia per niente”. Alla fine ha capito ed è sparito. Parecchie persone mi hanno perseguitato, alcune in modo violento, altre con la loro dolcezza.

Più donne o uomini?

Entrambi. Si vede che i miei film colpiscono ugualmente uomini e donne.

Contrappasso. Dopo aver provato paura guardando i suoi film vogliono far impaurire anche lei.

Vogliono farmi partecipare delle loro paure, avermi con loro. Insieme. Sempre. Di solito sono persone un po' mattarelle.

Non tipo il salumiere.

No. Gente già un po' scoppiata.

È importante la solitudine per la creazione?

Anche nella vita. Sono momenti bellissimi quelli in cui posso vivere la mia solitudine.

Quindi i suoi film li ha creati in solitudine.

Sempre. La solitudine è stata la mia maestra di vita. Quando scrivo i miei film, adesso no perché le mie figlie sono andate via, prima, la mattina prendevo una stanza in un albergo. Ho girato quasi tutti gli hotel di Roma. Come fossi un impiegato, alle otto precise entravo nella mia stanza, chiudevo la porta, mi mettevo seduto sulla poltrona e aspettavo le idee, che pian piano arrivavano, e le segnavo.

E se non arrivavano?

Avevo un procedimento: i pensieri sono cose anche materiali, vive, che vagano per la città. Aprivo la finestra perché pensavo che potessero entrare dalla finestra e riempirmi la mente. Era un buon metodo.

Succedeva?

Spesso.

La solitudine è stata la mia maestra di vita. Quando scrivo i miei film, adesso no perché le mie figlie sono andate via, prima, la mattina prendevo una stanza in un albergo. Ho girato quasi tutti gli hotel di Roma. Come fossi un impiegato, alle otto precise entravo nella mia stanza, chiudevo la porta, mi mettevo seduto sulla poltrona e aspettavo le idee, che pian piano arrivavano, e le segnavo

Quindi era una decisione. Voglio fare un film, prendo la camera d'albergo e via.

Non c'ho neanche un'idea. Decido d'iniziare il processo creativo. Se starò lì solo, calmo, seduto in poltrona a pensare, un'idea mi verrà. Infatti mi viene sempre.

È un processo faticoso?

Faticosissimo. Alcuni film li ho scritti anche rapidamente, ma è un processo intenso. Ad esempio, Profondo rosso l'ho scritto in una villetta vicino a Mentana, sulla Nomentana. Era da parecchio che non c'andavo più, era abbandonata, non c'era neanche la luce. La mattina arrivavo, lavoravo sul film, potevo restare fino a che non scendeva il sole, le ombre. Mi mettevo paura da solo. Qualche volta mio padre, che era anche il mio produttore, veniva a trovarmi all'ora di pranzo, mangiavamo in una bettola lì vicino, poi lui se ne andava e io continuavo fino alle sette. Era di questi tempi. Mia figlia Fiore stava a Sabaudia al mare con la baby sitter e la domenica andavo a trovarla. È così che è venuto fuori il film, in tre settimane. Solitudine completa. Poi tornavo a casa e in realtà non c'era nessuno nemmeno lì. Era una scusa. La ripetizione di un rito: andare in un posto isolato, che diventava il luogo dei miei sogni.

Quindi non allontanava il sentimento della paura perché utile alla sua opera.

Penso di avere una specie di dono. Riesco ad avere un dialogo con la mia metà oscura, la madre di tutti i sogni. Mi parla e mi suggerisce.

Come?

Se devo farlo ci penso, mi concentro, la faccio emergere.

Visioni?

Ad occhi aperti. Quando stai per addormentarti, passi quella mezz'ora in cui ti vengono un sacco di pensieri, a metà fra il sogno e la realtà. Quando ho bisogno di avere questo tipo di esperienza mi metto tutto accucciato, chiudo gli occhi e fantastico.

Anche qui una specie di ritualità.

Sì, nel corso degli anni ho trovato soluzioni a dei problemi.

È sempre una cosa che sceglie. E quando non vuole?

Guidando mi è venuto il titolo Profondo rosso. Un'altra volta, sempre guidando, mi è venuta l'immagine riflessa nello specchio che ho inserito nel film. Una volta tornavo a Roma da Mentana, ero così preso a seguire un'idea, ad immaginare la storia, che, come in estasi, ho imboccato la strada per Firenze. Ho fatto un bel po' di chilometri.

Ok, lei è il maestro del brivido italiano... se cerco su Google Dario Argento la prima foto che esce fuori è quella della sua faccia con un coltello in mano. Ma non è anche lei un personaggio dei suoi film. O sì?

È stata la gente che mi ha fatto diventare un simbolo.

A lei piace? Come vive questa sovrapposizione fra la sua vita e la sua opera?

È così. Non mi posso opporre.

Le piaceranno pure il sole, i brillantini e i gelati alla fragola? Le salsicce, i bagni al mare?

Certo. Mi piace molto viaggiare. I più bei viaggi li ho fatti da solo. Se sei con una persona davanti al Taj Mahal bisogna verbalizzare -guarda quello, il marmo bianco, la fontana. E perdi tutto. Se sei da solo, ti resta dentro.

