Gli economisti sono in un vicolo cieco e non se ne stanno accorgendo

L'economia non è una scienza esatta. Lo confermano i dati e la realtà dei fatti. Non lo capiscono solo gli economisti, che dalla loro giungla dei calcoli non vogliono proprio uscire

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Johannes EISELE / AFP

24 Giugno Giu 2017 0830 24 giugno 2017 24 Giugno 2017 - 08:30
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Negli Stati Uniti l’inflazione stenta ad aumentare nonostante il calo drastico della disoccupazione. Questa notizia, sebbene possa sembrare innocua, nasconde un corto circuito per gli economisti: secondo la teoria economica dominante, infatti, quando una tra disoccupazione o inflazione diminuisce l’altra deve necessariamente aumentare. Questa relazione (meno disoccupazione significa più inflazione e viceversa) nella teoria è chiamata Curva di Phillips e domina la scena dagli anni 60. Nonostante sia stata formulata empiricamente, non è la prima volta che la curva di Phillips non viene rispettata nella realtà. Anche l’Economist parla del corto circuito della curva di Phillips, indicando alcuni dei motivi per cui la relazione non viene abbandonata dagli economisti. Ma è possibile che teoria economica e realtà siano così distanti? Si, e non è la prima volta che capita.
La stessa curva di Phillips è stata riformulata durante la sua storia: il trade-off tra disoccupazione ed inflazione è durato fino agli anni 70; dopo si è dovuta modificare l’espressione della curva per fare in modo che la relazione tornasse a funzionare. Ma non è tutto. Prima del recente crack del finanziario del 2008 nessun analista/studioso/commentatore/economista aveva colto le avvisaglie dell’imminente scoppio della bolla dei subprime (fatto raccontato magistralmente da Adam McKay nel film La grande scommessa). Nel novembre dello stesso anno, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico della britannica London School of Economics, la Regina Elisabetta rivolse una semplice domanda alla platea di economisti: “Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’imminenza di questa spaventosa crisi?”. Una domanda tanto innocua quanto complicata, passata alla storia come la domanda della regina, che ancora attende risposte. Perché la scienza economica non riesce proprio a prevedere come evolverà il mondo, nonostante l’enorme impiego di risorse nella ricerca.

“Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’imminenza di questa spaventosa crisi?”. Una domanda tanto innocua quanto complicata, passata alla storia come la domanda della regina, che ancora attende risposte

Gli economisti non riescono a descrivere il mondo esterno, secondo alcuni di loro (presenti al momento della fatidica domanda e firmatari di una lettera-risposta) perché la teoria si è ingolfata con troppa matematica allontanandosi sempre più dalla realtà. Nella giungla dei calcoli gli economisti hanno creato un mondo tutto loro, governato dalla ferrea legge della matematica e avulsa dalla realtà. Per non parlare delle politiche d’austerità: uno dei paper più importanti a livello scientifico (Growth in a time of debt) che giustificava le politiche di austerità era sbagliato. Lo si è scoperto “solo” dopo 3 anni, grazie ad uno studente che per esercizio ne ha rifatto i calcoli e ne ha individuato gli errori. “Solo” dopo più di 2mila citazioni. Se quest’episodio può mostrare che anche uno studente può smentire illustri intellettuali di Harvard, si può pensare anche che l’ambizione dell’economia di essere considerata una scienza, al pari di fisica o chimica, è stata fino ad oggi fallimentare. E lo si nota anche tra i banchi delle università. Proliferano sempre più, infatti, i movimenti che propongono un approccio all’economia diverso, non mainstream. A livello internazionale, ma anche in Italia, uno dei più sviluppati è Rethinking Economics, un collettivo con sedi in tutto il mondo. Il loro scopo è quello di modificare l’insegnamento dell’economia, inserendo democraticamente anche altre scuole di pensiero (quella austriaca, quella shumpeteriana) all’interno delle aule universitarie. Lasciare acriticamente il primato alla teoria neoclassica – o mainstream, come viene chiamata in modo dispregiativo – significa lasciare il passo a chi ha condotto l’economia in un vicolo cieco. È non è un problema solo di matematica, come pensavano i firmatari della lettera alla regina di cui abbiamo parlato prima: per rendere scienza una materia il rigore matematico-statistico è necessario. Forse, addirittura, ne servirebbe di più per rendere il meno semplicistici possibili i modelli di riferimento e dunque più aderenti alla realtà. Gli economisti devono, però, cercare di non perdere il contatto con la vita reale nella formulazione delle ipotesi sottese ai loro complicati modelli. Non farlo significherebbe continuare imperterriti a continuare verso il fallimento, senza curarsi di tutti i segnali che indicano il vicolo cieco.

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