Tutta questa solitudine. Come ha fatto con le relazioni?

La gente sa come sono. C'è un'aspirazione alla solitudine che non sempre si realizza. Ci sono momenti in cui, per esempio, vado al Festival di Cannes, sto con gli amici.

È una parte.

Una parte che amo di me.

Corpo delle donne e orrore. Rende meglio il corpo delle donne torturato di quello degli uomini? Meglio il sangue su una coscia femminile?

Sì, la coscia di donna è parte di un corpo ben fatto, tornito. Mia mamma era una famosa fotografa brasiliana, si chiamava Elda Luxardo. Fotografava le dive, ritratti femminili. Io andavo alle medie vicino al suo studio, quando finivo, alle quattro, andavo da lei e poi tornavamo a casa insieme. Nell'attesa mi mettevano in un camerino dove si cambiavano gli attori, un corridoio lungo.

Tipo quello della casa.

No, quello era lunghissimo. Mi mettevano in fondo così non davo fastidio e potevo fare i compiti. Intanto, però, vedevo queste attrici che si truccavano, vestivano e svestivano, come se non esistessi, non sapevano che mi turbavano. Ho visto mia mamma che metteva le luci su queste attrici per togliere difetti e far risaltare certe parti del corpo, per anni. Ho imparato. Quando poi ho iniziato a fare cinema mi sono trovato molto a mio agio nel trattare le donne, mi veniva istintivo. Quando faccio i miei film se c'è una donna in scena sono felice. Per esempio, quando lavoro con mia figlia Asia sono molto contento, oltre al fatto che è una brava attrice, anche perché è una bella donna che posso giostrare come voglio. Con gli uomini è più difficile, sono più spigolosi.

Lei è un po' dirigista sul set.

Per forza, il regista.

E le donne sono più facili da dirigere.

Sono più disposte ad entrare nel tuo progetto.

È un po' più difficile nella vita. Anche con sua figlia immagino. Una cosa è il film, in cui si fa dirigere con piacere. Un'altra la vita.

Sì, nella vita è diverso. Io e mia figlia Asia per un periodo abbiamo litigato e non ci siamo visti.

È bello che nel film padre e figlia possano unirsi. È una cosa che non tutti possono provare. Si può litigare ma c'è una linea continua, quella dei film, che permette un legame parallelo.

È vero. Poi io ci ho fatto cinque film, da quando aveva dodici anni, ogni tre, quattro anni. L'ho vista crescere attraverso i film, la vedevo cambiata sul set, più donna. È stato emozionante.

L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Quattro mosche di velluto grigio, Profondo rosso, Suspiria. Titoli sensoriali. Potremmo dire che il suo cinema in fondo è un cinema vitale, mosso da una spinta vitalistica molto forte?

Il mio cinema è sensoriale e vitale. Smuove emozioni. Anche nelle uccisioni c'è una certa vitalità.

Come sarebbero i suoi film senza musica?

Non ho mai fatto un film senza musica, una volta mi è venuto in mente, ma ci ho subito ripensato. La musica è una delle mie passioni. Andare ai concerti, sentire musica. Il silenzio va alternato con il rumore e gli attacchi musicali.

Gli angoli horror di Roma?

Basta andare di notte, da soli, nella Roma antica. Gli spiriti avanzano, ti suggeriscono. 2700 anni di morti che vagano per la città. La sindrome di Stendhal lo abbiamo girato in parte negli Uffizi. Quando andava via l'ultimo visitatore entravamo noi. Spegnevano tutte le luci, era buio, io per guadagnare tempo, mentre gli altri preparavano la scena, vagavo con una torcia per scegliere nuove location. Ad un certo punto è iniziata a venirmi una gran paura, vedevo questi faccioni, le statue, teste tagliate, li vedevo vivi, che uscivano dai quadri e mi venivano incontro.

La trama è davvero superata, neoclassica, nemica dell'abbandono?

La trama è importante. Io sono stato sempre accusato dalla critica di aver trascurato la trama, le storie, in favore dell'espressione. Che poi è anche vero. Però una certa trama bisogna seguirla. Anche nei film di quelli che dicono che è superata, un po' di trama c'è sempre.

L'intrattenimento sta uccidendo l'arte?

Oggi devi seguire certe regole. Sono la morte dell'arte.

Come sono i film italiani di oggi?

Tutte commediole, alcune migliori altre peggiori, ma sempre robetta. Il cinema italiano è al servizio di Tv e multinazionali.

Registi viventi italiani non commerciali?

Non tanti, anche quelli che non sembrano commerciali in realtà lo sono.

Tipo?

Sorrentino.

Qualcosa che le piace?

Il cinema che viene dall'estremo oriente, dalla Corea del sud, dal Giappone, Brasile, dall'Argentina e dal Messico. I registi contemporanei più famosi sono messicani. Inarritu, Cuaron, Guillermo del Toro.

Cos'avrebbe potuto fare se il cinema non fosse esistito?

Lo scrittore. Mia mamma quand'ero piccolissimo diceva a tutti che sarei diventato uno scrittore.

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